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La Confederazione Elvetica ha ricevuto il nulla osta da parte del Dipartimento di Stato americano per la possibile acquisizione di diversi sistemi d’arma per il rinnovo delle Forze Armate tra cui spiccano un certo numero di F/A-18 Super Hornet, missili da difesa aerea Patriot e anche i nuovi caccia di quinta generazione F-35. In dettaglio si parla di 36 F/A-18E, 4 F/A-18F, 5 sistemi Mim-104 Patriot Pac3+ completi e 40 F-35A, tutti con motori, sistemi elettronici, armamenti e parti di ricambio.

Si tratterebbe di una commessa miliardaria: per i Super Hornet la spesa ammonta a 7,452 miliardi di dollari, per i Lightning II 6,58 miliardi mentre per i Patriot circa 2,2 miliardi.

La Defense Security Cooperation Agency (Dsca) ha consegnato mercoledì tutta la certificazione richiesta notificando al Congresso Usa la possibile vendita dell’enorme quantità di armamenti necessari per risollevare la qualità e l’efficienza delle Forze Armate elvetiche.

Come si legge sul sito della Dsca, la proposta di vendita di F-35, F-18 e Patriot con relativi sistemi elettronici e armamenti associati fornirà al governo svizzero una capacità di difesa credibile per scoraggiare eventuali aggressioni. In particolare gli F-35 ed i nuovi Super Hornet andranno a sostituire i vecchi F/A-18C/D ed F-5E/F dell’aeronautica elvetica e miglioreranno la sua capacità di autodifesa aria-aria e aria-terra. Sempre secondo il documento, la vendita proposta di questo equipaggiamento e materiale di supporto non altererà l’equilibrio militare nella regione europea.

La Svizzera infatti, questa volta, sembra decisa a voler rinnovare la sua linea di velivoli e, più in generale, la sua difesa aerea, dopo che nel 2014 la proposta di acquistare 22 caccia Saab Jas-29 Gripen era stata annullata tramite voto popolare. Quella decisione aggravò ulteriormente la situazione dell’aeronautica elvetica, che a causa delle ristrettezze di bilancio, si ritrovò a poter intervenire solo in “orario d’ufficio”: i caccia svizzeri erano attivi solo dalle 8 alle 12 e dalle 13,30 alle 17, mentre le basi aeree restavano rigorosamente chiuse durante tutto il fine settimana. Questa situazione è cambiata leggermente a gennaio del 2016, quando, per cinque giorni alla settimana tra le 8 e le 18, due F/A-18 sono stati messi in grado di decollare su allarme in un tempo massimo di 15 minuti. Successivamente, dal primo gennaio 2019, la disponibilità del servizio di difesa aerea è stata estesa con orari che vanno dalle 6 alle 22 per 365 giorni l’anno. Il servizio, come da programmi, dovrebbe diventare totale, cioè nell’arco delle 24 ore ogni giorno, a partire dalla fine del 2020.

Il progetto elvetico, di ritornare a effettuare scramble – i decolli su allarme – prende il nome di PA24 e coinvolge esclusivamente la base aerea di Payerne: sino a quando non verrà effettuato in modo completo, a difendere i cieli svizzeri, durante le ore notturne, ci pensa l’Armée de l’Air francese che ha il diritto di sorvolo del territorio svizzero, ma senza poter usare armi in condizioni normali.

Questa politica, dovuta esclusivamente a questioni inerenti il bilancio della Confederazione, ha portato ad un caso di cronaca molto singolare ed emblematico: proprio a febbraio del 2014, un volo della Ethiopian Airlines che avrebbe dovuto atterrare prima Roma poi a Milano, è stato dirottato dal suo copilota su Ginevra per chiedere asilo politico. Il velivolo, scortato dai Typhoon dell’Aeronautica Militare, è stato preso in consegna dai caccia francesi al confine elvetico sino al suo atterraggio nella città svizzera.

Ora questa situazione è destinata a cambiare, e non solo per la possibilità di effettuare i decolli su allarme 24 ore su 24: il recente referendum popolare del 27 settembre ha approvato, seppur di un soffio col 50,2% dei voti, il programma Air 2030 di rinnovamento della difesa aerea nazionale che prevede l’acquisto di nuovi caccia e batterie missilistiche per un valore stimato di circa 8 miliardi di franchi.

Questo programma era vitale per la Svizzera: il comandante delle Forze Aeree elvetiche, Bernhard Müller, aveva esplicitamente affermato, alla vigilia della votazione popolare, che “non esiste un piano B” per quanto riguarda la Difesa aerea, pertanto o si procedeva con l’acquisto dei nuovi cacciabombardieri e missili, o si sarebbe dovuto far ricorso ancora alla cooperazione con la Francia. Secondo il generale “un “no” metterebbe in discussione l’intero concetto di sicurezza” in quanto i velivoli in dotazione, già di per sé in via di rapida obsolescenza quando non già obsoleti come l’F-5, avrebbero dovuto essere comunque sostituiti entro il 2030 e pertanto un esito negativo avrebbe minato la sicurezza della Confederazione. Coi nuovi velivoli, se Berna deciderà di proseguire nell’acquisto, l’Aeronautica elvetica sarà proiettata ben oltre quella data.

Attualmente però non esiste nessun contratto di acquisto, e a precisarlo è lo stesso Dipartimento di Stato americano. Si tratta solamente di una mossa burocratica per snellire le procedure di vendita in caso la Svizzera dovesse proseguire nella sua decisione di acquisto; una sorta di nulla osta preventivo da parte del governo statunitense.

In gara per rinnovare la linea di volo svizzera ci sono ancora il Typhoon e il Rafale, dopo che il Gripen è stato definitivamente archiviato la scorsa estate a seguito di nuovi requisiti del governo elvetico, ma la decisione definitiva, come riportato da Defense News, dovrà essere formulate entro il prossimo 18 novembre, in modo che le autorità statunitensi possano valutare le offerte per tutta la prima metà del 2021 e prendere una decisione definitiva entro il prossimo giugno.

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