Il 15 giugno la Turchia ha lanciato una nuova operazione militare contro il nord-ovest dell’Iraq, territorio appartenente al Governo regionale del Kurdistan (o KRG). Inizialmente Ankara ha dispiegato aerei da guerra e droni per colpire le basi del Partito dei lavoratori curdo (PKK) presenti a suo dire tra le montagne di Qandil, la provincia yazida di Sinjar e il campo profughi di Makhmour, tutte aree spesso soggette a bombardamenti e attacchi aerei da parte della Turchia. Il ministro degli Esteri ha prontamente presentato l’operazione come la risposta ad un recente incremento degli attacchi del PKK contro i soldati turchi, facendo ancora una volta ricorso al tema della sicurezza interna e del terrorismo. La Turchia non è nuova ad interventi militari contro i curdi in Iraq, ma quest’ultima operazione ha presentato caratteristiche diverse rispetto al passato.

L’invio delle truppe e le reazioni internazionali

L’operazione Artiglio d’aquila, come detto, ha avuto inizio con il bombardamento di precise zone di confine con l’Iraq. Due giorni dopo, però, le truppe speciali turche hanno fatto il loro ingresso ad Haftanin, occupando di fatto il territorio di un altro Stato sovrano. Ma a sorprende è anche il coinvolgimento dell’Iran nell’attacco contro il territorio iracheno a maggioranza curda: colpi di artiglieria infatti sono stati lanciati anche da Teheran e sono proseguiti fino a giovedì 18 giugno. Secondo quanto riportato dall’agenzia stampa iraniana YJC, le Guardie della rivoluzione hanno colpito alcune postazioni del PDKI, partito curdo iraniano considerato dalle autorità di Teheran come un gruppo anti-rivoluzionario nonché un pericolo per la stabilità della Repubblica islamica. Sia Turchia che Iran portano avanti politiche di repressione nei confronti della minoranza curda presente tanto nei loro territori, quanto in quelli limitrofi, come dimostrano i ripetuti attacchi contro il nord dell’Iraq.

L’operazione turca ha scatenato reazioni contrastanti tra gli attori regionali più importanti. L’operato di Ankara è stato fortemente condannato da Baghdad, che ha richiamato l’ambasciatore turco in Iraq, Fatih Yildiz, per esprimere la propria contrarietà e per chiedere la fine immediata dei bombardamenti. Le parole del Governo iracheno – pronunciate quando ancora si trattava di un intervento unicamente aereo – sono però cadute nel vuoto nonostante il sostegno dell’Iraq’s Joint Operations Command, che ha anche sottolineato come i bombardamenti abbiano colpito anche obiettivi civili.

A schierarsi in difesa di Baghdad sono stati anche Lega Araba, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi hanno rilasciato un comunicato in cui l’intervento militare veniva definito una “violazione della sovranità di uno Stato arabo fratello” oltre che delle leggi internazionali. La condanna di Abu Dhabi, come riferisce al-Monitor, giunge dopo alcune notizie riguardanti presunti trasferimenti monetari dagli Emirati al PKK in Iraq e che avevano inasprito ulteriormente i rapporti tra l’emirato e la Turchia. Le relazioni tra i due Paesi sono infatti ai minimi dal 2017 a causa del sostegno turco al Qatar, sottoposto da tre anni a embargo dagli altri membri del Consiglio del Golfo.

Da Erbil, capitale del KRG, non è pervenuta invece alcuna rimostranza nei confronti della Turchia: il Governo regionale curdo intrattiene da tempo rapporti sempre più stretti con Ankara e identifica nel PKK una minaccia alla sua stessa stabilità.

I motivi dietro l’intervento contro il Pkk

A spingere Recep Tayip Erdogan a lanciare una nuova operazione contro il PKK sono state ragioni sia di politica interna che estera. La Turchia è ancora alle prese con il coronavirus e la conseguente crisi economica sta creando non pochi problemi al presidente, tanto che da giorni sui media turchi si parla di possibili elezioni anticipate. Un nuovo attacco, questa volta anche di terra, contro uno dei maggiori nemici interni della Turchia è un espediente utile per distrarre l’opinione pubblica dai problemi economici e per riaffermare il potere e il ruolo di difensore dello stesso presidente. Ma Erdogan non guarda solo alla politica interna. Le operazioni militari contro il vicino KRG permettono alla Turchia di aumentare la propria influenza nella regione in un momento in cui le truppe turche sono già presenti in Siria e Libia secondo il modello del neo-ottomanesimo. Il modello “zero problemi con i vicini” sembra ormai un ricordo lontano.

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