Era il 2011 quando Mu’ammar Gheddafi venne rovesciato a seguito della prima guerra civile libica, segnando così l’inizio di una spaccatura all’interno del Paese che, a nove anni distanza, ancora non è stata superata. Dopo la caduta del regime in carica dal 1969, la Libia non è riuscita a trovare un’unità nazionale, creando uno scenario politico nel quale si sono intromesse una moltitudine di potenze mondiali e che comprendono, tra le altre, la Russia, la Francia, la Turchia e l’Egitto, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Con la popolazione allo stremo e la cronaca giornaliera che parla ormai incessantemente di incursioni, attacchi, attentati e scontri a fuoco, il Paese è ormai lo spettro di se stesso, ben lontano dal sogno della Libia indipendente del colonnello Gheddafi e sempre più soggiogato al potere internazionale. Uno scenario di conquista e di neo-colonialismo che, poco prima di essere deposto, l’ex-dittatore aveva tristemente profetizzato, promettendo di combattere sino all’ultimo affinché non accadesse.

“Combatteremo fino all’ultimo uomo e all’ultima donna”

“Esiste una cospirazione contro la Libia volta a creare un nuovo sistema di colonialismo e conquistare i nostri pozzi di petrolio. Tutto questo è impossibile, impossibile. Combatteremo sino all’ultimo uomo e ultima donna per difendere la Libia, da nord a sud, da est a ovest”. Con queste parole il colonnello Gheddafi – come riportato dalla testata britannica The Guardian – aveva preannunciato una stagione di invasione della Libia da parte delle potenze straniere. Un triste scenario per il popolo libico che, a nove anni di distanza, sembra però essersi trasformato nella dura realtà di tutti i giorni.

Dietro agli scontri tra il generale Khalifa Haftar e il presidente Fayez al-Sarraj si celano infatti i nomi di Emmanuel Macron, di Recep Tayyip Erdogan, di Vladimir Putin e di Abdel Fatah al Sisi. E nessuno di loro, in fondo, è minimamente interessato al bene della popolazione libica, bensì a semplici vantaggi economici legati alla conquista di un pozzo petrolifero aggiuntivo rispetto ai propri rivali internazionali. Una guerra di logoramento, fatta di brevi avanzate e celeri ritirate, tutte svolte nelle vicinanze di qualche giacimento di oro, il vero tesoro della Libia che Gheddafi ha tentato di difendere sino all’ultimo dall’invasione straniera.

Le bugie dei buonisti

Una delle frasi ripetute soprattutto dalle fazioni progressiste dell’Europa si riferiva alla necessità sociale di intervenire in Libia a seguito delle gravissime violazioni dei diritti umani perpetrati dalla famiglia Gheddafi. In parte fondata, questo grido di battaglia è stato in grado di convincere l’opinione pubblica circa la necessità di intervento, permettendo alla Libia di “liberarsi” da un regime durato oltre quarant’anni. Tuttavia, dall’intervento internazionale ad oggi che cosa ne è rimasto del territorio libico e della sua popolazione, se non qualche maceria e la quasi totalità delle famiglie distrutte?

In confronto a quanto accaduto in questi anni in Libia nei confronti della popolazione, Gheddafi potrebbe quasi essere paragonato a un agnellino. Una guerra continua, una criminalità nelle città giunta alle stelle e la continua paura che, da un momento all’altro, una bomba possa piovere sulla propria testa a causa di qualche mezzo militare straniero. La profezia di Gheddafi, in buona sintesi, non è altro che la quotidianità attuale di ogni libico che abita a Tripoli, Sirte e Misurata, una sciagura causata in toto dalle mire internazionali sulla regione.

Tutto questo, in conclusione, non fa altro che evidenziare la grandissima frottola che ci hanno fatto bere per troppi anni e che voleva la deposizione di Gheddafi come la naturale fine di un dittatore odiato dalla popolazione. Ma la verità, in fondo, è molto diversa. La fine di Gheddafi è quella di un dittatore che, sebbene con i metodi della dittatura, ha lottato fino all’ultimo per rendere grande agli occhi del mondo il proprio Paese, tentando di salvarlo – e pagando con la sua stessa vita – l’invasione straniera.

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