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La Turchia potrebbe acquistare una seconda batteria del sistema missilistico antiaereo russo S-400, ma come clausola per l’accordo insiste sulla necessità di produzione congiunta e sul trasferimento di tecnologia. Ad affermarlo alla Cnn Turk è stato il direttore della Presidenza turca per l’industria della difesa, Ismail Demir. “Fino a quando non saranno state adottate ulteriori sanzioni, non vedremo alcun rischio. Se l’avessimo voluto, il secondo set di S-400 sarebbe arrivato oggi, ma la produzione congiunta e il trasferimento tecnologico sono per noi importanti”, sono state le parole di Demir riprese da Ria Novosti.

Il funzionario turco ha anche aggiunto che i sistemi S-400 “sono pronti per il funzionamento e verranno utilizzati non appena se ne presenterà la necessità”.

Lo scorso ottobre, infatti, vi avevamo raccontato di come Ankara avesse inviato i suoi sistemi di difesa missilistica di fabbricazione russa nella provincia di Sinope, sul Mar Nero, per effettuare dei test che si sono svolti con successo, anche col lancio di almeno un missile nonostante le prime indiscrezioni riferissero che sarebbero stati utilizzati solo i sistemi radar.

La decisione di effettuare i test ha avuto, in quella occasione, una tempistica quantomeno singolare: nei giorni precedenti, a Bruxelles, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, durante una conferenza stampa in cui era presente anche il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, aveva affermato che “siamo preoccupati per le conseguenze dell’acquisizione da parte della Turchia del sistema S-400. Il sistema può rappresentare un rischio per gli aerei alleati e può portare a sanzioni statunitensi. Questa è una decisione di carattere nazionale per la Turchia, ma l’S-400 non può essere integrato nel sistema di difesa aerea e missilistica della Nato”. Il segretario aveva anche aggiunto che invitava la Turchia a “collaborare con altri alleati per trovare soluzioni alternative”, che si sono concretizzate nell’ipotesi, finora rimasta solo tale, di una gestione del sistema in modo congiunto con l’Alleanza Atlantica.

La consegna degli S-400, che hanno causato la crisi nelle relazioni turco-americane, sono iniziate nell’estate del 2019. Washington ha subito chiesto di abbandonare l’accordo e di acquistare in cambio sistemi Patriot americani, e a fronte del rifiuto turco ha estromesso Ankara dal programma F-35, in cui aveva parte attiva, trattenendo i velivoli pronti per essere consegnati all’Aeronautica Turca. Il proseguimento della consegna del sistema da difesa aerea ha anche provocato l’imposizione di sanzioni in conformità con Caatsa (la legge che colpisce quegli Stati che acquistano armamenti da Paesi avversari degli Stati Uniti, Russia compresa). I provvedimenti sanzionatori statunitensi hanno colpito funzionari e istituzioni turche responsabili dell’acquisizione dei Triumf (così si chiama il sistema russo), che, secondo il segretario di Stato Mike Pompeo, mettono in pericolo le forze armate statunitensi proprio per la connivenza all’interno del sistema difensivo della Nato. Ankara ha rifiutato di fare concessioni e ha continuato i negoziati per un lotto aggiuntivo di S-400.

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato, sulla vicenda, che la reazione degli Stati Uniti ha dimostrato ancora una volta l’incapacità di Washington di competere in modo equo. Forse però risulterà più interessante, nelle prossime settimane, guardare a cosa farà la Russia in merito alla richiesta della Turchia riguardante la cessione di tecnologia del sistema S-400 e la sua produzione congiunta.

Ankara, per quanto riguarda gli armamenti, ha quasi sempre posto questa clausola ai Paesi produttori primari: ci sono tanti esempi di armamenti e sistemi, in servizio nelle Forze Armate turche, derivanti da progetti allogeni costruiti su licenza in Turchia. Le fregate classe G, ad esempio, derivano direttamente dalle vecchie classe Perry statunitensi, e ancora gli stessi elicotteri da attacco T-129 sono la versione turca dell’italiano A-129 Mangusta; senza dimenticare il veicolo Cobra, un mezzo blindato derivato dall’americana Humvee e costruito dalla turca Otokar, o i cannoni semoventi da 155 millimetri T-155 Firtina, che sono una copia locale su licenza del self propelled gun sudcoreano K9 Thunder.

Il requisito fondamentale, affinché la Turchia possa acquistare armamenti stranieri, è infatti la produzione su licenza integrale, parziale o la coproduzione, come avvenuto per lo stesso caccia F-35 nel cui consorzio si annoveravano alcune industrie aerospaziali turche. La medesima richiesta è stata quindi avanzata anche alla Russia per gli S-400, ma il Cremlino, sino ad oggi, ha sempre accuratamente evitato di dare una risposta definitiva alle istanze turche e riteniamo che, se Ankara porrà questa condizione in modo imprescindibile, l’accordo per la seconda batteria non si farà.

Mosca molto difficilmente vorrà concederle la facoltà di partecipare alla produzione degli S-400, o addirittura cederne parte della tecnologia, in quanto i rapporti con la Turchia, che è pur sempre un Paese della Nato nonostante la crisi interna recente causata dalla “questione greca”, non sono propriamente idilliaci: Ankara si sta configurando come un avversario regionale per il Cremlino, stante la gestione del conflitto in Nagorno-Karabakh, e la politica panturca del premier Recep Tayyip Erdogan è vista con sospetto quando va a toccare le repubbliche islamiche asiatiche che un tempo facevano parte dell’Urss e che rappresentano ancora la sfera di influenza – ed i cortile di casa – di Mosca.

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