Padre Dall’Oglio sarebbe dunque vivo ed in mano a miliziani legati allo Stato Islamico. La notizia, diffusa nelle scorse ore, sarebbe stata rivelata al The Times da una fonte delle Sdf, ossia le coalizione filo curda che controlla la parte nord orientale della Siria e che in questo momento è impegnata a combattere contro l’ultima sacca Isis nella regione ad est dell’Eufrate. Dunque, è lecito pensare che il gesuita rapito nel 2013, se quanto scritto dal quotidiano londinese risulta vero, si trovi all’interno degli ultimi lembi di territorio dove l’Isis può annoverare in Siria il califfato. Secondo le fonti Sdf, sia Dall’Oglio che altri ostaggi occidentali, tra cui il giornalista inglese John Cantlie, non sarebbero stati uccisi dai miliziani jihadisti per poterli usare come pedine di scambio. 

La strategia degli ostaggi dell’Isis

Purtroppo ben si conosce la crudeltà degli estremisti legati allo Stato Islamico. Dal 2014 in poi, da quando cioè Abu Bakr Al Baghdadi ha proclamato la nascita del califfato, sono tanti i video degli orrori diffusi sul web dalla capillare rete informativa messa in piedi dai terroristi. Decapitazioni e torture contro ostaggi, sia occidentali che legati all’esercito siriano ed iracheno. Ma anche accanimento contro strutture storiche, tra tutte quelle dell’area archeologica di Palmyra e del museo di Mosul. Questo rientra soprattutto nella strategia di propaganda dell’Isis, che colpisce lo spettatore occidentale e che attira l’aspirante jihadista che entra in possesso delle immagini. Ma sia con le persone che con i monumenti, l’Isis in realtà prova sempre a guadagnarci qualcosa. La propaganda jihadista mostra i video di uccisioni o distruzioni per dire, al resto dei potenziali terroristi, che gli infedeli vanno uccisi e che ogni raffigurazione sacra va distrutta. Ma ostaggi e reperti archeologici per i miliziani sono tra le prime fonti di guadagno. 

In Siria, per sostenere le laute spese del califfato, molti miliziani non distruggono i reperti di Palmyra ma li vendono al mercato nero delle opere d’arte. Ogni singolo ciottolo prelevato dall’antica città romana posta nel deserto siriano, vale milioni di Dollari. Secondo gli archeologi che hanno messo piede a Palmyra, più che di distruzione dell’area archeologica si può parlare di saccheggio. Lo stesso discorso vale per gli ostaggi: fino all’ultimo l’Isis li tiene imprigionati nella speranza di poterli scambiare con propri prigionieri od in cambio di lauti riscatti pagati in contanti. Non c’è da sorprendersi di molto dunque se Padre Dall’Oglio risulti realmente in vita. Di recente l’Isis scambia ostaggi in cambio di prigionieri a Sweida, provincia meridionale della Siria in cui per mesi trattengono centinaia di civili, in passato accade anche a Deir Ezzor. Adesso forse, potrebbe succedere anche nelle regioni controllate dai filo curdi. 

Dove si trovano le ultime enclavi del califfato in Siria

L’Isis non ha più dal 2017 un proprio territorio. Nell’estate di quell’anno l’esercito siriano riesce a sfondare le linee di difesa lungo il deserto e riconquista tutta la parte centrale del paese. Poco dopo, tocca all’Sdf riprendere Raqqa mentre in Iraq l’esercito di Baghdad torna a Mosul. Pur tuttavia sussistono ancora alcune enclavi, spesso piccoli gruppi di miliziani che sfruttano la natura desertica del territorio per continuare a resistere. Accade ad ovest dell’Efurate, tra le province di Homs e Deir Ezzor, così come ad est del fiume: come detto, è proprio qui che ha sede l’ultimo lembo di territorio jihadista nella regione controllata dall’Sdf. Poche centinaia di miliziani resistono agli attacchi, ma hanno certamente poche settimane di autonomia: non arrivano più soldi o munizioni. Ecco che l’ultima speranza di uscire vivi dagli assedi sia dell’esercito siriano che dell’Sdf, è quella di scambiare ostaggi. 

Ma attenzione ai bluff: già nel gennaio 2015 l’Isis afferma di voler scambiare il pilota giordano catturato poche settimane prima, in cambio della liberazione di alcuni prigionieri. La trattativa, secondo quanto poi trapelato in seguito, è realmente andata avanti per alcuni giorni. Ma in realtà, mentre i miliziani si dicono pronti a rilasciare il malcapitato pilota, quest’ultimo è stato già ucciso poche ore dopo la cattura.