Il gelo è calato sull’Aia, sede della Corte Penale Internazionale (CPI), a causa del suo lavoro contro Israele. Da febbraio, l’istituzione un tempo simbolo della globalizzazione dei diritti è al centro di un’escalation senza precedenti: mesi fa l’amministrazione di Donald Trump ha imposto sanzioni al procuratore capo, Karim Khan, dopo che la Corte ha emesso mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per presunti crimini di guerra a Gaza. Una decisione che ha portato il fronte filo-israeliano a compattarsi nella sua radicalizzazione, mostrando un liberalismo occidentale sempre più in frantumi.
La decisione americana ha condotto a effetti devastanti: l’indirizzo email istituzionale di Khan, riporta l’Associated Press è stato cancellato da Microsoft, costringendolo a trasferirsi su Proton Mail; i suoi conti nel Regno Unito sono stati congelati. I funzionari statunitensi della Corte sono stati avvertiti: se mettono piede negli Stati Uniti rischiano l’arresto. Sei alti funzionari si sono già dimessi. Organizzazioni non governative che collaborano con la CPI, spaventate dalle sanzioni, hanno interrotto ogni rapporto. Due Ong statunitensi per i diritti umani hanno smesso di rispondere alle email della Corte, temendo ritorsioni.
Una campagna di intimidazione
Questa campagna di intimidazione non è solo personale: è strategica. L’obiettivo è neutralizzare la capacità operativa dell’unico tribunale internazionale permanente con il mandato di perseguire genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. E la strategia sembra funzionare: le indagini in Sudan, ad esempio, si sono arenate, proprio mentre si accumulano nuove prove di atrocità.
La situazione è tanto più grave perché la Cpi non dispone di una propria forza di polizia, e dipende dalla cooperazione degli Stati membri. E adesso anche questa si sta sgretolando: tre Paesi – due dei quali dell’Unione Europea – si sono rifiutati di eseguire mandati d’arresto. Nel frattempo, i giudici della Corte hanno imposto al procuratore Khan il divieto di pubblicare richieste di arresto in diverse indagini, inclusi i casi sull’Afghanistan e sui Territori Palestinesi.
A complicare ulteriormente il quadro, Khan è al centro di un’indagine delle Nazioni Unite per presunte molestie sessuali nei confronti di un’assistente. Il procuratore ha negato le accuse, ma sarebbe già intervenuto per punire funzionari ritenuti vicini alla donna, aggravando le tensioni interne.
La globalizzazione delle prepotenze
La domanda ora è se la Corte riuscirà a sopravvivere ai prossimi quattro anni di Trump. Il rischio, sempre più concreto, è che sfidando grandi potenze come Stati Uniti e Israele, ma anche la Russia, la CPI finisca per sancire la propria irrilevanza. Quando ai mandati d’arresto non seguono le manette – come nel caso della visita di Vladimir Putin in Mongolia – il messaggio che passa è devastante: la giustizia internazionale è facoltativa per chi ha abbastanza armi e soldi per difendersi.
I suoi sostenitori sperano che le sanzioni restino mirate ai singoli e non colpiscano l’istituzione nel suo complesso. Ma se le banche e i fornitori tecnologici smettono di collaborare, come potrà la Corte pagare i suoi dipendenti o anche solo scrivere sentenze?
La CPI si trova davanti a un bivio esistenziale, dunque. I suoi Stati fondatori, tra cui l’Italia, il cui Governo ha fatto capire che non toccherà Netanyahu, devono decidere se difenderla o abbandonarla. Ma per proteggere il personale da sanzioni, contrastare la coercizione israelo-statunitense, dovranno ricordare a Washington che colpire la Corte significa danneggiare anche le cause condivise: dai crimini in Ucraina a quelli del regime birmano.
Per salvarsi la Corte stessa dovrebbe muoversi con più intelligenza strategica. Come? Contrastare l’ostilità di Trump e del suo alleato di ferro includendo solo gli avversari di Washington tra gli indagati? Ad esempio aprendo inchieste sui legami tra leader iraniani e Hamas? Non per dimostrare di essere davvero indipendente – lo è già: i mandati di cattura sui leader di Hamas sono stati già inviati, e non eseguiti solo perché quei leader sono morti – ma per quieto vivere.
La sopravvivenza della CPI dipende ora dalla sua capacità di resistere alla pressione di una globalizzazione dei diritti diventata globalizzazione delle prepotenze, che sta portando i tecnici delle democrazie verso l’isolamento e rivelando il liberalismo come una tigre di carta. In gioco non c’è solo il futuro di un’istituzione, ma l’idea stessa che la giustizia internazionale possa esistere, anche di fronte al potere nudo.

