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Metter mano alle vicende dei veterani negli Stati Uniti è cosa assai delicata e complicata. Fin dai tempi della Corea sino ai conflitti in Iraq e Afghanistan, avere a che fare con stress post-traumatico, malattie croniche, nonché uno stuolo di giovani avvolti esanimi nella bandiera americana è stato spesso motivo di imbarazzo nonché di indignazione. Con questo stuolo di fantasmi di Tom Joad, il sistema americano non è stato mai troppo clemente e le strade d’America sono spesso abitate dall’archetipo del veterano abbandonato a se stesso: spesso vittima dell’abuso d’alcol, in preda a sindromi psicotiche, senza alcun tipo di assistenza sanitaria e ai margini della società.

Le sostanze chimiche in Iraq

Ma per chi ha la fortuna di riportare la pelle a casa e di superare quello che cento anni fa si chiamava “vento degli obici”, restano molte altre cicatrici: quelle delle malattie croniche dovute all’esposizione a sostanze chimiche pericolose legate al warfare moderno. Joe Biden, assestando un colpo magistrale, ha recentemente firmato il PACT Act, l’espansione più significativa di benefici e servizi per i veterani esposti a sostanze tossiche in più di 30 anni.

Sebbene la norma possa andare a contemplare una pluralità di casi, che vanno dall’esposizione all’agente arancio ai roghi, è il caso Iraq che ha messo pressione sulla politica americana. Era il novembre del 2014 quando il Pentagono riconosceva almeno 600 casi di esposizione chimica nel teatro iracheno. Più di 600 membri del servizio militare americano dal 2003 avevano, infatti, riferito ai membri del personale medico militare di ritenere di essere stati esposti ad agenti di guerra chimica, ma all’epoca dei fatti il Pentagono non aveva riconosciuto la portata dei casi segnalati né offerto un monitoraggio e un trattamento adeguati a coloro che si erano esposti. La bomba era esplosa sulle pagine del New York Times che raccontò come, sebbene le truppe non avessero trovato in loco il famigerato programma attivo di armi di distruzione di massa, avevano rilevato armi chimiche degradate degli anni ’80 che erano state nascoste o usato in bombe improvvisate. Dopo che l’Iraq invase l’Iran il 22 settembre 1980, infatti, Saddam Hussein iniziò ad acquistare proiettili di artiglieria progettati dagli Stati Uniti fabbricati nei paesi europei e successivamente riempiti con agenti chimici in Iraq.

Il racconto dei veterani

Il celebre quotidiano aveva rivelato 17 casi di soldati esposti al gas sarin o alla “sulfur mustard”: i casi divennero 25 fino a diventare alcune centinaia. Nell’immediato venne predisposta una hotline e potenziati i questionari di controllo post-missione. I veterani raccontavano di varie patologie sofferte al rientro, fra le quali le più blande erano asma, psoriasi, tremori. Le dichiarazioni di molti di loro vennero non ritenute attendibili e sottovalutate. Stessa cosa per coloro che avevano ricevuto gli agenti direttamente sulla pelle, che avevano lasciato rossori e cicatrici: nulla di sconvolgente considerando che l’agente mostarda, meglio noto come iprite, devasta il corpo dei soldati fin dalla Prima guerra mondiale. In almeno un caso accertato era stato emesso un ordine bavaglio, volto a impedire la menzione dell’episodio “a causa della classificazione della missione”.

I primi nomi a venir fuori furono i casi che non potevano più essere taciuti. Come quello di Michael Yandell, che nel 2004 dichiarò di essere stato esposto al gas sarin da un guscio di sarin binario da 152 millimetri. Dopo aver ricevuto cure mediche scadenti, venne rimandato sul campo quando iniziò a soffrire di sintomi a lungo termine dovuti all’esposizione agli agenti nervini. Le cartelle cliniche della fine del 2004 descrivevano vuoti di memoria, difficoltà di lettura, problemi di equilibrio e formicolio alle gambe. Un veterano rimasto nell’anonimato dichiarò: “Hanno messo un ordine di bavaglio su tutti noi: i dettagli della sicurezza, noi, la clinica, tutti”. “Siamo stati informati di dire ai membri della famiglia che siamo stati esposti a” sostanze chimiche industriali “, perché il nostro caso è stato classificato top secret”. Nel luglio 2008, sei marines avevano segnalato l’esposizione al gas mostarda da un proiettile di artiglieria. Il 16 agosto 2008, cinque soldati erano stati esposti al gas mostarda mentre distruggevano un deposito di armi. Le vesciche sulla loro pelle avevano dimensioni giganti. Assieme a loro, sette agenti di polizia iracheni erano stati esposti a una dozzina di proiettili di senape M110 trovati vicino al fiume Tigri.

Non solo agenti chimici: cosa sono i “burn pit

Accanto ai tradizionali agenti chimici, a terrorizzare soldati in servizio e veterani, soprattutto i cosiddetti “burn pit”. Fino alla metà degli anni 2010, i pozzi di combustione erano comunemente usati in Iraq, Afghanistan e altri luoghi d’oltremare per smaltire i rifiuti raccolti nelle basi militari. Ciò includeva oggetti che producevano fumo tossico pericoloso quando bruciati, come plastica, gomma, miscele chimiche e rifiuti sanitari. In alcune località, gli incendi sono stati vere e proprie operazioni di massa. Alla Joint Base Balad – una delle più grandi basi militari in Iraq – il pozzo del fuoco copriva quasi 10 acri, con il fumo risultante che passava sull’intera base mentre i venti cambiavano. Nel 2008, la rivista Military Times iniziò a riferire di membri del servizio che tornavano dalle zone di guerra con malattie respiratorie insolite che ritenevano fossero collegate ai fumi tossici.

Da allora, numerosi studi e rapporti hanno suggerito collegamenti tra la scarsa qualità dell’aria e i tumori rari riscontrati in numero crescente tra i veterani post-11 settembre. Il Dipartimento della Difesa ha prelevato l’aria da questa base e ha trovato particolato, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici volatili (VOC) e diossine e furani organici tossici alogenati. Tutte queste sostanze possono causare danni significativi all’apparato respiratorio, alla pelle, al sistema nervoso centrale e al sistema cardiovascolare. Più specificamente, condizioni respiratorie croniche sono state associate all’esposizione al particolato. Molte forme di cancro sono state anche collegate alle diossine. La principale diossina rilasciata dai pozzi di combustione è TCDD, anche una delle principali tossine dell’Agente Orange. Il TCDD è stato collegato al cancro e ad altre malattie gravi.

Il Dipartimento della Difesa ha stimato che quasi 3,5 milioni di soldati delle recenti guerre potrebbero aver subito un’esposizione al fumo sufficiente a causare problemi di salute. Nel marzo del 2015 arrivarono le scuse dall’Esercito: “lo scandalo è che avevamo dei protocolli in atto e la comunità medica sapeva cosa fossero, eppure in alcuni casi non siamo riusciti a implementarli in tutto il teatro”. Adesso il PACT lenirà solo in maniera infinitesima il dolore dei veterani e delle loro famiglie. Ironia della sorte, Joe Biden è proprio uno dei padri che potrebbe aver perso un figlio a causa di tutto questo: fin da quando era vicepresidente di Barack Obama, infatti, ha affermato di ritenere che le tossine trovate nel fumo dei rifiuti bruciati nelle installazioni militari statunitensi in Iraq e in altre strutture all’estero potrebbero “svolgere un ruolo significativo” nel causare il cancro dei veterani. Suo figlio Beau, ex procuratore generale del Delaware, morì all’età di 46 anni nel maggio 2015 a causa del glioblastoma multiforme, la forma più comune di cancro al cervello: aveva prestato servizio sia in Kosovo che in Iraq.

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