Guerra /

Latitudine 69°36’59” Nord, longitudine 37°34’26” Est. Mar di Barents, non lontano da Poljarnyj, una delle tane dei sottomarini russi in quel lungo fiordo che prende il nome di Baia di Kola. Queste sono le coordinate geografiche in cui il Kursk, un sottomarino a propulsione nucleare lanciamissili da crociera (Ssgn), è affondato portando con sé le vite di 118 uomini.

È il 12 agosto del 2000, un sabato, e la Flotta Russa del Nord ha preso il mare per la più grande esercitazione navale dai tempi della Guerra Fredda: 30 navi di superficie, tra cui l’incrociatore classe Kirov Piotr Velikij accompagnato dall’ammiraglia della flotta, la portaerei Admiral Kuznetsov, e quattro sottomarini.

Sono tempi difficili per la Flotta Russa: i ripetuti tagli di bilancio degli anni precedenti, causati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, ne hanno menomato fortemente le capacità operative. Nel 2000 la condizione delle infrastrutture di supporto era atroce: i moli dei sottomarini, il caricamento dei siluri le gru, le officine di riparazione, le attrezzature di soccorso, i centri di addestramento e gli alloggi versano tutti in pessime condizioni. Nel 1995, il bilancio annuale della flotta viene speso interamente nella prima metà dell’anno così il pagamento degli stipendi per il personale viene sospeso per diversi mesi, generando malcontento e soprattutto vergogna: quella che un tempo era una delle più potenti flotte del mondo, la seconda per numero dopo quelle statunitense, stava arrugginendo nei porti.

Il neoeletto presidente della Russia, Vladimir Putin, promise di aumentare il prestigio delle Forze Armate ridando dignità ai militari vilipesi da un decennio di tagli e incuria. Per impressionarlo gli ammiragli della Flotta del Nord decisero di tenere, pertanto, la solita esercitazione estiva annuale su una scala mai vista dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Un’occasione per ridare prestigio alla Russia agli occhi del mondo. Un’occasione per impressionare alleati – erano presenti osservatori militari cinesi – e avversari – i Paesi occidentali – che allora non erano così tanto avversari.

Il Kursk era il sottomarino simbolo della rinascita della Russia. Impostato nel 1990, varato nel 1994 ed entrato in servizio un anno dopo, rappresentava il moto di orgoglio della Federazione Russa che voleva dimostrare al mondo che il Cremlino era ancora un attore di cui tener conto sul palcoscenico della politica internazionale.

Il Kursk (codice identificativo K-141), apparteneva alla classe Antey, o project 949A (Oscar II in codice Nato), che rappresentava, a quel tempo, il non plus ultra della tecnologia in fatto di costruzioni navali sottomarine russe. Il fiore all’occhiello della Flotta quindi, e la prima unità di questo tipo ad entrare in servizio dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Comandato da Gennady Lyachin, un ufficiale esperto e veterano dei sottomarini, sin dal 1996, il Kursk, prima dell’esercitazione in cui affondò, partecipò solo ad una missione nel Mar Mediterraneo: un pattugliamento di sei mesi a cavallo dell’estate del 1999 per monitorare l’attività della Sesta Flotta Usa.

Le unità della classe Antey sono tra le più grandi esistenti al mondo: concepiti come piattaforme di lancio per missili da crociera in grado di colpire i gruppi di portaerei americane, sono armati di 24 missili P-700 Granit (SS-N-19 Shipwreck in codice Nato) che vengono lanciati da canister annegati nella struttura del sottomarino ai lati della falsatorre. Inoltre, come tutti i sottomarini, dispongono di tubi lanciasiluri da 533 e 650 millimetri che, nel caso del Kursk, sono in grado di utilizzare anche missili antisom tipo Rpk-7 Veter (SS-N-16 Stallion). Gli Antey, come detto, sono di notevoli dimensioni: il Kursk era lungo 154 metri per 18,2 di larghezza con un dislocamento, in immersione, di circa 19mila tonnellate (a pieno carico). Le sue due eliche a sette pale ciascuna erano spinte dalla potenza generata da due reattori nucleari Ok-650b in grado di erogare complessivamente 98mila cavalli per poter spingere l’unità alla velocità massima di 32 nodi in immersione. Un killer veloce, potente, e sfuggente.

Erano passati pochi giorni dalla Festa della Marina, quando il Kursk, nel porto di Severomorsk, inalberava fieramente il gran pavese con l’equipaggio schierato sulla tolda rendendo gli onori alle autorità della Flotta Russa presenti: possiamo provare a immaginare il sentimento di orgoglio che accomunava quegli uomini, consci anche dell’importante missione che avrebbero svolto a breve. Ora, in quel mattino d’agosto, il sottomarino prendeva il mare per un’esercitazione che avrebbe finalmente dimostrato al mondo che la Russia era ancora una potenza navale da rispettare e temere. Compito del sottomarino era avvicinarsi furtivamente al gruppo navale di superficie e simulare il lancio di siluri di nuova fabbricazione proprio contro una delle più grandi unità della flotta: l’incrociatore Piotr Velikij.

A bordo, infatti, sembra che ci fossero, oltre alle normali dotazioni, anche i Va-111 Shkval, un siluro “razzo” che grazie al fenomeno fisico della supercavitazione può raggiungere velocità elevatissime in immersione (si stima intorno ai 370 km/h).

Tutto sembra andare per il meglio, e forse il comandante Lyachin assaporava già gli allori del suo ritorno trionfale in porto. Alle 11:28 locali (7:28 Utc) fu dato l’ordine di lanciare dei siluri da esercitazione, ma qualcosa andò storto: vi fu un’esplosione a bordo che liberò una potenza compresa tra i 100 e i 250 chilogrammi di Tnt producendo un’onda sismica di magnitudo 2,2 , in conseguenza della quale il sottomarino si adagiò sul fondo a 108 metri di profondità nel Mar di Barents al largo della penisola di Kola. Una seconda esplosione avvenne 135 secondi dopo la prima con un’intensità compresa tra magnitudo 3,4 e 4,4 quindi con una potenza compresa tra le 3 e le 7 tonnellate di Tnt. L’esplosione sommerse il sottomarino con molti detriti condannandolo insieme all’equipaggio, almeno alla maggior parte di esso. L’onda d’urto della seconda deflagrazione, infatti, uccise sul colpo la maggior parte degli uomini a bordo tranne 23, che trovarono rifugio nei compartimenti poppieri del sottomarino.

Qui comincia quella che è, forse, la vera tragedia del Kursk. Quei 23 superstiti, bloccati dentro il sottomarino, ancora non sapevano che si sarebbe trasformato in una bara d’acciaio: dopotutto erano a soli 100 metri di profondità e forse confidavano di poter cercare di uscirne con le dotazioni di salvataggio, oppure speravano che la Flotta Russa, la potente Flotta del Nord, corresse in loro aiuto, ma così non fu.

Tra quei 23 uomini c’era Dimitry Kolesnikov, un tenente-capitano (il nostro tenente di vascello) di soli 27 anni, l’ufficiale più alto in grado rimasto vivo a bordo del Kursk. Come lo sappiamo? Perché, in quelle terribili ore, ci ha lasciato la sua testimonianza scritta. Scrive così Kolesnikov su un appunto trovato sul suo cadavere: “ore 13:15. Tutto il personale dai compartimenti sei, sette e otto è stato spostato nel nono. Qui siamo in 23. Abbiamo preso questa decisione in seguito all’incidente. Nessuno di noi può uscire” ed ancora “ore 15:45. Qui è troppo buio per scrivere, ma ci proverò a tentoni. A quanto pare non ci sono possibilità di salvarsi. Forse solo dal 10 al 20%. Speriamo che almeno qualcuno leggerà queste parole. Qui ci sono gli elenchi degli effettivi che adesso si trovano nella nona sezione e tenteranno di uscire. Saluto tutti, non dovete disperarvi”.

Nessuno uscì vivo. Quei 23 marinai, quei 23 ragazzi poco più che ventenni, perirono probabilmente qualche ora dopo che il sottomarino perse la capacità di generare energia, al buio, al freddo di quel mare artico, ma dopo giorni di tentativi di recupero falliti.

Ipotermia, asfissia, annegamento. Queste le cause di morte di quegli uomini, stabilite quando il relitto è stato recuperato. Una morte orrenda, una morte che poteva essere, forse, evitata.

Il relitto fu localizzato solo alle 23:30 del 12 ed un primo tentativo di aggancio da parte del Priz, un batiscafo di recupero in servizio nella Flotta, fallì. Lunedì 14 agosto i governi di Regno Unito e Norvegia offrirono il loro aiuto per cercare di salvare l’equipaggio, che allora dava ancora segni di vita, ma il Cremlino rifiutò. Il giorno successivo, mentre, a fronte del maltempo che imperversa sulla zona, i tentativi di salvataggio vennero sospesi, a Mosca si dibatté sulla possibilità di accettare l’aiuto occidentale.

Il 16 l’ammiraglio Popov, comandante in capo della Flotta Nord, ebbe il via libera dal Cremlino per accettare l’intervento dei mezzi di recupero norvegesi, ma dal Kursk, nessun segnale di vita. Un silenzio che perdurerà anche quando venne accettato l’aiuto inglese, ma ormai non c’era più speranza di recuperare i superstiti a bordo.

Mosca ammetterà che non c’era più possibilità di ritrovare in vita i 23 membri dell’equipaggio solo il 19, generando un’onda di commozione e rabbia tra i famigliari che mise in difficoltà sia i vertici della Flotta sia la stessa presidenza: la Russia non è più sovietica e, sebbene i metodi di comunicazione e insabbiamento siano rimasti gli stessi, la popolazione non era più disposta a sopportarli.

Un fatto inaudito che fece traballare i vertici dello Stato e della Marina. L’accusa era quella di essersi mossi lentamente e in modo del tutto inadeguato: del resto i mezzi di soccorso occidentali furono tenuti lontano del relitto sino al 20 quando alla Seaway Eagle, nave di recupero e ricerca inglese, venne permesso di avvicinarsi al relitto, un relitto che era ormai diventato una gigantesca bara di acciaio. Il 21 la Normand Pioneer, vascello battente bandiera norvegese, riuscì finalmente ad avere il permesso di inviare il batiscafo LR5 sul Kursk solo per certificare, se non ve ne fosse stata già certezza, che il sottomarino era completamente allagato e che non vi erano sopravvissuti.

Ma cosa ha determinato l’affondamento del sottomarino vanto della Flotta Russa? La versione ufficiale riporta che una perdita di combustibile da uno dei siluri tipo 65-76A ha innescato un’esplosione primaria ed un relativo incendio che ha innescato la successiva deflagrazione contemporanea di tutti i siluri presenti a bordo.

Però questa spiegazione non convince del tutto, e a sollevare ipotesi diverse c’è proprio l’alone di mistero e segretezza alzato intorno al relitto reso ancora più evidente dall’attività russa nei suoi pressi durante le fasi di recupero messe in atto l’anno successivo al disastro: sappiamo infatti che la Marina Russa ha ammesso di aver lanciato oltre 50 bombe di profondità contro presunti intrusi occidentali: un gesto che del tutto poco ortodosso e che può anche essere considerato come un atto di guerra date le circostanze. Ma nessuna spiegazione ufficiale è stata fornita sul perché di tanti sforzi e di tanti rischi.

Quale potrebbe essere la spiegazione di un tale comportamento e perché la parte prodiera del sottomarino è stata abbandonata sul fondo e distrutta con cariche di profondità?

Proviamo a fare delle ipotesi: durante l’esercitazione del 12 agosto i sottomarini russi non erano gli unici presenti in quelle acque. Sappiamo infatti che due sottomarini statunitensi, l’Uss Memphis e l’Uss Toledo, della ben nota classe di unità da assalto (Ssn) Los Angeles, erano presenti per osservare le manovre della Flotta Russa. In particolare il Memphis avrebbe dovuto osservare lo svolgimento dell’esercitazione tenendosi a distanza, mentre il Toledo avrebbe invece avuto ordini di tallonare il Kursk come nella più classica tradizione della Guerra Fredda, in cui i sottomarini di entrambe le parti si inseguivano reciprocamente nelle profondità oceaniche.

Qualcosa però sarebbe andato storto ed il Toledo avrebbe urtato il sottomarino russo, senza tuttavia causargli gravi danni. L’unità americana, danneggiata, avrebbe tentato di allontanarsi aiutata dal Memphis che rilevando che il Kursk stava attivando i suoi sistemi d’arma, avrebbe lanciato un siluro di tipo Mark 48, colpendolo in pieno nella sezione di prua, ovvero all’altezza della camera di lancio siluri.

Questo quindi avrebbe comportato la reazione a catena che abbiamo descritto e causato la perdita del sottomarino e del suo equipaggio. Gli Stati Uniti hanno sempre smentito questa versione, sebbene abbiano confermato la presenza delle proprie unità in quelle acque, ma a sollevare il sospetto che possa esserci stata una battaglia navale sottomarina è una fotografia che ritrae, sulla fiancata dello scafo del Kursk, un foro circolare con le lamiere piegate verso l’interno, proprio come se avesse subito un colpo di siluro.

Ulteriore sospetto è dato dalla decisione di Washington, qualche tempo dopo il disastro, di cancellare un debito della Russia del valore di 10 miliardi di dollari, ma questo provvedimento potrebbe trovare spiegazione anche nell’arresto di una spia americana, Edmond Pope, che stava cercando di appropriarsi dei segreti del siluro Shkval. Pope, agente della Dia (Defenese Intelligence Agency), venne arrestato nei primi mesi del 2000 e a dicembre dello stesso anno il presidente Putin gli concesse la grazia, ufficialmente perché malato di cancro alle ossa, ma la tempistica è più che sospetta.

Una tragedia avvolta quindi nel mistero, dove si rincorrono segreti militari, presunte battaglie navali e la volontà di Mosca di tenere nascosto l’incidente; una volontà che, peraltro, potrebbe anche essere stata dettata dalla necessità di insabbiare un possibile malfunzionamento dei siluri Shkval, di cui un primo lotto era stato venduto proprio alla Cina che aveva inviato, forse non a caso, i propri osservatori durante l’esercitazione navale.

La verità, è proprio il caso di dire, è rimasta sepolta sul fondo, distrutta insieme alla parte prodiera del Kursk, che è stato recuperato e frettolosamente smantellato, ma questa è un’altra storia.

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