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Per la prima volta nella sua storia, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia è chiamata a pronunciarsi su un’accusa di genocidio rivolta da uno Stato africano contro un Paese arabo. Il Sudan ha infatti denunciato gli Emirati Arabi Uniti per “complicità attiva” nelle atrocità commesse contro la comunità Masalit, una delle minoranze etniche non arabe del Darfur. La denuncia è grave, precisa, documentata, e porta con sé un carico di tensioni geopolitiche che vanno ben oltre i confini sudanesi.

Secondo Khartum, gli Emirati non si sarebbero limitati a un sostegno passivo, ma avrebbero fornito armi, droni, addestramento e copertura politica alle Rapid Support Forces (RSF), la milizia guidata dal generale Mohamed Hamdan Daglo – noto come Hemeti – responsabile di massacri, stupri, deportazioni e distruzioni sistematiche. In poche parole, complicità piena e consapevole in un genocidio in atto. Una parola, quest’ultima, che non si usa con leggerezza nei tribunali internazionali. Eppure, le prove non mancano.

Rapporti di osservatori indipendenti – dal Raoul Wallenberg Centre all’Osservatorio dei Conflitti finanziato dal Dipartimento di Stato USA – tracciano rotte precise: aerei carichi di armi decollano dagli Emirati e atterrano in Ciad, per poi rifornire le milizie RSF nel cuore del Darfur. Il Ministero del Tesoro americano ha già imposto sanzioni a Hemeti e a diverse aziende legate alle RSF attive negli Emirati, accusandole di traffico d’oro e finanziamento occulto del conflitto.

Abu Dhabi nega tutto, ovviamente. Parla di “teatrino politico”, accusa Khartum di manipolazione e rimbalza la responsabilità sulle Forze Armate regolari sudanesi. È un copione noto, ma questa volta si gioca in una sede che, almeno formalmente, ha il potere di pronunciarsi in modo vincolante. Anche se, come ricorda ogni giurista esperto, la Corte non ha strumenti concreti per far rispettare le proprie decisioni.

E infatti, i dubbi abbondano. Gli Emirati hanno posto una riserva all’Articolo 9 della Convenzione sul genocidio, che limita la giurisdizione diretta della Corte. Una scappatoia legale che potrebbe far deragliare il processo prima ancora che entri nel merito. Ma anche in questo caso, il danno reputazionale sarebbe fatto: la denuncia pubblica, formale, ufficiale, è già di per sé una pietra miliare.

C’è però un aspetto ancor più inquietante: il silenzio degli altri Paesi arabi. Nessuno si è levato a difesa del Sudan. Nessuna capitale mediorientale ha chiesto di far luce sulle accuse. La stessa Unione Africana, che dovrebbe farsi carico della stabilità regionale, è rimasta in disparte. E intanto, nel Darfur, si continua a morire. Secondo le stime ONU, oltre 12 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case; migliaia sono fuggite nei Paesi confinanti, molti dei quali – come la Libia o la Repubblica Centrafricana – sono anch’essi coinvolti nella rete di rifornimento delle RSF.

Il processo all’Aia, se mai andrà avanti, sarà lento, tecnico, probabilmente frustrante. Ma ha già compiuto un gesto politico potente: ha fatto uscire il genocidio dei Masalit dall’ombra. E ha dimostrato che anche i “Paesi amici dell’Occidente” – come gli Emirati, coccolati da Washington e Bruxelles – possono finire sotto accusa. La giustizia internazionale non ha gli artigli, ma talvolta riesce ancora a mordere. Anche se lentamente.

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