La geopolitica della corsa allo spazio
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La battaglia per la conquista del Donbass mette in palio una posta altissima per entrambi gli schieramenti. Per quanto riguarda la Russia, i vasti territori orientali dell’Ucraina rappresentano l’ultima chiamata per scongiurare il fallimento della cosiddetta “operazione militare speciale”.

Dopo aver mancato la probabile conquista di Kiev, o comunque aver fallito il tentativo di defenestrare il governo guidato da Volodymyr Zelensky, Mosca si è concentrata sui quadranti meridionali e orientali del Paese. Affinché Vladimir Putin possa esibire di fronte al suo popolo e ai suoi generali almeno un trofeo degno di nota, l’imperativo minimo delle truppe del Cremlino è prendere possesso degli oblast di Lugansk e Donetsk.

Sia chiaro: anche nel probabile caso in cui la Russia riuscisse a mettere le mani sul Donbass, questo potrebbe non essere un bottino sufficiente per considerare l’intera missione in un successo. Soprattutto se facciamo la tara tra costi, altissimi in termini economici e di vite umane, e benefici, limitati, visto che Putin avrebbe comunque potuto tentare l’assalto al Donbass controllato dall’Ucraina senza scatenare un simile terremoto. Per Zelensky, invece, si tratta ugualmente di una prova del nove ma con un significato differente. Ma andiamo con ordine.

La posta in palio per Mosca

Cambiata la strategia sul campo di battaglia, la Russia ha concentrato tutti i suoi sforzi sul quadrante est. Nell’ultimo mese gli uomini del Cremlino hanno spinto sul pedale dell’acceleratore per completare la conquista del Donbass e, al tempo stesso, intrappolare i soldati di Kiev in una sacca. Mosca ha ridimensionato le ambizioni e adesso, a colpi di artiglieria e attacchi aerei, sta mettendo in seria difficoltà la resistenza ucraina.

La posta in palio, per l’esercito russo, è altissima. Le forze di Mosca, come ha sottolineato anche il Wall Street Journal, vogliono infatti dimostrare al mondo che la loro potenza militare è in grado di impadronirsi e mantenere il territorio ucraino. L’eventuale successo del Cremlino potrebbe convincere Putin a sedersi al tavolo delle trattative e, probabilmente, fargli dimenticare per sempre Kiev e altre zone dell’Ucraina (ammesso e non concesso che fosse interessato a conquistarle).



La posta in palio per Kiev

Dall’altro lato, tuttavia, troviamo l’esercito ucraino, per niente intenzionato ad alzare bandiera bianca. La resistenza di Kiev, a tratti, ha ostacolato l’avanzata russa e rovinato i piani del Cremlino. Da questo punto di vista, un eventuale successo dell’Ucraina nel Donbass potrebbe convincere gli ultimi leader occidentali, ancora titubanti all’idea di inviare armi più potenti a Zelensky, a fare un ulteriore sforzo. I contrattacchi delle forze ucraine degli ultimi giorni lasciano pensare, tuttavia, che le forze russe dovranno fronteggiare minacce contro le loro retrovie e linee di rifornimento mentre continueranno ad avanzare nel cuore del Donbass.

Per quanto riguarda i colloqui di pace, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha spiegato che sarà possibile valutare un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky solo dopo la ripresa del processo negoziale tra Mosca e Kiev. “Partiamo dal fatto che all’inizio è necessario che le squadre negoziali riprendano a lavorare”, ha detto Lavrov al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Lavrov ha quindi accusato l’Ucraina per lo stallo dei negoziati. “La palla è stata dalla parte degli ucraini per quasi due mesi, da metà aprile, quando hanno cambiato l’approccio delineato a Istanbul, che eravamo pronti ad accettare come base. Gli abbiamo presentato una bozza di accordo a metà aprile, ma da allora non abbiamo ricevuto alcun riscontro”, ha concluso.

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