Israele continua ad avanzare in Cisgiordania, confiscando terre e demolendo abitazioni. E tanto più Israele avanza, tanto più la Palestina si contrae.
È una guerra lenta, ma sistematica, combattuta non tanto con i bombardamenti (che tuttavia ci sono) quanto con leggi, espropriazioni, demolizioni e violenze quotidiane.
L’ultima confisca di terre palestinesi è quella a Sebastia, uno storico villaggio che si trova nella cosiddetta Area B della Cisgiordania (sotto il controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese). Un’area grande come 260 campi da calcio, circa 1.800 dunum, è stata sottratta al villaggio, insieme a tutto ciò che essa comprendeva: case, terreni agricoli e parte del sito archeologico di Sebastia – che Israele chiama con il nome biblico di Shomron. Si tratta, ça va sans dire, di un’operazione illegale dal punto di vista del diritto internazionale, poiché Israele non potrebbe annettere porzioni di terreno né nell’Area A né nella B. Ma questi sono i dettami degli Accordi di Oslo, che Tel Aviv viola ripetutamente e impunemente.
“Le terre sottratte – denuncia l’associazione no profit Pro Terra Sancta – non sono semplici appezzamenti agricoli: case private, attività economiche e spazi che costituiscono l’anima stessa del villaggio”. Una ferita profonda, l’ennesima, per una comunità intera, che fa parte dello smembramento deliberato del territorio palestinese.
“Sebastia è di tutti – si legge nel comunicato – non è solo un sito archeologico, è un villaggio vivo, fatto di famiglie, memorie condivise da cristiani e musulmani”. E ancora: “non si può usare l’archeologia come pretesto per controllare il territorio e limitare la libertà delle persone”.
Ed è esattamente questo che raccontano gli abitanti del villaggio. “La decisione di confiscare la terra impedisce a molti di noi di raggiungere e coltivare i propri campi”, spiega Shady al-Shaer. “In queste aree ci sono ulivi che le nostre famiglie curano da generazioni: sono alberi da cui dipende il nostro sostentamento quotidiano, eredità dei nostri padri e dei nostri nonni. Perderli significa perdere una parte della nostra storia e della nostra identità, oltre che la nostra principale fonte di reddito”.
Il pretesto archeologico per annettere aree palestinesi
Il modus operandi descritto da Pro Terra Sancta non è un’eccezione, ma parte di una politica più vasta. Israele, infatti, utilizza il pretesto archeologico come copertura per sequestrare siti storici e parchi nazionali.” Così The Cradle: l’occupazione della Cisgiordania assume oggi forme che non passano solo per il controllo militare diretto, ma anche per strumenti legislativi, amministrativi e ideologici che riclassificano le terre e le risorse come parte della sovranità israeliana, cancellando progressivamente ogni autonomia palestinese. Paradossalmente, “l’archeologia e i parchi nazionali vengono usati come pretesti per sottrarre giurisdizione alla popolazione”.
E proprio negli ultimi due anni, con il genocidio di Gaza e l’attenzione globale rivolta nella Striscia, in Cisgiordania si è assistito a un’accelerazione delle espropriazioni, delle espansioni degli insediamenti israeliani e di campagne burocratiche di annessione “silenziosa” dei territori occupati – non a caso, lo scorso ottobre la Knesset ha approvato in via preliminare la legge per l’annessione della Cisgiordania.
La violenza impunita dei coloni
Oltre all’espansione lenta, ma costante degli insediamenti, la Cisgiordania è fiaccata da un’altra grande piaga: la violenza dei coloni. Il sindaco di Sebastia, Azem, ha raccontato a Pro Terra Sancta: “Subiamo violenze ogni giorno. A volte da parte dell’esercito israeliano, a volte da bande di feroci coloni”.
Gli attacchi contro i palestinesi non sono episodi casuali o arbitrari; questa violenza è diventata un’estensione semi-ufficiale dello Stato israeliano tramite gruppi paramilitari. “Milizie armate di coloni operano in pieno coordinamento con l’esercito di occupazione, agendo come esecutori di una politica che punta allo sfollamento forzato”.
La vera arma, tuttavia, è l’impunità. I coloni agiscono con la piena consapevolezza che lo Stato li proteggerà, non li perseguirà – già prima del 2023 il 94% dei procedimenti sulla violenza dei coloni si concludeva senza alcuna incriminazione. Dall’inizio del genocidio, persino l’apparenza di un processo legale è svanita.
Nelle aree B e C della Cisgiordania occupata, i contadini e gli abitanti dei villaggi palestinesi sono ormai braccati da queste milizie: irruzioni nelle case, pannelli solari distrutti, serbatoi d’acqua avvelenati, raccolti bruciati. Non solo per intimidire, ma per ferire, uccidere e cacciare le persone dalle loro terre. Non si tratta di episodi isolati, ma di un processo strutturale di annessione di fatto che sta ridisegnando il tessuto demografico e sociale della Cisgiordania.

