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Il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, sarebbe sfuggito a un attentato nel 2018. A riferirlo non è qualche dissidente o un’anonima fonte di intelligence, ma l’ex capo di Stato maggiore della Difesa del Giappone, l’ammiraglio Katsutoshi Kawano, ritiratosi a vita privata l’anno scorso dopo più di 40 anni di onorato servizio nelle Forze di autodifesa giapponesi (Jsdf – Japan Self-Defense Forces).

L’ammiraglio ha rivelato, in una lunga intervista al quotidiano Shukan Gendai, che nel 2018 un gruppo di militari ribelli ha organizzato quello che è un vero e proprio complotto per uccidere Kim Jong-un. Un complotto fallito per un soffio a quanto sembra.

A dicembre del 2018 un gruppo composto da almeno quattro persone su una barca da pesca ha cercato di avvicinare il leader nordcoreano dal mare, nella regione di Wonsan-Kalma, che si affaccia sul Mar del Giappone.

Il dittatore infatti è solito visitare quella zona marittima dove è stato anche costruito un resort sulla spiaggia apposta per lui: un’occasione d’oro, quindi, per eliminarlo. L’attentato, però, per qualche ragione è fallito ma non siamo a conoscenza del perché: l’ammiraglio Kawano non fornisce ulteriori dettagli sulle modalità del fallito assalto.

Sappiamo però che la Corea del Sud, in quella occasione, inviò un cacciatorpediniere dopo aver ricevuto informazioni sul complotto dal Nord proprio tramite il nuovo ufficio di collegamento inter-coreano a Kaesong, vicino al 38esimo parallelo che segna il confine tra i due Stati rivali; lo stesso ufficio di collegamento che si trovava nel palazzo recentemente fatto saltare in aria da Pyongyang a seguito dello stallo nelle trattative con Washington e Seul.

La Corea del Nord chiese che la barca ed i suoi occupanti fossero consegnati ma gli autori della congiura riuscirono comunque a sfuggire alla repressione del regime nordcoreano. Sempre l’ammiraglio ci informa, infatti, che “quattro persone sono fuggite quel giorno e si sono dirette verso il Giappone via mare”.

L’episodio è rimasto nascosto all’epoca perché il cacciatorpediniere sudcoreano inviato nella zona è risultato poi essere lo stesso che il 20 dicembre dello stesso anno, mentre si trovava in missione di scorta insieme ad un pattugliatore della Guardia Costiera impegnato in controlli sulla pesca al largo della penisola di Noto, ha illuminato col radar di controllo del fuoco un aereo da pattugliamento marittimo giapponese P-1 creando un incidente internazionale tra i due “alleati”.

I rapporti tra Giappone e Corea del Sud, che storicamente sono sempre stati caratterizzati da reciproca diffidenza se non addirittura da malcelata ostilità, hanno subito infatti un ulteriore deterioramento quando Tokyo ha imposto restrizioni che hanno colpito Seul l’esportazione di materiale ad alta tecnologia, fatto che ha portato, per ritorsione, alla cessazione dell’accordo bilaterale Gsomia (General Security of Military Information Agreement) sull’intelligence che riguardava esclusivamente lo scambio di informazioni in merito alla situazione contingente della minaccia atomica e missilistica nordcoreana.

I due Paesi hanno anche delle controversie territoriali: gli isolotti Liancourt, ad est della Corea del Sud, sono stati occupati militarmente da Seul ma de facto risulterebbero essere a sovranità nipponica.

Il diverso atteggiamento verso Pyogyang è anche uno dei motivi di attrito tra i due Paesi: l’avvento di Kim Jong-un e della presidenza Park Geun Hye ha dato una scossa alle relazioni tra le due Coree che infine sono giunte allo storico incontro tra i due leader avvenuto nel villaggio di Panmunjeom, lungo la Zona Smilitarizzata, il 27 aprile del 2018. L’azione sudcoreana in quel contesto, ovvero richiesta direttamente dal Nord, risulta quindi essere un gesto di “benevolenza” verso il dittatore. Un gesto che si colloca agli antipodi rispetto alla visione giapponese della questione nordcoreana: Tokyo resta sempre molto diffidente verso Pyongyang, per la nota questione dei rapimenti (rachijiken), ma anche verso Seul, e guardava con sospetto alla riapertura dei canali commerciali tra Nord e Sud.

Oggi la situazione è completamente diversa, e le tensioni che si sono riaccese nella Penisola Coreana possono essere stata alla base della decisione dell’ammiraglio Kawano di raccontare questo particolare episodio su cui però, non è possibile avere conferme.

Il leader nordcoreano vive nel terrore di un attentato alla sua vita, al punto da aver fatto assassinare nel 2017 il suo fratellastro, Kim Jong-nam, perché sospettato di poter succedergli in un tentativo di “cambio di vertice” a Pyongyang orchestrato proprio dalla Cina, che vede con imbarazzo e spesso fastidio il suo vicino di casa. Kim Jong-nam è stato ucciso in Malesia, all’aeroporto di Kuala Lumpur, probabilmente utilizzando un agente chimico nervino, il Vx, con delle modalità che però sollevano più di un sospetto.

Al momento da Pyongyang, ma nemmeno da Seul, nessun commento sulla vicenda resa nota dall’ammiraglio, forse anche perché attualmente sono alle prese con l’ennesimo attrito diplomatico causato dall’uccisione di un ispettore del Ministero della Pesca e degli Oceani sudcoreano perpetuata dall’equipaggio di una motovedetta nordcoreana: sembra che l’ispettore si fosse gettato in mare dal battello da pesca su cui era imbarcato per disertare raggiungendo a nuoto la costa della Corea del Nord.

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