Guerra /

Immagini satellitari risalenti all’inizio di questo mese confermano che in Azerbaigian, presso l’aeroporto di Ganja, sono presenti almeno due F-16 Viper che quasi certamente appartengono all’Aeronautica Militare della Turchia.

Le immagini, divulgate da Planet Labs e riportate per la prima volta da un reporter del New York Times, sono datate 3 ottobre 2020 e mostrano una coppia di F-16, nonché quello che potrebbe essere un aereo da trasporto leggero Cn-235. L’aeroporto di Ganja è situato nella parte occidentale dell’Azerbaigian, a meno di 80 chilometri a nord del Nagorno-Karabakh.

Il team di analisi del quotidiano newyorkese ha comparato quanto raccolto dai satelliti con le sagome di altri caccia che sono in forza all’Aeronautica Azera: Mig-29/UB, Sukhoi Su-24, Su-25/UB e Aero L-39 e ha ritenuto, con elevata percentuale di sicurezza, che si tratti proprio di F-16.

Sebbene la qualità delle immagini non permetta di riconoscere le insegne di nazionalità, gli unici caccia di questo tipo che potrebbero essere in Azerbaigian sono proprio quelli turchi anche in considerazione delle ricognizioni satellitari precedenti che evidenziavano gli stessi velivoli sullo stesso aeroporto.

La Turchia, infatti, ha inviato i suoi F-16 insieme ad un contingente di militari per partecipare a un’esercitazione con l’Aeronautica Azera a fine luglio, la TurAz Qartali-2020. Le manovre sono terminate il 10 agosto, ma le immagini da satellite mostrano che un mese dopo, il 10 settembre, i caccia turchi erano ancora presenti nell’aeroporto di Ganja.

Il problema della presenza di F-16 turchi in Azerbaigian e del loro possibile coinvolgimento nel conflitto in Nagorno-Karabakh è emerso per la prima volta il 29 settembre scorso, quando Shushan Stepanyan, capo ufficio stampa del ministero della Difesa di Erevan, ha affermato che uno di questi cacciabombardieri aveva abbattuto un aereo d’attacco armeno Su-25 “Frogfoot”. Turchia e Azerbaigian hanno categoricamente negato affermando che nessun F-16 turco stava conducendo operazioni di combattimento nella regione e ad oggi l’ipotesi del coinvolgimento diretto dei caccia di Ankara nel conflitto non trova nessuna conferma.

Per quanto riguarda l’identificazione dei caccia presenti a Ganja era circolata anche l’ipotesi che fossero degli M-346, gli addestratori avanzati costruiti da Leonardo che interessano a Baku anche nella versione caccia leggero M-346FA, ma la notizia è da smentire in quanto i velivoli non sono ancora stati consegnati all’Azerbaigian.

Cosa ci fanno allora gli F-16 turchi in un aeroporto azero? Il conflitto in Nagorno-Karabakh sta subendo una progressiva escalation: è stato segnalato l’utilizzo di missili balistici a corto raggio Lora (di fabbricazione israeliana) da parte di Baku con Erevan che ha risposto impiegando per il momento solo gli Otr-21 “Tochka-U” e tenendo in riserva i più moderni 9K720 “Iskander-M”.

L’aeronautica armena, sebbene numericamente meno forte di quella azera, può però disporre di una manciata di moderni velivoli da combattimento rappresentati da quattro Sukhoi Su-30SM a fronte di una linea di volo azera composta da velivoli più obsoleti. Pertanto Ankara potrebbe aver deciso di lasciare i suoi F-16 in Azerbaigian come deterrente per tenere fuori dal conflitto i nuovi caccia armeni.

La presenza degli F-16, però, di certo è anche un segnale politico molto forte in quanto bisogna considerare che i caccia non sono stati affatto nascosti dalla vista dei satelliti, ma tenuti in bella mostra nelle piazzole dell’aeroporto di Ganja: la Turchia sta quindi avvisando i Paesi stranieri coinvolti nel conflitto che il suo supporto all’Azerbaigian non cesserà.

Un conto, però, è dare appoggio diplomatico e sostenere le rivendicazioni di Baku, un altro è inviare cacciabombardieri, fornire mezzi militari come i droni Bayraktar, e soprattutto facilitare l’ingresso in Azerbaigian di milizie provenienti dalla Siria che sono state identificate come jihadiste ma che, molto più banalmente, potrebbero semplicemente essere truppe irregolari turcomanne che Ankara utilizza come proxy così come fanno altri Paesi storicamente più attivi nei moderni conflitti asimmetrici.

La Turchia quindi scopre le sue carte per proporsi come possibile futuro pacificatore dell’area ma soprattutto per arrivare a raccogliere intorno a sé tutte le istanze delle popolazioni di origine turca che vivono nell’area compresa tra il Caucaso e l’Asia centrale ex sovietica. Una mossa tesa a parare il tentativo iraniano di ingerenza, con Teheran che per voce del presidente Hassan Rouhani ha affermato non sopporterà la presenza di miliziani stranieri in Nagorno-Karabakh, riferendosi proprio all’attività di facilitazione dell’ingresso in Azerbaigian di truppe irregolari messa in atto della Turchia. Recentemente l’Iran ha anche chiesto la fine di qualsiasi coinvolgimento straniero nel conflitto e ha chiesto a entrambe le parti di porre fine agli scontri e di negoziare una risoluzione “nel quadro del diritto internazionale”.

Una mossa rivolta anche a Mosca. Dall’altra parte, infatti, c’è la Russia, sospesa tra sentimenti contrastanti che vedono un’affinità culturale con l’Armenia ma che non possono dimenticare che l’Azerbaigian, con le sue riserve di idrocarburi attinti dal bacino del Caspio, è un Paese molto importante per la propria geopolitica.

Ankara potrebbe aver scelto deliberatamente di alzare il livello di scontro con Mosca proprio per evitare che diventi il riferimento per la pacificazione in modo da accreditarsi sullo scenario politico globale e portare al presidente Recep Tayyip Erdogan quel successo diplomatico che ancora gli manca.

Il Cremlino, dal canto suo, non resterà a guardare. Il presidente russo Vladimir Putin ha già fatto sapere che la Russia ha degli obblighi nei confronti dell’Armenia quando ha detto in un’intervista, riportata da Interfax, che “l’Armenia è un membro della Csto e abbiamo determinati obblighi nei suoi confronti nell’ambito di questo trattato. Con nostro grande dispiacere le operazioni militari sono ancora in corso e non vengono condotte sul territorio dell’Armenia. Per quanto riguarda l’adempimento da parte della Russia degli obblighi nell’ambito di questo accordo, vi abbiamo sempre adempiuto, vi adempiamo e continueremo ad adempiervi”.

Mosca quindi apre alla possibilità di un intervento diretto nel conflitto che coinvolge due Stati che fanno parte della sua sfera di influenza. L’eventualità che questo accada, stante la maggior presenza turca, è sempre più alta, ma riteniamo che uno scontro armato tout court sia poco plausibile proprio perché correrebbe il rischio di coinvolgere apertamente la Turchia, che fa parte della Nato, con le conseguenze che possiamo immaginare. Si prospetta quindi uno scenario ibrido tra una situazione siriana, dove vengono colpiti solo i proxy quindi nella fattispecie le milizie turcomanne, per arrivare a un accordo tra le parti (Ankara compresa), e quella di una forza russa di interposizione che congelerebbe, ancora una volta, il conflitto nel Nagorno-Karabakh.