Nel giorno in cui a Sochi vengono decise le sorti di buona parte del suo paese, in un colloquio come quello tra Putin ed Erdogan destinato poi a rivelarsi positivo per Damasco, il presidente siriano Bashar Al Assad si è recato in uno dei fronti più caldi del conflitto in visita ai soldati. E non si tratta di un fronte qualsiasi: dal suo palazzo presidenziale, Assad si è spostato nella cittadina di Hobait, non lontano da Khan Shaykhun. Per la prima volta dopo sette anni, il presidente siriano è potuto cioè tornare all’interno del territorio della provincia di Idlib.

Una visita dal forte significato simbolico

Una volta arrivato in uno dei fronti più caldi del conflitto siriano, lì dove i soldati stanno combattendo all’interno dell’unica provincia non ancora sotto il controllo del suo governo, ai giornalisti Bashar Al Assad ha subito rilasciato dichiarazioni sull’attuale crisi nel nord del paese: “Erdogan è un ladro, ha rubato fabbriche, grano e petrolio e oggi ruba la terra”, ha dichiarato Assad. Ma il presidente siriano in quel momento sa già che i colloqui in corso a Sochi tra il leader turco e l’alleato Putin saranno a suo favore. Da lì a breve, per Damasco verrà acceso il semaforo verde per il ritorno delle truppe regolari ad est dell’Eufrate, una situazione inimmaginabile soltanto poche settimane fa.

Ed è forse per questo che Assad si è presentato, proprio nelle ore del vertice di Sochi, nella provincia di Idlib. Il presidente siriano ha voluto rimarcare come, chiarita la situazione nel nord est del paese, la prossima tappa sarà rappresentata proprio dalla conquista di Idlib. Damasco non ha alcuna intenzione di rinunciare all’idea di riprendere l’unico pezzo di territorio dominato ancora oggi dagli ex del Fronte Al Nusra, ossia la filiale locale di Al Qaeda. Una regione peraltro dove, al suo interno, vi sono alcuni punti di osservazione dei soldati turchi chiamati a verificare, nell’ambito di un precedente accordo con Mosca, la cosiddetta “de escalation zone“.

Idlib infatti, già da diversi anni, viene considerata come una regione della Siria sotto l’influenza turca anche se le milizie sostenute da Ankara da tempo qui sono state sconfitte e messe in minoranza dalle forze più vicine ad Al Qaeda. Chiaro dunque il doppio segnale che ha voluto lanciare Assad all’indirizzo di Erdogan: da un lato ricordare al presidente turco la volontà di Damasco di riprendere Idlib, dall’altro che la riconquista di questa provincia deve essere il prezzo che Ankara deve pagare a seguito del via libera, accordato a Sochi, alla fascia di sicurezza contro i curdi.

La situazione ad Idlib

Intanto anche ad Idlib la guerra va avanti. Negli ultimi giorni sono proseguiti i raid aerei sia russi che siriani nelle zone controllate dagli islamisti, soprattutto quelle a sud di Aleppo e ad est della cittadina di Saraqib. Segno di come, nonostante la distrazione dovuta all’escalation nel nord del paese, né i vertici militari russi e né tanto meno quelli siriani hanno perso di vista il fronte rappresentato dall’ultima provincia fuori dal controllo di Damasco. La calma tra le fila delle truppe siriane schierate in zona è solo apparente: tra i soldati, ci si prepara a quello che, probabilmente, sarà l’ultimo atto della guerra.

La zona dove è avvenuta la visita di Assad, è la prima ad essere riconquistata dall’esercito siriano in questa provincia. Ad agosto infatti, la bandiera di Damasco è tornata a sventolare nella strategica cittadina di Khan Shaykoun, nota soprattutto per il presunto attacco chimico dell’aprile 2017, lo stesso che ha portato al primo raid di Donald Trump contro la Siria. Qui l’esercito siriano è tornato dopo almeno cinque anni di assenza ed è qui, tra le trincee visitate dal leader siriano, che adesso ci si prepara allo scontro finale.