Guerra /

Un mese dopo il ritiro dall’Afghanistan da parte delle truppe occidentali, il mondo della diplomazia e delle analisi sembra avere già iniziato a rimuovere le questioni che si sono aperte durante l’abbandono del Paese. Eppure restano ancora delle domande in sospeso: dubbi su cui gli esperti si sono interrogati e che tendono a mostrare un’altra realtà di questa “Tomba degli imperi” molto più difficile da comprendere di quanto si possa immaginare.

Spiegato il perché del ritiro, il “grande gioco” regionale e mondiale e le prospettive di un Emirato a guida talebana, quello che molti si sono chiesti è quale lezione ci sia da imparare da questa “guerra infinita” terminata con la cessione del potere agli studenti coranici. La risposta è difficile e sicuramente non univoca. Le domande sono tante, le risposte anche. E le lezioni di questo conflitto non possono naturalmente essere poche. Una però ci è parsa importante, ed è il fallimento di uno Stato. O meglio, il fallimento dell’idea per cui il destino di un popolo possa essere racchiuso nei rigidi schemi di una forma statale ormai ritenuta la base della diplomazia dai tempi di Westfalia. Perché i talebani hanno insegnato che esiste una forma di organizzazione sociale che trascende lo Stato nazionale, che preesiste a esso e che lo supera. E questa forma di comunità umana, il sistema più o meno “tribale”, tende anche a sconfiggere chi crede di poter replicare su scala mondiale modelli di vita e di società non perfettamente sovrapponibili.

Del resto è evidente che se lo Stato come forma di organizzazione nazionale si è dimostrato in crisi anche nel mondo occidentale, tanto più esso può essere fragile in aree del pianeta dove è privo di radicamento nella società. La tribù, il clan, l’elemento etnico sembrano essere più forti. E se il tribalismo è un fenomeno che avanza anche in Paesi del nostro emisfero, esso dimostra vigore e capacità di azione proprio in Asia centrale, come anche in altre regioni del mondo. Perché la “tribù”, il gruppo che vive all’interno o alternativo allo Stato, è una produzione del territorio, del clima e della popolazione locale che può sicuramente rispondere alle esigenze delle persone e di quel dato ambiente più di una forma statale.

A spiegare questi concetti è il professor Sumit Guha, docente all’Università del Texas, ad Austin, e autore di una recente pubblicazione dal titolo “Tribe and State in Asia Through Twenty-Five Centuries”. Sentito da InsideOver, il professore ci spiega che il concetto di tribù è estremamente più complesso della lettura che gli si dà nel mondo occidentale.

“‘Tribù‘ – ci dice il professore Guha – è il nome che diamo a un particolare tipo di organizzazione sociale. Seguendo Max Weber, definisco la ‘organizzazione’ come un modo spesso ripetuto, abituale, stabile di relazionarsi con gli altri umani. Oggi il nome ‘tribù’ è applicato a molti tipi diversi di comunità. Le Nazioni Unite hanno promosso questo concetto assumendo che tribale è identificato con indigeno e quindi come una popolazione ormai in minoranza. Ma in base a questo, per esempio, gli Han non sono indigeni in Cina, ma 2.900 russi sì”. Quello che però il professore tende a sottolinearci, e lo spiega anche nel suo saggio, è che nel senso di “tribù militante”, la caratteristica principale è che la sua forza risiede nella “solidarietà e capacità di azione collettiva”, in cui “la tribù apparirebbe come un meccanismo di adattamento nelle fasi di debolezza o fallimento dello Stato”.

Ma la tribù è davvero un concetto arcaico? Chiediamo al professore una risposta a questa domanda. Perché in Occidente c’è spesso un’idea superficiale quando si parla di tribù, dando di essa un’immagine di arretratezza. Eppure, come dicevamo, il sistema appare in grado di resistere alla modernità dei sistemi nazionali e internazionali. Anzi, paradossalmente c’è dove lo Stato fallisce. “Sono d’accordo che è superficiale pensare la tribù in questi termini. Il tribalismo è un fenomeno politico ricorrente nella storia, non una fase passata dell’evoluzione sociale umana. La forza delle tribù è un credo, il rovescio della debolezza degli Stati. Gli Stati sono deboli quando altre organizzazioni ispirano una maggiore lealtà e un’azione più energica rispetto allo stato ufficiale. L’organizzazione alternativa può essere una tribù definita da una struttura di parentela. O qualcosa di simile”.

Un’energia che in Afghanistan è apparsa fondamentale, dal momento che una volta abbandonato il campo, Kabul è tornato l’epicentro di scontri tribali, tra clan, etnici e anche religiosi. La rete umana fatta di parentele, rapporti di sangue e di solidarietà, ha superato immediatamente la concezione dello Stato. E la dissoluzione delle forze di sicurezza, indubbiamente connessa a errori strategici ma anche tattici e alle capacità di guerriglia dei talebani, ha radici anche nella percezione di organizzazioni diverse dallo Stato verso cui riversare la propria fedeltà. Senza avere nulla per cui combattere (e morire), la tribù, l’elemento clanico o quello familiare e locale, hanno avuto il sopravvento sullo Stato. E quello che ora si vede a Kabul è una forma di governo molto più vicina a un sistema tribale che a una concezione moderna di organizzazione statale di matrice nazionale. A riprova che questo sistema non è un retaggio dell’antichità, ma un’organizzazione che si adatta al mondo e al territorio.