L’accordo su Hormuz e la sconfitta dell’Impero

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L’accordo tra Oman e Iran sullo Stretto di Hormuz, ormai delineato, è attualmente all’esame Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale di Teheran. Ciò allunga i tempi per addivenire a una soluzione di una criticità chiave che ha il potenziale di ripristinare il negoziato più ampio tra Washington e Teheran, che nonostante tutto sta proseguendo sottotraccia, come hanno comunicato sia il Qatar che il Pakistan in contatto con entrambe le parti.

L’approvazione dell’intesa romperebbe lo stallo attuale che sta logorando l’Impero, come dimostra l’ansia con cui l’amministrazione Trump ha seguito il dialogo Teheran-Muscat e le sollecitazioni a fare in fretta. L’Impero ha perso e scalpita per voltare pagina, nella speranza di trovare altrove successi, interni o esteri che siano, da usare per tentare di nascondere e far dimenticare la sconfitta.

Talmente disastrosa è la sconfitta e talmente è urgente lasciarsela alle spalle che nel dibattito pubblico non si parla neanche di limitare i danni geopolitici, come sarebbe ragionevole in una situazione del genere. Come se si temesse, anche se non è possibile ammetterlo pubblicamente, che abbiano ragione quanti affermano che si tratta di una sconfitta epocale.

Quando l’America ha perso altre guerre su larga scala, come l’Afghanistan e il Vietnam, è riuscita comunque ad assorbire il colpo e conservato la sua proiezione globale. E ciò benché nei due casi citati la sconfitta sia stata ancora più palese e drammatica dell’attuale. Basti pensare alle immagini dell’ultimo elicottero in partenza da Saigon o a quelle caotiche degli aerei che riportavano in patria i fantaccini dispiegati in Afghanistan.

Niente a che vedere con l’attuale sconfitta, che vede la Marina Usa ancora dispiegata al largo delle coste iraniane, l’aviazione ancora pronta a colpire e tante altre cose. Certo, ci sono le immagini della devastazione subita dalle basi americane ubicate in Medio oriente, ma non colpiscono l’immaginario come quelle.

Allora, l’Impero, benché ammaccato, non si era rotto. Stavolta è diverso, stavolta qualcosa si è rotto davvero, giù, nel profondo. Ad oggi non è dato sapere la portata della sconfitta, ma di sicuro comporterà un ridimensionamento dell’influenza Usa sul Medio oriente, se non un ritiro dalla regione.

Una conclusione invero disastrosa dell’avventurismo iniziato con la prima guerra irachena scatenata da George Bush padre che, a un anno dal crollo dell’Unione sovietica, aveva in tal modo reclamato all’Impero, e al suo alleato israeliano, il controllo del Medio oriente, cioè la regione più cruciale del pianeta.

Quel sogno è andato in frantumi esattamente per le modalità con cui si è tentato di realizzarlo, basando tutto sulla Forza e su una Forza talmente schiacciante – “shock e terrore” – da rendere superflua la strategia e la stessa realtà (sostituita dalle narrazioni imperiali). Nella guerra iraniana quella Forza ha mostrato tutti i suoi limiti.

Lo hanno compreso perfettamente i generali americani, tanto che, come riferisce la CNN, il Capo degli Stati Maggiori congiunti, il generale Dan Caine, in privato ha fatto presente ai membri dell’amministrazione Trump che non ci sono opzioni militari valide per vincere e che è meglio finirla qui, trovando orecchie attente nei vari interlocutori.

Lo scacco della Forza imperiale e le ragioni di tale scacco sono descritte da Scott Ritter in un articolo pubblicato per Consortium News: “L’era del dominio militare convenzionale americano è finita. La fallimentare guerra con l’Iran lo ha dimostrato chiaramente. Oggi gli Stati Uniti sono costretti a confrontarsi con la realtà che la macchina militare costruita negli ultimi 35 anni, dal crollo dell’Unione Sovietica – a caro prezzo in termini di risorse e sforzi – è una vera e propria Linea Maginot, un’opera costosissima per un tipo di guerra che non esiste più”.

“Gli Stati Uniti hanno costruito un esercito basato sul concetto di ‘shock e terrore’, un dinosauro tecnologico concepito per intimidire, non per dominare. Un vero e proprio fuoco di paglia. All’Iran bastava aspettare […]. [Gli è bastato] Costruire un sistema in grado di assorbire il potere distruttivo di una ‘superpotenza’ autolimitante e resistere fino a quando la costosa macchina da guerra, creata con tanta cura dagli industriali della difesa americani per massimizzare il profitto a scapito delle prestazioni, non si esaurisse. O per essere precisi, finisse le munizioni”.

Quanto alla narrazione imperiale, sopravvissuta anche se malridotta (la presa sui media mainstream resta), ora è chiamata a limitare i danni di immagine dell’Impero. Questa, infatti, la conclusione dell’articolo della CNN citato: ora “l’attenzione si concentra sulla ricerca di una via d’uscita che offra al presidente una vittoria ‘simbolica’ – come minimo – che possa cercare di vendere al popolo americano senza che impedisca una possibile svolta diplomatica, a cominciare da un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz”.

Detto questo, certi processi, come l’erosione di un Impero, sono lenti, tale il tempo della Storia, così che gli sviluppi di quanto accaduto restano incerti e a rischio di nuove e forse più violente escalation, più o meno limitate nel tempo.

Ma, al netto della possibilità di una guerra termonucleare, pure esistente data l’ostinazione a non cedere il passo alla storia e alla realtà, che vede Washington perdente rispetto agli antagonisti globali (Russia e Cina), certa perdurante assertività non sarà da ascrivere alla vitalità di un Impero fiorente, quanto agli spasmi di un Impero morente.