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Guerra /

8 novembre 1975, porto di Riga, Lettonia. La capitale di quello che è oggi uno Stato indipendente che si affaccia sul Mar Baltico, a quel tempo, faceva parte dell’Unione Sovietica ed era uno dei suoi porti principali, sede anche di una base navale tra le più importanti.

Il giorno prima, il 7, l’Urss aveva celebrato il 58esimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre e, come da tradizione, nei porti sedi di basi navali era stata effettuata una parata con le unità militari ivi stanziate. Tra le varie navi basate a Riga in quel periodo spiccava la fregata Storozhevoy, della classe Burevestink o project 1135 (Krivak I in codice Nato): una classe di navi che, per armamento, erano a forte vocazione antisom essendo armate, tra le altre cose, di un lanciatore quadrinato per i grossi missili Rpk-3 Metel (o Ss-N-14 Silex).

La Storozhevoy era nuova fiammante: varata nel marzo del 1973 era entrata in servizio nella Flotta del Baltico a dicembre dello stesso anno.

Quel giorno di novembre, successivo alla parata navale, era ormeggiata nel porto sul fiume Daugava della capitale lettone insieme ad altre unità militari, anch’esse reduci dalla manifestazione, e la sua sagoma moderna spiccava tra le altre sulle placide acque nebbiose della città. Una quiete ingannevole quella di Riga, perché di lì a poche ore si sarebbe scatenata una tempesta che avrebbe potuto causare una guerra.

Tra i duecento uomini di equipaggio della Storozhevoy c’era anche Valerij Michajlovich Sablin, capitano di corvetta della Flotta Rossa e zampolit, ovvero ufficiale politico. Zampolit è la contrazione di Zamestitel Po Politcheskim Delom, che è traducibile dal russo come “vicecomandante degli affari politici”. Nell’organizzazione militare sovietica, infatti, veniva nominato dal Pcus un commissario politico suo rappresentante presso tutti i reparti dell’Esercito, dell’Aviazione e su ogni singola unità della Marina militare. Il commissario era responsabile del rispetto dell’ortodossia comunista dell’unità alla quale veniva assegnato, affiancando il comandante militare, e tra le sue funzioni c’erano anche l’indottrinamento politico, la valutazione dell’affidabilità politica degli ufficiali, sottufficiali e truppa, nonché occuparsi del morale. In linea teorica, quale rappresentante del Partito, lo zampolit era escluso dalla catena di comando militare, ma in pratica poteva sollevare obiezioni e talvolta annullare ordini del comandante nonostante la sua impreparazione specifica.

Marina sovietica a Cuba (La Presse)

Sablin nacque nel 1939 a Leningrado (oggi San Pietroburgo), figlio di un ufficiale di marina, Mikhail Sablin. Entrambi i suoi fratelli maggiori non seguirono le orme del padre, e quindi tutte le speranze per la continuazione della tradizione marittima di famiglia erano riposte su Valery. Nel 1960 Sablin si laureò alla Frunze Higher Naval School di Leningrado, dove fu eletto segretario del comitato di facoltà del Komsomol ed entrò nel Pcus nel 1959: allora veniva visto da tutti come un uomo fedele agli ideali sovietici.

Nel 1963 venne inviato presso la Flotta del Mar Nero, ma considerò la disciplina e l’addestramento locali molto deboli, e quindi chiese ed ottenne di essere trasferito presso la Flotta del Nord, dove prestò servizio per diversi anni. Successivamente Sablin entrò nell’Accademia Lenin per gli studi politico-militari, un istituto specializzato nella formazione di funzionari politici per le Forze Armate, laureandosi con lode. Essendo un eccellente studente, Sablin fu inviato alla Storozhevoy: l’equipaggio della nave, nuova fiammante, fu formato da zero e venne selezionato il personale migliore. Doveva essere l’orgoglio della Flotta del Baltico.

Il capitano di corvetta, però, nascondeva in sé un seme di ribellione che germogliò proprio in quella sera di novembre del 1975. Già durante gli studi all’Accademia Navale, Sablin si era fatto notare dagli insegnanti per le sue esigenze di parità di trattamento di tutti gli studenti, indipendentemente dalla famiglia di origine. Successivamente, dopo la laurea, per molto tempo non ha potuto ricevere il grado di luogotenente anziano a causa di una lettera che inviò al segretario generale del Comitato centrale del Pcus Nikita Kruscev. Come spiegò in seguito lo stesso Sablin, si era sentito in dovere, da buon comunista, di condividere le sue opinioni sullo stato della Marina e del Partito. Un errore che avrebbe potuto costargli anche più caro in una società dove l’autorità non poteva essere messa in alcun modo in discussione. Sappiamo anche che dopo aver studiato all’Accademia Lenin, Sablin raccontò a una sua vecchia amicizia che aveva bisogno di acquisire le conoscenze necessarie per cambiare il Paese e il Partito. Il compagno, senza pensarci due volte, lo denunciò alle autorità, ma siccome il curriculum dello stesso informatore non era molto intonso, il Kgb considerò la denuncia una calunnia e la ignorò.

Il capitano di corvetta era quindi un idealista, un fedelissimo comunista, anzi, un integralista della dottrina sovietica al punto da considerare il tempo in cui viveva “corrotto”, e pertanto, come vedremo, era dovere di un ufficiale politico come lui fare qualcosa per svegliare le coscienze e ristabilire l’ideale originario di Lenin.

Torniamo ora a quel giorno di novembre. Sono le 22:30. La bruma sale dalle acque della Daugava ad ammantare di un velo bianco ed impenetrabile le unità navali ormeggiate in porto.

Sul ponte del sottomarino S-263, una vecchia unità della classe project 613 (o Whiskey per la Nato), davanti alla guardia sbucano, dal buio, due uomini: sono il tenente Firsov e un marinaio, entrambi facenti parte dell’equipaggio della fregata Storozhevoy.

Entrambi sono in uno stato di agitazione evidente e sostengono di essere fuggiti dalla fregata, poiché la nave era stata catturata. L’ufficiale di guardia è incredulo e chiama il comandante del sottomarino a cui Firsov riferisce che sulla Storozhevoy è in corso un ammutinamento, che il comandante è stato arrestato e che la rivolta è guidata dallo zampolit. All’inizio gli ufficiali sono a dir poco perplessi: la storia raccontata dal tenente non può essere vera. Gli ufficiali non sanno che fare e ragionano su quanto affermato dai due uomini scappati dalla fregata e così perdono più di un’ora di tempo per decidere se avvisare il comando della base, ma alle 23:50, quando la fregata molla gli ormeggi e leva l’ancora, non hanno più dubbi. La Storozhevoy si è ammutinata.

Poche ore prima della fuga dei due uomini, il capitano di corvetta Sablin aveva fatto imprigionare con un sotterfugio il comandante della nave, il capitano di fregata Anatoly Potulny, nel locale della stazione idroacustica, nel cuore della Storozhevoy, facendolo sorvegliare da un militare armato.

Una volta sistemato il comandante, Sablin aveva convocato a rapporto gli ufficiali e i sottufficiali dell’unità per informarli della sua decisione: portare la nave a Kronstadt, farla dichiarare territorio indipendente, e lanciare un messaggio alla nazione per condannare la corruzione della politica e scatenare la rivolta popolare per riportare l’Unione Sovietica alle intime origini del pensiero leninista. Sablin, in quella riunione, aveva sottolineato i problemi nel commercio in Urss, le violazioni delle regole per l’ammissione alle università e casi di abuso di potere da parte dei funzionari. Lo zampolit aveva anche spiegato che, a suo avviso, la leadership del Pcus si era allontanata dalle posizioni di Lenin nella costruzione del socialismo.

Era ora, pertanto, di portare la classe politica dirigente “in un tribunale nazionale” e chiedere conto delle sue azioni nella misura massima consentita dalla legge. Negli intenti di Sablin, l’azione, fortemente connotata da riferimenti storici, avrebbe dovuto dare l’impulso per l’inizio di una nuova ondata rivoluzionaria.

Ovviamente non tutti i presenti a quella riunione si sono trovati d’accordo con lo zampolit ribelle: almeno la metà degli ufficiali venne imprigionata essendosi schierata contro Sablin.

L’ammutinamento, però, era ormai cominciato, in quanto anche buona parte dell’equipaggio era dalla parte del capitano di corvetta, ora diventato comandante della fregata.

Poco prima della mezzanotte, quindi, la Storozhevoy molla, letteralmente, gli ormeggi e comincia una difficile navigazione nello stretto fiume di Riga, a luci e radar spenti, per poter prendere il largo.

A quel punto il comandante della base, il vice ammiraglio Anatoly Kosov, viene avvisato e tenta di mettersi in contatto con l’ufficiale ribelle per cercare di farlo desistere dai suoi intenti, che gli erano ignoti, e quindi ricondurre la nave in porto. Sablin, però, si rifiuta di parlargli e tanto meno di obbedirgli, e a quel punto Kosov avvisa le massime cariche politiche e militari della nazione: il ministro della Difesa Andrei Grechko e l’ammiraglio comandante della Flotta Rossa Sergeev Nikolai Dmitrievich.

Nei comandi sovietici si agita il sospetto che Sablin possa disertare e portare la nuova fregata in Svezia, come fece qualche anno prima un altro ufficiale, il capitano Jonas Pleskis, che nel 1961 giunse nel Paese scandinavo con un nave appoggio sottomarini e successivamente ottenne asilo politico negli Stati Uniti, dove morì nel 1993 all’età di soli 58 anni.

Pertanto una flottiglia di piccole navi missilistiche della Flotta del Baltico viene immediatamente mandata ad inseguire la Storozhevoy con l’ordine di aprire il fuoco se i ribelli avessero attraversato il meridiano a 20 gradi di longitudine est. A questo punto della nostra storia il ministro Grechko cerca, un’ultima volta, di ricondurre Sablin a più miti consigli, ma ottiene dallo zampolit solo un elenco delle richieste dei ribelli tra cui spicca la già citata richiesta di “dichiarare la nave territorio libero e indipendente dagli enti statali e di partito per un periodo di un anno e di fornire alla nave tutti i tipi di razioni”.

Sablin, nel suo discorso, afferma di voler “il diritto di parlare alla radio e alla televisione ogni giorno dopo Vremya (il notiziario televisivo dell’era sovietica n.d.r.) per 30 minuti”, aspettandosi quindi di ricevere “corrispondenza, supporto e incontri personali da esponenti di tutti i ceti sociali”, pensando quindi di innescare una nuova ondata rivoluzionaria. Lo zampolit chiede anche l’immunità per tutti i membri dell’equipaggio una volta sbarcati, sottolineando che se verrà usata la forza contro i ribelli, ogni responsabilità ricadrà sulle autorità statali.

Leonid Breznev

 

Lo Stato, però, è sordo, come nella migliore tradizione sovietica. Il premier, Leonid Brezhnev, a questo punto è sicuro che Sablin voglia disertare e ordina la distruzione della fregata con ogni mezzo.

Il 668esimo reggimento bombardieri, con base presso il campo d’aviazione di Tukums, sempre in Lettonia, viene allertato e i piloti, già in volo per una missione di addestramento, ricevono l’ordine di intercettare una “nave da guerra ha invaso le acque territoriali dell’Urss”. I piloti però, anche per via delle condizioni di scarsa visibilità dovute alla nebbia, non trovano la fregata e solo uno sgancia i suoi ordigni su un’unità navale che però è una nave da carico sovietica che aveva lasciato il porto di Ventspils poche ore prima.

La nave erroneamente attaccata comunica “un attacco di banditi nelle acque territoriali dell’Unione Sovietica” e nel frattempo la nave ribelle continua la sua rotta verso il mare aperto.

Nella mattinata del 9 il quartier generale della Flotta riceve un rapporto dai custodi del faro di Irbensky che scorgono la fregata in navigazione con rotta 210 gradi e velocità di 18 nodi. La rotta per Kronstadt è di 337 gradi ma i velivoli sovietici e la flottiglia uscita dal porto di Riga non la stava cercando lì.

Le acque territoriali della Svezia erano distanti solo 43 miglia e 2 ore e mezza di navigazione, mentre e Kronstadt distava 330 miglia e 18 ore. Ma tutti, dal comando della Flotta del Baltico sino a Breznev, sono sicuri che la nave sarebbe andata in Svezia.

Nel frattempo quindi gli aerei da combattimento continuano a setacciare il golfo di Riga, mentre la flottiglia di corvette missilistiche sotto il comando di Alexander Bobrakov stava cercando disperatamente di intercettare la nave ribelle.

Verso le 7 del mattino i marinai della Storozhevoy e i loro inseguitori entrano in contatto visivo, e a bordo della fregata capiscono che i loro compagni sono stati mandati a cercarli con l’ordine di ucciderli. Alle 8:10 un bombardiere Tupolev Tu-16 Badger lancia un missile da addestramento che si infila in acqua davanti alla prua della nave come ultimo avvertimento. A quel punto Sablin ordina, ad un equipaggio sempre più spaventato e dubbioso sulla giustezza della causa, di effettuare manovre evasive per evitare i velivoli, che a loro volta si tengono a distanza temendo il fuoco del nuovo sistema missilistico antiaereo 9K33 Osa installato sulla nave.

Quando i piloti capiscono che i marinai non li stanno puntando, attaccano. La prima bomba colpisce la Storozhevoy proprio al centro del ponte sul cassero della nave, penetrando nei locali sottostanti e bloccando il timone della nave nella posizione in cui si trovava. Altre bombe cadono in acqua in prossimità dello scafo nella zona poppiera danneggiarono ulteriormente il timone e le eliche. La fregata inizia a descrivere un ampio cerchio sul mare per poi fermarsi.

Nel frattempo i vascelli inseguitori si fanno sotto con l’intenzione di affondarla, perché i comandanti sono sicuri che la nave più recente della Flotta Rossa, con codici missilistici segreti e altre preziose informazioni, sarebbe andata in Svezia. Rendendosi conto di questo gli ammutinati ci ripensano, e a bordo scoppia una “rivolta nella rivolta” che permette di liberare il comandante Anatoly Potulny, il quale, salito in plancia, spara a una gamba a Sablin e comunica per radio che “l’ordine è stato ripristinato sulla nave”.

La ribellione era finita. Sablin viene arrestato e processato per tradimento finendo fucilato il 3 agosto del 1976 a 37 anni. Gli altri membri dell’equipaggio subiscono un destino “più fortunato”: tutti i colpevoli di ammutinamento vengono congedati con disonore, perdendo i gradi e venendo espulsi dal partito, quindi condannati ad una vita di stenti non potendo godere di pensione o sperare nella possibilità di avere un altro impiego.

La nave, come in un gesto scaramantico ma soprattutto per eliminare dal Baltico e dal porto di Riga un simbolo di ribellione, viene trasferita alla Flotta del Pacifico con un equipaggio totalmente nuovo. Finirà in disarmo nel 2002 e venduta come rottame all’India poco dopo.

Quell’episodio, che insieme alla vicenda di Pleskis ha ispirato Tom Clancy per il suo romanzo “Caccia a Ottobre Rosso” da cui hanno tratto un famoso film, rischiò anche di scatenare una guerra. L’attività navale sovietica, ma soprattutto quella aerea, di quel giorno di novembre mise infatti in allarme la Svezia che mobilitò i suoi caccia e le sue navi militari, e a sua volta non passò inosservata alla Nato, che temeva che quell’azione non comunicata fosse il preludio di una qualche offensiva sul fianco orientale dell’Alleanza.

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