L’assassinio del giornalista di al Jazeera Anas al-Sharif, “la voce di Gaza“, e della sua troupe ha suscitato l’indignazione globale, quella genuina e quella vacua dei leader conniventi col genocidio, tra cui spiccano i leader della Ue che ieri hanno espresso l’ennesima condanna omettendo ancora una volta di adire a una qualsiasi misura contro Israele (a fronte della pioggia di sanzioni contro la Russia).

L’uccisione dei cronisti di al Jazeera, spacciata come necessaria a eliminare un dirigente di Hamas (l’ennesimo…), non è un danno collaterale, ma una “strategia”, scrive Ahmad Tibi su Haaretz, come evidenzia il numero dei giornalisti uccisi nella Striscia, 270 finora (su al Jazeera tutti i nomi), e spiega come “chiudendo Gaza ai media internazionali, Israele controlla la narrazione. Sul campo, tratta i giornalisti palestinesi non come osservatori neutrali protetti dal diritto internazionale [art. 79 protocollo del 1977 della Convenzione di Ginevra ndr.], ma come bersagli legittimi. L’intenzione è chiara: se si mettono a tacere i testimoni, si può rimodellare la storia”.
In realtà, finora Tel Aviv non è riuscita a modellare la narrazione, nonostante l’applicazione brutale di tale strategia e le ampie connivenze mediatiche, politiche e culturali internazionali. Ma ciò che è vero ora potrebbe non esserlo tra anni, dal momento che, una volta consumato il genocidio palestinese, la pressione sui mezzi di comunicazione internazionali, per ora forte ma concentrata sulle testate più rilevanti e non ancora così brutale, aumenterà.
Al di là delle prospettiva future, va notato che poco prima che le bombe facessero strame di al-Sharif e dei suoi colleghi, Netanyahu aveva tenuto un incontro con la stampa internazionale, presenti cronisti di varie testate (neretti nostri).
“Sono contento che siate venuti qui, perché vorrei cogliere l’occasione per smentire le bugie e dire la verità“, ha esordito Bibi, aggiungendo che la verità è che Hamas è un’organizzazione terroristica che non solo vuole distruggere Israele, ma “schiavizza gli abitanti di Gaza, ruba loro il cibo, gli spara quando cercano di trasferirsi in zone sicure”.
“Nessuna nazione può accettare un’organizzazione terroristica genocida” e che l’intenzione di Tel Aviv non è occupare Gaza, ma “liberarla dai terroristi di Hamas” (così Netanyahu devia verso i suoi nemici le accuse di genocidio che lo inseguono).
Ora, ha aggiunto, è il momento di porre fine alla guerra e l’unico modo è attaccare la zona centrale di Gaza: “Lo faremo – ha detto – consentendo innanzitutto alla popolazione civile di lasciare in sicurezza le zone degli scontri e di raggiungere le zone sicure designate”.
“In queste zone sicure riceveranno cibo, acqua e cure mediche in abbondanza. Come abbiamo fatto in passato. E ancora, contrariamente alle false affermazioni, la nostra politica nel corso di tutta la guerra è stata quella di prevenire una crisi umanitaria, mentre la politica di Hamas è stata quella di crearla”.
“Dall’inizio della guerra, Israele ha fatto entrare quasi 2 milioni di tonnellate di aiuti! Non conosco nessun altro esercito che abbia permesso che tali aiuti andassero alla popolazione civile in territorio nemico [in realtà, in diritto internazionale obbliga le forza occupanti a sovvenire alle popolazioni occupate, tant’è ndr]. Ora, se avessimo voluto applicare una politica per creare la fame, nessuno a Gaza sarebbe sopravvissuto dopo due anni di guerra. Ma la nostra politica è stata esattamente opposta“.
“[…] Eppure, negli ultimi mesi, Hamas ha saccheggiato con violenza i camion degli aiuti destinati ai civili palestinesi. Hanno deliberatamente creato una carenza di rifornimenti. E le Nazioni Unite si sono costantemente rifiutate, fino a poco tempo fa, di far arrivare le migliaia di camion che abbiamo fatto entrare a Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom”. Si ricorda che Israele ha cacciato le Nazioni Unite da Gaza con motivazioni pretestuose e che i camion non sono migliaia.

Se abbiamo riportato l’intervento del premier israeliano non è certo per confermare quel che ha dichiarato, come ben sa chi segue il nostro sito, quanto per mettere in evidenza come la propaganda israeliana, che Netanyahu ha declinato in maniera alquanto pedissequa, non teme il ridicolo.
Non importa quanto sia astrusa o strida con la realtà: Tel Aviv confida che il messaggio desiderato possa passare attraverso la reiterazione ossessiva e la forza di coercizione che può dispiegare la sua macchina propagandistica. Che non è poca.
Poco dopo l’incontro con la stampa internazionale di cui sopra, le bombe cadevano sulla troupe di al Jazeera. Una tempistica che, data la coincidenza, deve essere riecheggiata come un monito alle orecchie dei cronisti convenuti e altrove.
Non solo, secondo il dottor Mohammed Abu Salmiya, direttore dell’ospedale di al-Shifa, le forze israeliane hanno ucciso i cronisti di al Jazeera perché stanno preparando “un grande massacro” a Gaza City e non vogliono testimonianze mediatiche. “Questa volta, non vogliono che siano riportati né suoni né immagini”.
Al Sharif, sapeva di essere nel mirino, così ad aprile ha redatto un testamento da rendere pubblico qualora fossero riusciti a ucciderlo. Commovente, e sciocco sintetizzare, rimandiamo al testo (per quanti non l’hanno già letto altrove).
Per la cronaca (nera), nell’ultimo giorno Israele ha ucciso altri 68 palestinesi, che si aggiungono alla moltitudine pregressa: il ritmo è più o meno di cento morti al giorno.

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