Nell’ottobre 2018 ebbe inizio il divorzio tra la Chiesa ortodossa russa e il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, quando la prima interruppe unilateralmente la piena comunione con il secondo per via dell’intenzione di concedere l’autocefalia alla Chiesa ortodossa di Kiev.

Lo scisma ortodosso del 2018

Questa vicenda, intimamente annodata al contesto del conflitto in Ucraina, ha seminato a lungo zizzania nel mondo ortodosso: la postura del Patriarca Kirill, con la sua benedizione dell'”operazione speciale” di Vladimir Putin, poi, ha finito per aprire un secondo fronte “ortodosso”, tra condanne e avalli all’invasione dell’Ucraina.

I Patriarchi Sawa (a sinistra) e Kirill.

Se da Istanbul il patriarca Bartolomeo I si è sempre pronunciato contro il divisivo Kirill, da Varsavia il “papa di Putin” ottiene la solidarietà del suo modesto epigono in loco, il Patriarca Sawa (al secolo Michal Hrycuniak), arrivato perfino a definire “perseguitata” quella frangia della chiesa ortodossa ucraina fedele a Mosca. Lo scorso maggio, il Metropolita di “Varsavia e di tutta la Polonia” aveva celebrato i suoi 25 anni dall’intronizzazione nonché alla guida degli ortodossi polacchi, una comunità di circa mezzo milione di persone, in un lago prevalentemente cattolico come la Polonia.

La storia recente della Chiesa ortodossa polacca

Le ragioni di questa vicinanza, sono legate sia alla storia polacca del Secondo dopoguerra, ma anche all’esperienza personale di Sawa, che ha ricoperto anche rilevanti cariche pubbliche come quella di Ordinario militare ortodosso dell’esercito polacco.

La chiesa ortodossa polacca venne stabilita nel 1924 dopo che la Polonia riguadagnò la sua indipendenza, per dare forma e sostanza alla fede delle comunità ucraine e bielorusse nell’est del Paese. L”ironia del destino volle che il primo metropolita degli ortodossi di Polonia fosse un ucraino, Yurii Yaroshevsky, nominato dal Patriarcato di Mosca. Quando costui inizio a mostrare la propria avversione per lo strapotere e l’ingerenza del patriarcato moscovita, venne ucciso da un monaco russo. Nel periodo fra le due guerre la chiesa ortodossa polacca dovette sopravvivere a numerose avversità e persecuzioni: un gran numero di chiese ortodosse vennero distrutte e alcune convertite in cristiane in quel crocevia tra Polonia, Bielorussia e Ucraina, che ancora oggi è la Volinia. Alla fine della Seconda guerra mondiale, con la Polonia attirata nell’orbita sovietica e le annessioni territoriali che seguirono, 8 su 10 tra parrocchie e congregazioni finirono sotto il patriarcato di Mosca.

Chi è il Patriarca Sawa

Con un lungo cursus honorum da teologo e docente, Sawa, classe 1938, ha lavorato (almeno dal 1965) per la Sluzba Bezpieczenstwa, la Polizia di sicurezza polacca dell’era sovietica, con il nome in codice di Tw Jurek e la matricola 12348: l’Istituto per la memoria polacco, ancora oggi conserva tutta la documentazione a suo carico, che non lascia dubbio sul fatto che Sawa fosse sul libro paga della polizia comunista, come quasi tutti i leader della chiesa ortodossa polacca del Dopoguerra, all’interno della quale non era insolito veder penetrare anche agenti del Kgb su ordine diretto del Politburo moscovita.

La collaborazione era legata alla sua assunzione nella Cancelleria metropolitana: il suo ruolo era quello di offrire informazioni aggiornate sui cambiamenti in atto nella Chiesa ortodossa con particolare attenzione ai contatti con l’estero e ai fenomeni negativi legati al rapporto Chiesa-seguaci. Dalle numerose note conservate dagli archivi polacchi, scritte di suo pugno ci sono informazioni e “pagelle” su tutto il clero ortodosso locale, ma anche sulla comunità cattolica e protestante, in particolar modo sulle frange dedite all’ecumenismo, considerato eresia dai fondamentalisti dell’eccezionalismo della chiesa moscovita. Numerose sono anche le “denunce morali” rivolte ai suoi omologhi delle altre fedi, nelle quali ricorrono spesso “sospetti di omosessualità”. Parole dure, durissime, per i suoi predecessori e “colleghi” che taccia, a turno, di incompetenza e poco rigore nella vorace speranza di giungere quanto prima al soglio di Varsavia. L’atteggiamento rigoroso e collaborazionista finì per procurargli l’idiosincrasia dei giovani polacchi, ortodossi compresi, soprattutto quelli che iniziarono a simpatizzare per Solidarność.

Con il crollo del muro di Berlino e la tumultuosa uscita della Polonia dall’orbita di Mosca, complice anche un Papa cattolico polacco, la figura di Sawa ha finito per divenire marginale, pallido baluardo del tempo che fu, sebbene indigesto. Il conflitto in Ucraina, con la sua appendice teologica, ha riportato agli onori della cronaca questa strana figura di esagitato supporter di Kirill, che continua a mostrare deferenza verso Mosca e i suoi alti papaveri. Tanto da indurre, nel febbraio scorso, un gruppo di ex attivisti anticomunisti polacchi a chiedere al presidente della Polonia di privare Sawa del suo gradi militare. A scatenare l’ira dei polacchi, la lettera del febbraio scorso con la quale Sawa inviava i suoi auguri a Kirill per il quattordicesimo anno dalla sua intronizzazione: “Il nemico della fede non ama la stabilità della Chiesa e cerca di distruggerla. Ciò che è accaduto in Ucraina lo testimonia”, tuonò Sawa, rendendo pubblico il suo endorsement non solo verso Kirill ma anche all'”operazione speciale”.

Alla levata di scudi da parte di un Polonia sempre più guardinga verso Mosca, Sawa aveva minimizzato il suo gesto facendolo passare per semplice “protocollo”, ribadendo di aver già condannato l’invasione dell’Ucraina e di aver chiesto a questo proposito l’intercessione del fratello Kirill. “Perdonate me, un peccatore”, era stato il suo messaggio alla comunità polacca per non inciampare in più serie reprimenda.

La richiesta di pace dell’arcivescovo di Przemyśl e Gorlice.

La voce di Sawa, inoltre, rischia di essere ben presto oscurata dall’arcivescovo, anch’esso ortodosso, di Przemyśl e Gorlice, che nello scorso anniversario della guerra ha invitato i fedeli ortodossi a pregare “per la pace e per la sconfitta della Russia[…] Chiunque sfodera la spada morirà di spada”: parole forti che delegittimano la crociata anacronistica e sanguinosa di Sawa e del “fratello” Kirill.