Da Bengasi a Tripoli, passando per altre località sia della Cirenaica che della Tripolitania: dopo la seconda metà di marzo in Libia si sono verificati diversi omicidi eccellenti, in molti casi sono stati eliminati nomi di spicco delle varie milizie che si contendono il campo. Una circostanza che non è sembrata affatto casuale. Tutto infatti sta avvenendo a pochi giorni dall’insediamento dell’esecutivo guidato da Abdul Hamid Ddeibah, il quale è chiamato a traghettare il Paese almeno fino a dicembre, data delle prossime elezioni. Un processo delicato: in pochi mesi il nuovo governo dovrebbe essere in grado di dare una parvenza di unità alla Libia. Unità che, con molte milizie ancora in possesso del territorio, potrebbe ancora una volta apparire come chimera. A morire negli ultimi giorni sono stati proprio miliziani sospettati di poter remare contro la stabilizzazione.

Gli omicidi eccellenti a Bengasi e Tripoli

Macellaio, sanguinario e spietato assassino: veniva descritto così Mahmoud al Werfalli, comandante di una brigata salafita da anni radicata a Bengasi e all’interno della Cirenaica. Il 24 marzo il miliziano è stato raggiunto da una scarica di proiettili indirizzati verso la sua macchina. Per lui non c’è stato scampo. Si è trattato del primo omicidio eccellente che ha aperto la scia di sangue che sta colpendo la Libia da alcune settimane a questa parte. Al Werfalli comandava un gruppo salafita inquadrato all’interno del Libyan National Army, l’esercito di Khalifa Haftar. Per il generale però il miliziano assassinato era diventato più un problema che un alleato. Appena pochi giorni prima del suo omicidio, Al Werfalli aveva devastato un concessionario Toyota a Bengasi e tutto questo perché il proprietario aveva protestato contro l’occupazione di alcuni suoi terreni da parte dei miliziani salafiti. In alcuni video il comandante si è fatto ritrarre in passato mentre uccideva prigionieri o bastonava i carcerati. Un personaggio pericoloso che nell’est della Libia aveva forse l’ambizione di considerarsi come un vero e proprio padre padrone.

Nei giorni successivi nel Paese sono stati segnalati altri fatti di sangue. A Zawiya, strategica località ad ovest di Tripoli, è stato ucciso uno degli elementi di spicco delle locali milizie, molto importanti negli equilibri militari della parte occidentale della Libia. Si trattava di Osama Miloud Coco, classe 1997, accusato tra le altre cose di aver rapito sempre a marzo un uomo d’affari di Sabratha. A Bani Walid, 125 km a sud di Tripoli e roccaforte della tribù Warfalla, è stato invece ucciso il miliziano Muhammad Bakir. Il vero omicidio eccellente in questa parte della Libia, è però avvenuto il 29 marzo nella capitale. Qui infatti Muhammad Salem, meglio noto con il nome di battaglia di Damouna, è rimasto vittima di una sparatoria nella periferia della città. Salem non era certo uno qualsiasi: si trattava infatti di uno dei massimi esponenti della brigata islamista Al Sumud, una delle più potenti di Tripoli e guidata dal miliziano Salah Badi.

Lo zampini dei servizi stranieri

In comune gli omicidi che hanno innescato la lunga scia di sangue, hanno il fatto di aver avuto come vittime personaggi che per i rispettivi alleati hanno rappresentato non pochi problemi. La brigata salafita di Al Warfalli a Bengasi e la milizia Al Sumud a Tripoli sono in grado di destabilizzare l’attuale percorso politico intrapreso dalla Libia. E sono soprattutto in grado di mettere in imbarazzo gli ex “protettori”. Possibile una regia comune dietro questi fatti di sangue? Una domanda che arriva dalla constatazione che gli omicidi sono stati compiuti nel giro di pochi giorni e non hanno risparmiato nessuna zona strategica del Paese. Su Erem News, televisione con sede negli Emirati Arabi Uniti, un funzionario della sicurezza libica ha avallato i sospetti: “Tutto ciò che accade nel Paese in questi giorni – si legge nella sua dichiarazione – rientra nell’ambito della normalizzazione della Libia. Ci sono molte figure controverse all’interno della Libia la cui presenza costituisce una minaccia per gli accordi politici e militari tra le fazioni libiche”.

A portare a termine gli omicidi sarebbero stati, sempre secondo il funzionario della sicurezza, reparti di alcune intelligence straniere. Un modo quindi per agevolare e accelerare il lavoro del governo. Ma c’è chi parla in ambito diplomatico anche di un’azione interna alla Libia, coordinata tra gli stessi attori che hanno stipulato i recenti accordi politici. Poche le certezze in tal senso. Tuttavia è innegabile un’importante verità: in Libia forse qualcosa sta cambiando.