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Nella vicenda dell’abbattimento del volo Ukraine International Airlines 752 esistono ancora molti punti oscuri che la – tardiva – ammissione di responsabilità da parte delle autorità iraniane non ha fugato, anzi, ha solo contribuito a dipingere un quadro di instabilità interna e lotte di potere in seno alle massime cariche della Repubblica Islamica che non ha precedenti.

Su InsideOver ci siamo già occupati, in un’analisi del disastro aereo che mette in dubbio alcuni dettagli fondamentali della versione ufficiale, della possibilità che all’interno della teocrazia sia in atto un riassetto degli equilibri di potere con al centro il confronto, anche duro, tra le Irgc, i Guardiani della Rivoluzione Islamica anche conosciuti come Pasdaran, e la presidenza Rouhani.

La ricostruzione degli eventi di quei convulsi giorni, in cui verità si alternavano a menzogne, fatta dal New York Times, ci fornisce il punto di partenza per cercare di spiegare quanto sta accadendo in Iran e come il regime degli Ayatollah sia stato scosso internamente dalle conseguenze dell’abbattimento del Boeing 737 ucraino.

La struttura di potere in Iran

Prima di addentrarci nella trattazione di quanto riteniamo stia accadendo in Iran, è opportuno chiarire come è organizzato lo Stato iraniano e quindi quali sono gli organi che detengono realmente il potere e che relazioni hanno tra loro.

Esistono delle figure chiave all’interno della teocrazia, facenti riferimento a organi diversi, che gestiscono la politica dell’Iran in tutti gli ambiti: oltre al capo dello Stato, il supremo leader (Faqih) Ayatollah Khamenei e al capo del governo, il presidente Hassan Rouhani, esistono figure meno note ma altrettanto fondamentali come il capo del Consiglio per il Discernimento (l’Aytollah Hashemi Rafsanjani), il presidente del Consiglio dei Guardiani della Costituzione (l’Ayatollah Ahmad Jannati), il rappresentante del supremo leader presso le Irgc (l’Ḥojjatoleslām Ali Saidi), il capo dell’ufficio politico delle Irgc (il generale Yadollah Javani), il ministro degli Esteri (Javad Zarif), il vice ministro degli Interni (Hossein Zolfaqari) e il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, carica attualmente in mano ad un esponente delle Irgc (il generale Mohammad Bagheri).

Basterebbe guardare ai nomi e alle istituzioni a cui fanno riferimento per capire che le Irgc, i Pasdaran, sono oggi intimamente coinvolte nella gestione del potere in Iran anche al di là del loro ruolo di controllo diretto di alcune branche fondamentali delle Forze Armate, come le forze missilistiche e quindi ogni programma di ricerca e sviluppo delle possibili armi di distruzione di massa.

Sebbene non sia sempre chiaro determinare dove risieda realmente il potere, si può dire che i rami esecutivo, legislativo e giudiziario del Paese operino sotto l’autorità del leader supremo Khamenei che utilizza le Guardie della Rivoluzione come “braccio armato” per gestire anche gli ambiti economici, culturali e naturalmente religiosi: la nomina del capo dei Pasdaran viene infatti fatta direttamente dall’Ayatollah senza passare dalla presidenza.

Il presidente Rohani, infatti, esercita solo un controllo indiretto sulle Irgc che è subordinato al ministero della Difesa e lo stesso controllo della politica finanziaria dell’Iran è solo formale. Il potere del leader supremo è tale, infatti, da farne l’unica autorità plasmante la società civile e le politiche di sicurezza dello Stato. Secondo l’articolo 110 delle costituzione del 1979, ad esempio, Khamenei è l’unico ad avere il potere di dichiarare guerra e di emanare l’ordine di mobilitazione delle truppe oltre ad essere l’autorità ultima a cui fanno riferimento sia i Pasdaran sia l’esercito.

Il leader supremo ha anche, tra i suoi poteri, quello di scavalcare ogni decisione presa dal governo eletto, incluse quelle provenienti dalla presidenza. In sostanza l’effettivo ruolo politico del presidente Rouhani è limitato se paragonato a quello dell’Ayatollah Khamenei che gestisce, in ultima istanza, anche le decisioni in politica estera.

In questo organigramma le Guardie della Rivoluzione hanno, nel corso dei decenni, assunto un ruolo sempre più centrale e determinante in tutti gli ambiti della politica iraniana: nel 2004, ad esempio, un consistente numero di ex Pasdaran è stato autorizzato a partecipare alle elezioni e la stessa vittoria di Ahmadinejad (ex membro del Corpo), diventato presidente, ne ha certificato il peso politico.

Khamenei però, sebbene sia la figura di riferimento per le Irgc, non le controlla direttamente in quanto i suoi rappresentanti presso le Guardie della Rivoluzione operano parallelamente rispetto alla struttura di comando delle stesse: pertanto i Pasdaran si costituiscono come un ente pressoché autonomo che, di fatto, controlla la teocrazia sebbene sia subordinato all’autorità del leader supremo.

La gestione della crisi del Boeing abbattuto

Avendo ora chiarito quali siano i ruoli all’interno della teocrazia iraniana, possiamo analizzare quanto accaduto durante e dopo l’abbattimento del volo della Ukraine International Airlines.

La decisione di non chiudere l’aeroporto di Teheran, come lo stesso generale Hajizadeh, comandante delle Forze Aerospaziale delle Irgc suggeriva, è stata spiegata con la volontà di non creare panico per un possibile imminente attacco americano e anche perché le autorità delle Irgc, si prefiggevano di mettere al riparo la capitale e le installazioni militari da una possibile rappresaglia statunitense: una sorta di scudo umano.

Abbiamo già avuto modo di esporre tutti i nostri dubbi in merito al lancio dei missili Tor-M1, che sono inseriti nella cintura radar difensiva iraniana e che opera in contatto con le autorità civili come in ogni Paese, pertanto risulta difficile (ma non impossibile), pensare che sia stato fatto fuoco con quei missili per abbattere il Boeing ucraino.

Quello che è interessante, invece, è stata la gestione della notizia dell’abbattimento del velivolo nelle ore immediatamente successive: Hajizadeh, tornato immediatamente a Teheran dal “fronte” (in quella notte erano stati lanciati i missili balistici che hanno colpito le basi Usa), si è messo in contatto immediatamente con il generale Abdolrahim Mousavi, Capo di Stato maggiore dell’Esercito che è anche il capo del comando della difesa aerea, il già citato generale Mohammad Bagheri e il generale Hossein Salami, comandante dei Pasdaran.

A questo punto cominciano le omissioni: Hajizadeh avvisa i suoi colleghi di non avvisare dell’accaduto le organizzazioni di base della difesa aerea nel timore che non riescano a reagire prontamente in caso di attacco americano: era infatti stato emanato un allarme, poi rivelatosi falso, del decollo di aerei Usa dalla base di al-Udeid in Qatar e del lancio di missili da crociera.

All’insaputa delle massime cariche dello Stato (Khamenei e Rouhani), i generali nominano immediatamente una commissione di inchiesta  all’interno delle Irgc formata da esperti in sistemi difensivi, di intelligence e di cyberwarfare per investigare sull’accaduto con il preciso ordine di non parlare con nessuno. Il gruppo investigativo ottiene il primo risultato di escludere la possibilità che si sia trattato di un intervento di spoofing americano o di Israele, fattore che quindi sposta l’ago della bilancia verso la tesi del manpad piuttosto che dei missili del sistema Tor-M1.

L’Ayatollah Khamenei è stato informato delle conclusioni della commissione di inchiesta, quindi compreso “l’errore umano” nella notte di mercoledì, la il leader supremo non ha ritenuto opportuno informare il presidente Rohani e quindi nemmeno il ministro degli Esteri Zarif, generando così quelle dichiarazioni di rigetto della responsabilità che hanno gettato ombre sul comportamento di Teheran.

A questo si aggiunge l’iniziale volontà delle massime autorità delle Irgc di voler discutere delle cause dell’incidente solo successivamente all’analisi delle scatole nere, che avrebbe richiesto mesi, col rischio di non riuscire a gestire le reazioni della comunità internazionale e l’ondata emotiva interna che ha portato a manifestazioni di piazza (molto meno partecipate rispetto ai funerali di Qasem Soleimani, va detto).

Il regime, ed in particolare i Pasdaran, temevano inoltre che ammettere tout court l’abbattimento avrebbe dato il via a nuove e più violente sollevazioni popolari, pertanto hanno deciso di rilasciare gradualmente i risultati delle propria inchiesta, sebbene la dinamica interna, con la presidenza tenuta all’oscuro e soprattutto con il gesto, fortemente simbolico, di Rouhani che abbandona la preghiera del venerdì durante il sermone di Khamenei, tornato a predicare dopo otto anni, indica che ci sia qualcosa di oscuro nella teocrazia e che si stia assistendo ad una lotta di potere tra l’ala dura delle Irgc e la presidenza, ritenuta forse troppo moderata per la sua volontà di cercare il dialogo con gli Stati Uniti sulla questione nucleare.

Questa “lotta” sarebbe confermata anche dal fatto che le telefonate del presidente Rouhani ai comandi militari e delle Irgc effettuate giovedì, ovvero al culmine delle proteste internazionali bollate ufficialmente dal regime come un “complotto occidentale”, non abbiano ricevuto risposta. Membri del suo staff che sono riusciti a mettersi in contatto coi Pasdaran hanno avuto più fortuna, ma la versione propagandata era sempre quella del complotto creato dall’Occidente: quindi nessun missile iraniano ha abbattuto il Boeing.

La giornata di venerdì è la peggiore per Rouhani: a fronte del persistere nell’affermare che l’abbattimento sia solo una menzogna, il presidente arriva a minacciare le dimissioni. Si capisce quindi perché, quando Khamenei nel suo discorso tocca i rapporti con gli Stati Uniti e l’Occidente, si sia alzato abbandonando l’aula delle preghiera.

Alla fine la linea di Rouhani sembra passare e nella giornata di sabato l’operatore radar insieme a dieci altri vengono arrestati, ma le loro identità non si conoscono e quindi si può ipotizzare che sia solo una mossa di propaganda per cercare, più che calmare gli umori internazionali, di addomesticare la presidenza, dimostratasi fortemente contraria alla linea tenuta dalle Irgc e da Khamenei, che è stata sistematicamente tenuta fuori dagli ambiti decisionali nella gestione della vicenda.

Proprio questa evidente contrapposizione tra Rouhani e Khamenei, tra le Irgc e il governo eletto, è un fattore inedito per la teocrazia che dovrebbe far suonare più di un campanello d’allarme in merito a quanto accaduto nella terribile notte dell’8 gennaio scorso. L’abbattimento, per la propaganda di regime, “doveva” essere stato effettuato dai missili del sistema Tor-M1, perché l’altra opzione, quella del manpad già esposta, non può essere ammessa proprio perché dimostrerebbe la lotta, e quindi la debolezza, nel sistema politico iraniano e quindi scatenare sia l’opposizione interna sia esporre il Paese alla sfiducia e ai timori dell’Occidente.

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