La guerra a Gaza continua, violenta e inclemente, nonostante sul tavolo sia stato posto il piano diplomatico dell’amministrazione americana di Joe Biden per aprire una discussione sul cessate il fuoco Israele-Hamas. La cui concretizzazione appare lontana.
Mentre gli occhi del mondo piombavano su Rafah minacciata dalla possibile avanzata israeliana e dalla dispersione del milione di profughi ivi rifugiati, non calava la pressione di Tel Aviv sul resto della Striscia. Ieri una scuola nel centro di Gaza, gestita dall’agenzia Unrwa, è stata centrata dall’Israel Defense Force. Il raid ha causato ben 36 morti. Forti le accuse tra Tel Aviv e Hamas: per Israele la scuola era stata convertita in un compound militare, per gli islamisti, invece, le vittime sono civili. E il Guardian riporta, citando le autorità di Gaza, almeno 14 minori tra i morti.
Nel frattempo sul piano Biden, dopo aperture sia sul fronte palestinese che nell’entourage del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ci sono frizioni. Sul fronte di Hamas, il capo politico del movimento Ismail Haniyeh, al sicuro in Qatar, ha rilanciato come condizioni il totale ritiro israeliano da Gaza quale premessa alla trattativa, mentre Tel Aviv ha deciso che non cesserà durante i colloqui mediati da Usa, Qatar e Egitto le operazioni militari. E l’ultradestra israeliana pressa Netanyahu con forza per non cedere in alcun modo all’idea di trattare.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i più radicali antipalestinesi del governo, si è concesso a tal proposito una passerella in una manifestazione a Gerusalemme ove venivano promossi canti e cori ultranazionalisti.
Le trincee sono sempre più profonde e, come succede dal 7 ottobre, i falchi radicali delle due parti sembrano volersi legittimare a vicenda nel proseguire una guerra in cui i civili di Gaza sono, oggigiorno, le vittime palesi. I morti, che si avvicinano a quota 40mila, raccontano la parte più tragica della vicenda dei civili palestinesi, ma purtroppo non l’unica. C’è poi il discorso della problematica questione delle ferite e delle mutilazioni, che toccano in particolar modo i minori: Save the Childern stimava a gennaio che almeno dieci minori al giorno subiscono mutilazioni e che ben 20mila siano, ad oggi, separati dalle famiglie. L’Unicef stimava in complesso almeno 12mila bambini feriti dal 7 ottobre a oggi, oltre ai 15mila uccisi da bombardamenti, raid e combattimenti. Un duplice, triste primato. Il 90% dei minori, poi, rischia nella Striscia l’insicurezza alimentare.
Mentre per Israele appare sempre più difficile giustificare un eccidio che non sta producendo alcun effetto concreto nell’avanzamento della posizione di Tel Aviv verso la vittoria nella guerra contro Hamas, sul fronte internazionale la posizione del governo di Netanyahu scricchiola. Biden continua con pressioni che ora, dopo lunghe attese, appaiono molto serie; in Europa la Slovenia si è aggiunta ai Paesi che riconoscono lo Stato di Palestina. Lubiana entra in scia a Norvegia, Irlanda e Spagna che a fine maggio hanno accelerato sul tema.
E proprio Madrid ha, nella giornata odierna, inflitto un nuovo colpo a Israele, il cui esecutivo aveva duramente aggredito Pedro Sanchez. La Spagna, infatti, si unirà al Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia nel processo che ha visto il tribunale dell’Onu, per ora, imporre misure urgenti per fermare l’offensiva su Rafah e indagare sul rischio pulizia etnica e genocidio nella Striscia. Al Sudafrica si erano già uniti l’Autorità Nazionale Palestinese, il governo della Libia e due Stati vicini al campo occidentale, Cile e Messico. Dopo l’appello pro-Gaza di Claudia Sheinbaum Pardo, neo-presidente messicana, arriva la decisione di Sanchez. Ennesimo schiaffo diplomatico a Netanyahu in un conflitto caotico sotto ogni punti di vista. In cui il rischio vicolo cieco per Tel Aviv è altissimo