“È necessario che gli Usa si ritirino immediatamente da Manbij. Devono tagliare ogni tipo di legame con i gruppi terroristici”. A parlare è il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu che, nemmeno troppo velatamente, minaccia gli Stati Uniti e svela ciò che era chiaro a tutti: l’esercito di Ankara non si fermerà ad Afrin, ma continuerà la sua avanzata nei territori controllati dai curdi.

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Un miliziano dell’Esercito siriano libero, forza ribelle sostenuta dalla Turchia, ad Azaz, sulla strada che porta ad Afrin. Da quando Ankara ha lanciato l’operazione “Ramoscello d’ulivo” (20 gennaio) molti combattenti dell’opposizione si sono spostati sul fronte di Afrin (Foto LaPresse)

A Manbij i combattenti appoggiati da Washington, come riporta Reuters,  si stanno già preparando per fronteggiare i turchi.





Gli Usa invece non sanno ancora che fare perché ogni mossa comporta un rischio. Se abbandonano i curdi al loro destino, perdono la faccia; se fronteggiano Erdogan, non solo perdono un alleato ma, di fatto, rischiano di esser cacciati dalla Siria dopo sette anni di guerra per procura. Inoltre, nel caso in cui Washington andasse a muso duro contro Ankara si potrebbe scatenare un conflitto all’interno della Nato. Lo scenario è dunque quello della débâcle. Anche perché al fianco di Erdogan ci sono gli uomini dell’Esercito siriano libero, a lungo foraggiati dall’Occidente, che ora hanno chiarito da che parte stanno: quella della Turchia.

Che fare, quindi? Come abbiamo sottolineato ieri, i curdi di Afrin hanno chiesto aiuto a Bashar al Assad: difendici dai turchi e, in cambio, avrai indietro i tuoi territori (questo è il succo del discorso). Damasco – nonostante le parole di condanna – per ora sta a guardare. Certo è che i curdi hanno ragione quando dicono che l’operazione “Ramoscello d’olivo” “minaccia l’integrità territoriale della Siria” e che quindi, prima o poi, Assad dovrà intervenire. Ma Damasco non fa nulla. Forse perché aspetta il vertice di Sochi che si terrà domani e dopo domani in Russia. 

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Un carro armato turco attraversa la frontiera a Oncupinar, al confine con la Siria, non lontano dalla città di Kilis. Foto LaPresse

Proprio oggi, alla vigilia del vertice, i curdi hanno annunciato che non saranno presenti: “Abbiamo detto che se la situazione ad Afrin fosse rimasta uguale, non avremmo potuto assistere ai colloqui di Sochi”. Un’occasione persa, certamente. 

Perché i curdi ora si trovano a un bivio. O trovano un nuovo alleato (Assad) o rischiano davvero di scomparire. Secondo i numeri forniti dallo Stato maggiore turco, sarebbero almeno 394 le persone uccise (Ankara li definisce “terroristi” per giustificare quella che di fatto è pulizia etnica) dall’inizio dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”. I morti continuano a salire e le autorità curde devono capire da che parte stare. Prima che sia troppo tardi.

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