Elezioni a marzo e cessate il fuoco: l’annuncio del governo di accordo nazionale potrebbe aprire una nuova fase per la Libia. Nel frattempo le trattative sulla pace, tra cui una zona smilitarizzata al centro della Libia sotto il controllo di osservatori europei su mandato delle Nazioni Unite. Potrebbe essere questa la soluzione alla guerra mondiale in scala ridotta e bassa intensità che si combatte nell’ex Jamahiriya del defunto colonnello Muammar Gheddafi. Una proposta al riguardo è stata avanzata dalla Missione di assistenza Onu in Libia (Unsmil) della statunitense Stehpanie Williams, inviata delle Nazioni Unite “facente funzioni” dopo le dimissioni per motivi di salute del diplomatico libanese Ghassan Salamé lo scorso marzo. Un’iniziativa portata avanti anche dal ministro degli Esteri della Germania, Heiko Maas, in una recente missione a Tripoli, dove il capo della diplomazia tedesca si è fatto fotografare in giubbotto anti-proiettile e occhiali da sole mentre scendeva da un cargo militare nell’aeroporto di Mitiga, unico scalo aereo civile a servire la capitale della Libia. “L’istituzione di una zona smilitarizzata intorno a Sirte è la chiave raggiungere per la pace. Il governo libico sostiene questa proposta”, riferisce un comunicato stampa del ministero degli Esteri tedesco. In questo contesto potrebbe trovare spazio l’invio di un contingente di peacekeeper o di osservatori europei, iniziativa che potrebbe consentire all’Italia di tornare giocare un ruolo di primo piano nella partita libica.

Punti di vista differenti

Secondo fonti vicine al dossier consultate da InsideOver, sulla questione ci sono due punti di vista differenti. Galvanizzato dalle ultime vittorie militari, il Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale il Tripoli – il doppio nome che sta ad indicare per primo l’organo nato con l’accordo politico di Shkirat, firmato il 17 dicembre 2015 in Marocco, rimasto con appena quattro membri superstiti dei nove originari; e per secondo il governo che non ha mai ricevuto la fiducia dalla Camera dei rappresentanti, il parlamento libico che si riunisce in Cirenaica – vorrebbe una zona smilitarizzata di dimensioni spropositate, che da Sirte scenda a sud fino alla base aerea di Al Jufra e per estendersi ad est fino ad Agedebia, città natale di Haftar, lambendo gli strategici e ricchi giacimenti della Mezzaluna petrolifera. Da parte sua, l’autoproclamato Esercito nazionale libico di Bengasi – coalizione di milizie, alcune delle quali composte da fanatici dell’islam salafita, riunite in “battaglioni” e “brigate” per dare l’impressione di una forza ufficiale, spalleggiata da sponsor stranieri – vuole mantenere lo status quo, dal momento che Sirte e Al Jufra sono sotto il suo controllo. In questo senso, l’annuncio del cessate il fuoco da parte di Tripoli è un segnale importante.

Nessuno vuole davvero la guerra

L’approccio dei negoziatori, spiegano le fonti di InsideOver, non può che essere “incrementale”: occorre cioè partire da piccole porzioni di territorio per poi eventualmente allargare ed estendere la zona smilitarizzata. E’ una mediazione complessa, ma che poggia da una base chiara: nessuno vuole veramente la guerra. Non a caso il conflitto è congelato dallo scorso mese di giugno, con le forze di Tripoli e Misurata appostate a pochi chilometri da Sirte. La situazione potrebbe rimanere la stessa fino alle elezioni degli Stati Uniti. La possibile elezione di Joe Biden potrebbe cambiare le carte in tavola, perché i democratici si sono mostrati molto più duri con la Russia (presente a Sirte e non solo con i suoi mercenari) rispetto a Donald Trump. Fino ad allora sarà difficile che ci siano cambiamenti sostanziali e nuove prove di forza. Anzi, l’impressione è che più passi il tempo, maggiori siano le possibilità di una risoluzione pacifica del conflitto, come evidenzia l’annuncio sulla riapertura dei terminal di esportazione di greggio da parte del generale Khalifa Haftar.

Riaprono i terminal di petrolio

La decisione di Haftar è importante, ma va interpretata. Agenzia Nova suggerisce una doppia chiave di lettura, una economica e l’altra politica. Senza riaprire i terminal, infatti, la Cirenaica sarebbe finita in blackout nel giro di 48-72: niente luce, niente aria condizionata e niente internet avrebbero portato la popolazione a scendere in piazza, mettendo il “feldmaresciallo” in grave imbarazzo in un momento chiave. Il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk), Aguila Saleh, secondo le fonti di Nova, stava per far uscire un durissimo comunicato in cui “condannava senza mezzi termini la politica di chiusura”. Haftar ha anticipato la nota Saleh, ma ormai gioca di rimessa: non è più lui a dettare i tempi, il pallino è nelle mani del politico di Tobruk e della Noc di Tripoli (che ora ha il coltello dalla parte del manico, dopo essere stata a lungo ricattata dal feldmaresciallo). Altro attore da non sottovalutare è Khaled al Mishri, il presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli (il “Senato” libico con sede a Tripoli) e figura di riferimento dei Fratelli musulmani. Sia lui che Saleh, infatti, ambiscono a ricoprire l’incarico di prossimo presidente della Libia e cercano di oscurare sempre più il ruolo di Haftar e di Fayez al Sarraj, il premier del Governo di Tripoli sempre più impopolare.

L’Egitto media dietro le quinte?

L’accordo per riaprire l’industria petrolifera è importante perché propedeutico per raggiungere un cessate il fuoco duraturo. Secondo il quotidiano panarabo edito a Londra di proprietà saudita Asharq al Awsat, l’Egitto potrebbe aver avuto un ruolo importante nella decisione di Haftar. In effetti, il maresciallo di campo ha ricevuto il capo dei servizi segreti militari egiziani, generale Khaled Megawer, presso la base di Rajma, vicino Bengasi: è stato quest’ultimo a consegnare il misterioso messaggio all’uomo forte della Cirenaica. Al Cairo, intanto, il presidente dell’Egitto, Abdel Fatah al Sisi, mostra i muscoli ordinando di “mantenere il massimo grado di prontezza militare”. La decisione del presidente-generale sembra essere una risposta alle manovre della Turchia che ha stretto con Tripoli un’intesa per avere in concessione il porto di Misurata per 99 anni. Come già sottolineato da InsideOver, tuttavia l’Egitto non vuole impegnarsi in un conflitto militare dagli esiti imprevedibili per almeno tre motivi:

  • scarsa legittimità (a Tripoli c’è pur sempre un governo riconosciuto dall’Onu);
  • difficoltà economiche (la crisi del coronavirus ha colpito anche loro);
  • impreparazione militare (la Turchia resta il secondo Esercito più potente della Nato).

Al contrario degli Emirati Arabi Uniti, che si ostinano a ostacolare ogni forma di accordo, Il Cairo sta portando avanti dietro le quinte un paziente lavoro di dialogo costruttivo. L’impressione, infatti, è che Al Sisi abbia tutto da guadagnarci da una possibile “zona cuscinetto” con la Turchia. L’Italia, da parte sua, è chiamata a scegliere al più presto da che parte vuole stare.

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