Da questa mattina sui media israeliani campeggiano in prima pagina i titoli riguardanti il presunto nuovo accordo tra Washinton e Tel Aviv sulla gestione dell’attuale crisi mediorientale. In particolare, dalla Casa Bianca sarebbe arrivato il via libera per un’operazione su Rafah, l’ultimo lembo della Striscia di Gaza non coinvolto dalle azioni di terra israeliane, in cambio però della rinuncia a un attacco diretto contro l’Iran. Gli Stati Uniti si sono sempre opposti a entrambe le opzioni: il presidente Joe Biden ha infatti sottolineato il rischio di un dramma umanitario in caso di blitz a Rafah, così come lo spettro di una grave e ulteriore escalation in tutto il medio oriente se Israele dovesse controbattere all’azione iraniana attuata sabato scorso.
Davanti a uno scenario molto grave costituito da un’eventuale guerra diretta tra lo Stato ebraico e la Repubblica Islamica, forse gli Usa hanno scelto il “male minore“. Un accordo che forse era l’unico possibile anche per Israele: il premier Netanyahu, davanti all’eventualità di un mancato aiuto di Washington in caso di nuovo attacco iraniano, non ha potuto fare altro che provare quantomeno a incassare il disco verde per Rafah.
Quei retroscena su un attacco all’Iran ritardato per mediare con gli Usa
La notizia di un accordo su Rafah non sorprende e viene ritenuta verosimile dalla stessa stampa israeliana in primo luogo perché, come sottolineato su diversi quotidiani, è arrivata poco dopo un’altra indiscrezione. Quella cioè secondo cui il gabinetto di guerra israeliano aveva già varato un piano di reazione contro l’Iran nel pomeriggio del 16 aprile, con i primi jet e missili pronti a partire in quello stesso giorno. Poi l’improvviso dietrofront: così come svelato da fonti dell’Idf ai quotidiani locali, da parte del governo è arrivato l’input di non partire con i raid e di aspettare alcuni giorni.
Questo spiegherebbe perché proprio martedì scorso si è assistito a una girandola di dichiarazioni spesso contraddittorie. Prima la notizia della convocazione di un nuovo gabinetto di guerra, poi le esplicite affermazioni dei capi militari sul via libera arrivato alla reazione da sprigionare contro Teheran, la messa in stato di allerta delle forze aree sia in Israele che in Iran, infine il silenzio, il mancato intervento e la smentita di una decisione presa già nel gabinetto di guerra presieduto da Netanyahu.
Qualcosa ha bloccato lo stesso premier dal dare il definitivo disco verde. E quel qualcosa è possibile ravvisarlo in una mediazione politica operata dagli Stati Uniti, del resto è stato lo stesso Biden sabato a sconsigliare a Netanyahu di dare vita a una controriposta nei confronti dell’Iran, giudicando e considerando come una vittoria l’abbattimento di gran parte dei droni lanciati dalla Repubblica Islamica. Un consiglio che ha avuto anche il sentore di un’esplicita richiesta di non procedere, lasciando intendere al primo ministro israeliano che Washington non avrebbe aiutato Israele in un’escalation regionale e in nuove sortite offensive nei confronti di Teheran.
Tutto questo potrebbe aver portato Netanyahu, all’ultimo minuto utile prima di pigiare sul bottone, a valutare più miti consigli. Ad aspettare ulteriori risvolti e magari a mettere sul piatto l’intervento a Rafah, provando un compromesso politico con l’alleato statunitense in grado peraltro di rinsaldare i legami con Biden dopo mesi di screzi e di non poche tensioni politiche e diplomatiche.
Netanyahu vuole Rafah
Non c’è però unanimità, all’interno della stampa israeliana, nella descrizione del compromesso tra Biden e Netanyahu. Haaretz, tra i primi a rilanciare la notizia, parla di un accordo che prevede comunque il lancio di un’operazione contro l’Iran seppur di intensità minore e volta a colpire più che altro gli alleati della Repubblica Islamica. In poche parole, si tratterebbe di raid non diretti al territori iraniano, bensì ai “proxy” situati in Iraq, Siria e Libano. Il Jerusalem Post invece, parla di una rinuncia totale a ogni raid contro Teheran e a ogni risposta contro il regime degli ayatollah.
In cambio, Israele ha così avuto il silente ma decisivo appoggio Usa per un’offensiva su Rafah. Una circostanza confermata anche da fonti egiziane, secondo cui Il Cairo sta peraltro aumentando la sorveglianza militare nel Sinai in previsione di un’operazione israeliana. È bene infatti ricordare che a Rafah ha sede l’unico valico di frontiera tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, da qui le preoccupazioni da parte del governo guidato dal presidente Al Sisi.
L’impressione è che Netanyahu, nelle ore più convulse delle ultime escalation, voleva comunque portare qualcosa a casa. Considerando l’impossibilità di procedere contro l’Iran senza l’appoggio Usa, potrebbe quindi aver fatto pesare la sua rinuncia a un attacco contro Teheran per procedere a Rafah. Del resto, un’offensiva nel sud della Striscia di Gaza appare come un suo cruccio personale da diverse settimane a questa parte: pur di autorizzare un’operazione in prossimità del valico, il premier israeliano ha rischiato di rompere i rapporti con lo stesso Biden e di risultare isolato a livello internazionale. Una questione legata non tanto al successo militare, quanto al suo successo politico: Netanyahu a Rafah vuol dimostrare di poter colpire Hamas fino in fondo e vuole evitare che i partiti più a destra che lo sostengono ritirino l’appoggio al suo governo, come peraltro già più volte minacciato dai diretti interessati.
I colloqui continuano?
Nel primo pomeriggio è arrivata una parziale smentita da parte statunitense e sugli stessi quotidiani israeliani dove era stato riferito del compromesso tra Biden e Netanyahu, sono state pubblicate indiscrezioni da parte di ufficiali Usa secondo cui al momento nessun accordo è stato raggiunto. Sono comunque in corso dei colloqui ad alto livello tra le parti proprio per discutere delle operazioni militari da condurre a Rafah, segno che comunque un primo via libera da Washington è arrivato. Kann News, in particolare, ha riferito che lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, guiderà una delegazione statunitense per parlare delle future operazioni militari. Si prevede un’azione non mirata all’assedio di Rafah, bensì volta ad attuare locali blitz nei vari quartieri della città che verranno via via evacuati.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

