Dopo decenni di guerre, l’Iraq è uno dei Paesi maggiormente afflitto dalla piaga delle mine anti-uomo. La presenza di questi ordigni, nascosti nei terreni, nelle case e nei palazzi di villaggi e città rende impossibile il ritorno di molti di coloro che hanno dovuto lasciare la loro terra, soprattutto a seguito dell’avanzata dell’Isis nella regione. Particolarmente drammatica risulta la situazione nella provincia di Sinjar, nota per la presenza della minoranza yazida, una delle principali vittime della campagna di omicidi di massa, sequestri e conversioni forzate perpetrata dai miliziani dello Stato islamico. Ad oggi, dopo tre anni dalla sconfitta dell’Isis, solo un quarto della popolazione yazida ha fatto ritorno nel nord-est dell’Iraq mentre più di 300mila persone sono ancora costrette a vivere nei campi profughi allestiti all’interno del Governo regionale del Kurdistan (KRG). La situazione sul terreno tuttavia sta gradualmente migliorando grazie a un gruppo di donne che, con l’aiuto del Mines Advisory Group, sta sminando l’area di Sinjar.

Caccia alle mine

Sinjar è un nome che evoca ricordi di orrori, massacri e sparizioni forzate. La città è diventata il simbolo della violenza dei miliziani dello Stato islamico e della loro lotta contro chiunque fosse considerato un infedele, primi tra tutti gli yazidi. Nel 2014 più di 4mila persone furono uccise, altre 7mila vennero rapite e costrette in schiavitù e ad oggi sono almeno 3mila gli yazidi – per lo più donne e bambini – di cui non si hanno più tracce. La stessa città di Sinjar e i suoi dintorni mostrano i segni della guerra: le abitazioni, le scuole, i negozi e i vari edifici sono stati rasi al suolo o resi inagibili dai raid e dalle bombe, le strade sono impercorribili e accedere ai servizi di base è ancora complicato. In un panorama così desolante, però, c’è chi ancora riesce a sperare in futuro migliore e si impegna per far tornare Sinjar alla sua antica bellezza. Perché la vita torni a scorrere in città, prima che le case possano essere ricostruite e i giardini tornare a fiorire, c’è un altro compito da portare a termine: trovare ed eliminare le mine disseminate dall’Isis in fuga. Questo compito così delicato è stato affidato a un gruppo di donne yazide guidate da Hana Khider, una giovane di 29 anni che lavora per la Ong Mines Advisory Group. “So che questo lavoro è pericoloso. Un passo sbagliato può costarmi la vita. Ma sono orgogliosa perché è di aiuto alla mia comunità, alla mia città e alla mia gente, in modo che possano tornare a casa”, spiega Khider in un’intervista a The Times. La giovane guida una squadra formata da 6 donne: tra di loro ci sono anche una vedova il cui marito è stato ucciso dallo Stato islamico e una ragazza rapita, venduta come schiava e violentata dai miliziani quando aveva solo 16 anni.

Ad oggi, le 36 donne che lavorano per la MAG hanno eliminato quasi 30mila mine dal territorio di Sinjar, contribuendo con il loro lavoro a rendere l’area sicura. Le famiglie delle sminatrici sono orgogliose del lavoro delle loro figlie e mogli, come spiega The Guardian, ma questo tipo di impegno ha i suoi rischi, come è facile immaginare: basta un attimo di distrazione per morire o subire una mutilazione. “Le persone sono uccise o ferite dalle mine ogni giorno a sud delle montagne”, spiega ancora Khider. In questa zona la presenza degli ordigni anti-uomo è maggiore rispetto a quella nord, ma il gruppo non si dà per vinto e continua a cercare tutte le mine disseminate dai jihadisti, come raccontato anche dal documentario Into the Fire del National Geographic a cui ha partecipato la stessa Khider. “Voglio mostrare al mondo cosa è capace di fare una donna yazida”, spiega. La speranza è che il film possa portare l’attenzione internazionale sulla situazione di Sinjar, non solo per ricordare la distruzione portata dai jihadisti, ma soprattutto per mostrare quanto importante sia il ruolo delle donne nella ricostruzione del Paese dopo la sconfitta dell’Isis.

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