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Non sappiamo se la Cina si limiterà ad effettuare esercitazioni militari intorno alle acque di Taiwan fino al prossimo lunedi. Tra le opzioni papabili, infatti, troviamo anche un eventuale blocco economico di Taipei, ostacolando l’arrivo e l’invio di merci dai principali porti dell’isola, e persino un’invasione a sorpresa.

Nel caso in cui la situazione degenerasse, e il Dragone decidesse davvero di lanciare la sua offensiva contro quella che considera una “provincia ribelle”, allora si scatenerebbe una vera e propria crisi globale, con ripercussioni politiche ed economiche. Già, perché nella piccola isola di Taiwan viene prodotto, a seconda delle stime, dal 60 al 70% dei semiconduttori mondiali, piccoli componenti strategici necessari per far funzionare l’elettronica di consumo, come tablet, smartphone, auto e pc, e pure militare.

C’è poi ovvviamente il lato geopolitico: qualora gli Stati Uniti dovessero perdere il baluardo Taipei, allora la Cina acquisterebbe una non trascurabile area marittima di manovra in una zona fondamentale, tanto per il commercio quanto per il controllo dell’Indo-Pacifico. In ogni caso Taiwan è pronta a tutto. Anche al worst case scenario, ovvero quello che coincide con un attacco cinese all’isola.



Il “porcospino” Taiwan

È vero che la “minaccia” cinese incombe su Taiwan da 70 anni, ma è altrettanto vero l’ombra del Dragone non è mai stata così grande come in questo periodo. E allora, in caso di guerra, è lecito chiedersi se Taipei sia davvero in grado di difendersi. Per rispondere a questa domanda può essere utile spiegare la cosiddetta “strategia del porcospino“, o “metodo della difesa a istrice”, che gli strateghi americani e taiwanesi hanno scelto di adottare di fronte ad un eventuale assalto cinese.

La “strategia del porcospino” è anche conosciuta come guerra asimmetrica o, come l’ha definita Lee Hsi-Ming, allora capo delle forze armate taiwanesi, quando ha introdotto la strategia nel 2017, “Concetto di difesa globale”. L’assunto base è che Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese non si trovano sullo stesso piano. Taipei deve quindi adottare modi più leggeri per respingere un nemico decisamente più forte.

Anziché acquistare costose attrezzature convenzionali, come carri armati e sottomarini, difficili da nascondere e facili da colpire, uno stratega “istrice” preferisce concentrarsi su armi agili e occultabili, come i missili portatili Javelin e Stinger, gli stessi si sono rivelati utilissimi in Ucraina. Insomma, un porcospino non deve essere più grande o più forte di un predatore. Per respingerlo, come ha sottolineato l’Economist, ha semplicemente bisogno di numerosi aculei affilati.

Davide contro Golia

In teoria, gli aculei appuntiti di un porcospino dovrebbero scoraggiare i predatori di fronte all’ipotesi di un eventuale aggressione. Non è un caso che Taiwan abbia investito in missili per la difesa costiera, mine marine, Stinger e veloci navi da guerra corvette. Taipei ha anche investito nello sviluppo dei propri sottomarini e nel potenziamento di caccia, carri armati ed elicotteri, molto meno utili in caso di guerra aperta ma, sempre tenendo presente la strategia del porcospino, utilissimi per convincere la Cina a non attaccare.

Non sappiamo però se gli aculei taiwanesi saranno sufficienti a bloccare Pechino. Certo è che la strategia taiwanese appare delineata: chiudersi a riccio, rendendo il costo di un’ipotetica invasione talmente alto da scoraggiarla, e, nel frattempo, aspettare aiuti dall’esterno. Dando infine un’occhiata ai dati, la spesa per la difesa di Taiwan è scesa dal 5,2% del pil nel 1990 all’1,9% nel 2020; la Cina spende meno per la difesa come quota del pil, ma 20 volte di più in termini di dollari.

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