Terre rare, minerali, ampio spazio di manovra, governi accondiscendenti. Benvenuti nel supermercato Africa, il Continente che fa gola a tutte le potenze del mondo e in cui si sta svolgendo una silenziosa partita per il predominio globale nel settore militare, commerciale e geopolitico. La Cina ha intuito prima di altri le potenzialità nascoste di una regione tanto povera e bistrattata quanto ricca di vantaggi; così si spiegano, secondo i dati del China Investment Global Tracker, i 299 miliardi di dollari investiti in loco nel periodo compreso fra il 2005 e il 2018, ai quali deve essere aggiunto un ulteriore obolo dal valore di 60 miliardi. Una marea di soldi cinesi è piovuta sull’Africa, che in pochi anni ha cambiato volto grazie alle infrastrutture realizzate dal gigante asiatico per migliorare le proprie attività nel Continente Nero. Strade, porti, ferrovie e anche una base militare, per il momento la prima e unica oltre Muraglia dell’Esercito Popolare di Liberazione.

L’unica base militare all’estero cinese

A fine novembre 2017, Cina e Gibuti siglarono un partenariato strategico che rappresenta di fatto l’adesione del piccolo Stato africano alla Nuova Via della Seta, mastodontico progetto infrastrutturale voluto da Xi Jinping per collegare l’Asia a Europa e Africa. Xi andò addirittura in Gibuti per incontrare di persona l’omologo gibutiano Ismail Omar Guelleh, in carica dal 1999: strette di mano, foto di rito, abbracci e la firma di una storica intesa. Pechino promise investimenti e soldi per modernizzare Gibuti in cambio dell’adesione di quest’ultimo alla Belt and Road Initiative. Non solo, perché la Cina ottenne anche il permesso per aprire una propria base militare in loco, a pochi chilometri dal distaccamento operativo degli Stati Uniti.

Una posizione strategica

La base militare in Gibuti è un hub strategico per il Dragone. Intanto la vicinanza con il centro americano Camp Lemonnier, vicino all’aeroporto internazionale, consente a Pechino di osservare le attività degli Stati Uniti in Africa, poi regala alla Cina un punto fermo in un Continente da portare nella sfera d’influenza cinese. Il gigante asiatico è infatti il primo partner commerciale dell’Africa e considera questa regione un tassello fondamentale per espandere la propria influenza nel mondo a discapito di Washington. Ma anche la posizione geografica di Gibuti ci aiuta a capire perché la Cina abbia puntato così tanto su questo anonimo Stato africano. Gibuti è infatti una sorta di osservatorio speciale per controllare lo stretto di Bab-el-Mandeb, il collegamento cruciale per le navi che devono attraversare l’Oceano Indiano per entrare nel Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Da qui transita circa il 40% del traffico marittimo mondiale oltre che, in direzione opposta, più o meno la metà delle importazioni cinesi di petrolio.

La trasformazione di Gibuti

In pochi anni la Cina ha trasformato il Gibuti a propria immagine e somiglianza. I cantieri sono tutt’ora attivi, sia sul lungomare che nelle zone interne, dove sono sorti centri commerciali, banche, nuovi palazzi, banche, alberghi, strade e tanto altro ancora. I cinesi sanno che la loro presenza da queste parti sarà sempre più necessaria, quindi gli investimenti servono agli ospiti asiatici per svolgere le loro attività commerciali, economiche e militari. La conseguenza più evidente è che anche i cittadini gibutiani possono godere di simili benefici infrastrutturali, considerati una manna dal cielo vista la situazione locale prima dell’arrivo del Dragone.

Tutelare gli interessi commerciali

Gli Stati Uniti si sono subito allarmati della presenza cinese in Gibuti. La Cina ha tuttavia ribadito come non intenda utilizzare la base militare per espandersi militarmente; il centro, secondo Pechino, serve a tutelare gli interessi del Dragone in Africa, e le attività militari riguardano la difesa delle navi cinesi dai pirati e delle sue attività commerciali sempre più diffuse nel Continente Nero. La base, vicina al porto di Doraleh, in maggioranza gestito da China Merchants Holdings, può ospitare fino a 10.000 persone tra soldati e civili, e avrà il compito di fornire supporto alle imbarcazioni cinesi operanti nella regione, sia a fine commerciale che per impegni con l’Onu legati a missioni di mantenimento della pace.

Le caratteristiche della base

La base militare della Cina in Gibuti è presieduta dal comandate Liang Yang, in carica dal 2017 a oggi. Il costo complessivo per edificarla è stato di circa 590 milioni di dollari, un investimento di tutto rispetto in un’area, come abbiamo visto, considerata estremamente importante per la strategia cinese di espandere la propria influenza in Africa. Ogni anno Pechino paga al governo gibutiano un affitto pari a circa 20 milioni di dollari per i prossimi 10 anni: questi, almeno, sono stati i termini del primo accordo tra le parti. L’avamposto misura 36 ettari e ospita una pista lunga 400 metri con una torre di controllo del traffico aereo in aggiunta a un molo di 450 metri che può ospitare grandi navi, comprese navi da guerra; al momento sono presenti veicoli blindati a pattugliare la zona. Completano il quadro otto hangar per elicotteri e aerei senza equipaggio Uav, ovvero droni, da usare in operazioni locali. Il proprietario della struttura è la Commissione Militare Centrale – che fa capo direttamente al Partito Comunista Cinese – anche se a operare in loco è la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.

A cosa serve la base

Perché edificare una base in Gibuti? Cerchiamo di riassumerne l’utilità. Prima di tutto la Cina ha pensato bene di tutelare il progetto della Nuova Via della Seta, che include diversi Stati africani, dagli attacchi dei pirati presenti nel Corno d’Africa. Connesso a questo scopo c’è l’intenzione di tutelare gli interessi commerciali di Pechino in tutto il Continente Nero, con un hub logistico in grado di difendere le compagnie statali cinesi da eventuali attacchi indesiderati. Ci sono poi altre due ragioni che hanno spinto il Dragone a stanziare un avamposto nel Gibuti: controllare il florido commercio che transita attraverso il Mar Rosso e far capire agli Stati Uniti che la regione africana è zona d’influenza cinese.

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