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Le dichiarazioni di Sergej Lavrov circa la possibilità di un’internazionalizzazione del conflitto e di un’escalation nucleare, accompagnate dalle minacce di Maria Zakharova di attacchi all’interno del territorio NATO – da contestualizzare, va detto, in un botta e risposta con James Heappey –, hanno conseguito uno dei loro due obiettivi: spaventare le opinioni pubbliche dei blocchi formalmente e informalmente in guerra. Ma l’altro, il principale, è stato mancato: il vertice di Rammstein, culla della nuova coalizione dei volenterosi, ha registrato un incasso oltre le attese.

O gli Stati Uniti e i loro alleati pensano che quello del Cremlino sia un bluff, oppure stanno traghettando volutamente e coscientemente il mondo verso la terza guerra mondiale. Delle due l’una. E potrebbe essere, fatti alla mano – due mesi di minacce di questo genere cadute nel vuoto –, che l’amministrazione Biden sappia, o meglio sia convinta, che l’Ucraina non è sostanzialmente diversa dalle altre grandi guerre per procura del passato, come l’Afghanistan e il Vietnam.

Le opinioni pubbliche temono i proclami apocalittici della Zakharova e il pessimismo di Lavrov perché, molto semplicemente, sono esposte quotidianamente alla propaganda di guerra – che paralizza le capacità cognitive e il raziocinio – e sono prive di memoria storica – non conoscono orizzonte spaziotemporale che non sia il loro, ignorando tutto ciò che è accaduto alle generazioni precedenti. Questo è il motivo per cui gli annunci bellicisti di Lavrov e della Zakharova sono sulla bocca di tutti, ovunque, dai social ai salotti.

Diplomatici e strateghi, diversamente dalle opinioni pubbliche, non hanno manifestato timore: nessun arretramento, nessun compromesso. E non è perché siano alla ricerca di una guerra mondiale. Diplomatici e strateghi, in qualità di personaggi che vivono e si nutrono di storia, non hanno abboccato all’amo del Cremlino perché consapevoli di essere dinanzi ad un avversario che, messo all’angolo da una guerra senza limiti e alla ricerca di una exit strategy soddisfacente, sta ricorrendo ad un bluff di vecchia conoscenza: la teoria del pazzo.

Spaventare per dissuadere

La guerra è in pieno corso, nessuna prospettiva di de-escalazione giace dietro l’orizzonte e tra i belligeranti è un crescendo di crimini e massacri (in parte) provocati da stanchezza, insofferenza per la piega presa dagli eventi ed esaurimento nervoso.

Il divario tra i due contendenti è palese e tangibile: da una parte un popolo in lotta per l’emancipazione dal giogo dell’imperialismo, rifornito di armi dai suoi alleati e avvezzo a tattiche e tecniche irregolari e asimmetriche, dall’altra un esercito tecnologicamente avanzato che bombarda a tappeto, radendo al suolo interi centri abitati e distruggendo le vie di comunicazione, che vuole fare terra bruciata attorno all’arretrato-ma-tenace rivale.

Il tempo scorre e con l’aumento dei morti da ambo i lati crescono le pressioni affinché la guerra giunga al capolinea. Ma nessuno dei due ha intenzione di cedere, anche perché mancano i presupposti per una tregua reciprocamente vantaggiosa. Ed è così che il più forte, allo scopo di accelerare l’apertura di un tavolo negoziale, prova ad applicare un suggerimento lasciato in dono alla posterità dall’intramontabile Niccolò Machiavelli nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio: la simulazione della pazzia come ultima spiaggia.

Simulare la pazzia in un contesto di guerra, mostrando in mondovisione un’espressione deformata dal livore, equivale ad agitare lo spettro della guerra totale, dell’annichilazione dell’altra parte, l’utilizzo dell’arma suprema. E se il pazzo per necessità è in possesso di un’arsenale nucleare, ciò significa che è chiamato a fare degli annunci e delle mosse choc, spaventevoli, che terrorizzino psicologicamente l’avversario e il mondo intero.

La teoria del pazzo vede nella paura un deterrente. Nel terrore un potenziale dissuasore. Questa la logica della messa in stato di allerta del sistema di deterrenza nucleare, della pioggia di dichiarazioni sull’internazionalizzazione del conflitto e annunci rivolti al popolo sul prepararsi allo scenario peggiore, dell’apparente riluttanza a sedersi al tavolo della pace. Questa la logica che permise agli Stati Uniti di ritirarsi dal Vietnam salvando la faccia, nonostante la sconfitta sul campo, perché, a scanso di equivoci, in queste righe si stavano descrivendo le azioni dell’amministrazione Nixon – e non quelle della presidenza Putin.

Putin come Nixon, ma i contesti sono diversi

La pericolosa ma vincente strategia che permise alla presidenza Nixon di catalizzare la fine della guerra in Vietnam, evitando un suo sanguinoso e potenzialmente internazionale prolungamento, potrebbe ora essere stata riciclata dal Cremlino. Lo indicano i fatti: la Zakharova smentita rapidamente da Sergej Shoigu, che ha negato categoricamente un simile scenario. Lo suggerisce la logica: una terza guerra mondiale non conviene, oggi come oggi, a nessuno.

Una guerra mondiale non conviene alla Russia, che si ritroverebbe a combattere contro un Occidente unito, affiancato a vario titolo da una galassia di giocatori – vedasi la lista dei partecipanti al vertice di Rammstein –, e senza la garanzia di un Oriente e di un Sud globale disposti a trasformare l’appoggio diplomatico in aiuto militare. Vero è che la guerra in Ucraina ha catalizzato la divisione del mondo in blocchi, anche diplomaticamente, ma la strada verso la formazione di alleanze stricto sensu è ancora lunga.

Un aggravamento del conflitto è l’ultima cosa di cui il Cremlino, in questo momento di ripiegamento dal piano A al piano B – dall’intera Ucraina ai territori sudorientali – e in questo contesto di accerchiamento globale – emblematizzato dalle operazioni ucraine sul suolo russo, dagli attentati in Transnistria e dalla curiosa entrata in scena in chiave antirussa di Al Qaeda nel Sahel –, ha bisogno. Perché una via di uscita, non un vicolo cieco, è ciò che Putin (sa che) deve cercare.

Più che sulla teoria del pazzo del Cremlino, ut, è sulla dottrina Austin della presidenza Biden che si dovrebbe volgere lo sguardo. L’Ucraina come trincea di una guerra di logoramento volta a intrappolare la Russia in un pantano simil-afghano. L’Ucraina come tomba dell’autonomia strategica europea a guida francotedesca e strizzante l’occhio dell’Oriente sinorusso. L’Ucraina come (possibile) catalizzatore di un cambio di regime in Russia. Realizzati i primi due obiettivi, improbabile eppure ricercata la terza ambizione. Ed è contro questo muro, eretto per essere insormontabile, che si sta scontrando la teoria del pazzo.

Quando la pace tra ucraini e russi verrà siglata, nella speranza che il conflitto non si estenda ulteriormente – perché esistono sia pazzi per finta, come Lavrov, sia le schegge impazzite, da ambo i lati –, non sarà per le vittorie conseguite dalla Russia sul campo, ma perché gli Stati Uniti decideranno che è stato raccolto abbastanza. Che una pace di piombo mutualmente vantaggiosa – per Putin nella forma, per Biden nella sostanza – è possibile. Il punto è: quale forma potrà avere una simile pace? Improbabile un ritorno allo status quo ante bellum. Possibile una Ucraina privata dell’accesso al Mar d’Azov o, peggio, “balcanizzata”.

Esiste lo spettro di un conflitto nucleare?

Ma ciò che più preoccupa l’opinione pubblica è la possibilità di una guerra a carattere nucleare. Del resto raramente l’arma atomica è stata evocata così tanto come in questi giorni. Prima citarla era un vero e proprio tabù. Con lo scoppio del conflitto in Ucraina è stata invece in qualche modo sdoganata. La gente, legittimamente, ha paura. Tuttavia, anche se i rischi persistono e con una guerra in corso alle porte d’Europa i pericoli sono destinati ad aumentare, al momento il fatidico “pulsante rosso” non è nelle mani né di Putin né di Biden. Le loro valigette con i codici nucleari sono, come sempre, a portata ma ancora nascoste sotto le scrivanie di Cremlino e Casa Bianca.

Come detto in precedenza, a nessuno oggi conviene una terza guerra mondiale. Ma ammesso che un nuovo conflitto si attivi, non è detto che subito da Mosca e da Washington vengano attivati i famigerati codici. Un terzo confronto mondiale potrebbe essere, cioè, almeno nella sua fase iniziale, convenzionale e sviluppato con armi convenzionali. Se un attacco dovesse esserci da parte russa verso Paesi Nato, i missili difficilmente saranno subito nucleari. Diversamente la risposta da parte Usa sarebbe micidiale per la stessa Russia.

Quindi il mondo ha ancora ampio spazio per evitare la catastrofe. Nessuno è riuscito a evitare lo scoppio della guerra in Ucraina, ma oggi si potrebbero evitare due cose ben importanti: il debordare del conflitto dai confini ucraini e il mantenimento del confronto sui binari convenzionali e ordinari. Possibile che la guerra a Kiev finisca con una non meglio specificata nuova mappa dell’Ucraina e un rinvio sine die del confronto diretto tra Nato e Russia. Ma se questo non dovesse accadere, si avrebbe comunque altro tempo per evitare l’escalation nucleare. Il pianeta ha quindi ancora ampi margini di salvezza prima di una possibile catastrofe. Occorre però evitare di trattare con eccessiva confidenza la storia.

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