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“Un’arma che nessuno ha mai avuto prima”, qualcosa di “incredibile” e “nucleare”. È una delle rivelazioni che Donald Trump avrebbe fatto al giornalista Bob Woodward, emersa dalle anticipazioni sul libro Rage dedicato alla presidenza del tycoon newyorkese. La rivelazione ha animato la discussione tra gli addetti ai lavori e gli esperti, consci che nella fase attuale numerosi sono i terreni in cui la ricerca militare di frontiera ha portato e porterà a profonde innovazioni e altrettanti quelli in cui la competizione di Washington con i maggiori rivali, Cina e Russia in testa, è serrata.

L’amministrazione Trump, ad esempio, aggiornando nel 2018 la dottrina di utilizzo delle armi nucleari (Nuclear Posture Review) ha aperto la strada allo sviluppo della nuova testata nucleare, W76-2 è una variante dell’arma usata sui missili Trident dai sottomarini nucleari americani; la W76-2, in ogni caso, non rappresenta necessariamente una novità assoluta, ma l’ampliamento di un programma già esistente. Per capire quale arma possa essere davvero un game-changer nella competizione militare globale sono altri i terreni su cui l’analisi deve concentrarsi.

Per Marcello Spagnuloingegnere aerospaziale con decenni di esperienza nel settore, presidente del Mars Center e autore del saggio Geopolitica dell’esplorazione spaziale, il terreno da tenere d’occhio è quello delle armi ipersoniche e della partita per il controllo dello spazio. Spagnulo, in un articolo pubblicato su Formiche traccia in particolar modo il percorso della graduale crescita di influenza dell’ex  sottosegretario per Ricerca e sviluppo del Pentagono, Michael Griffin, in carica dal 2018 fino allo scorso mese di giugno, che negli ultimi anni ha fortemente spinto per mettere in campo tutta la potenza industriale e tecnologica degli Stati Uniti al servizio dello sviluppo delle nuove armi ipersoniche.

Ricordando l’intervento di Griffin, oggi 71enne, forte di cinque lauree e di un’esperienza alla guida della Nasa, a un convegno a Washington nel marzo 2018 Spagnulo sottolinea che allora l’ingegnere “fece esplicito riferimento a un nuovo tipo di arma rivoluzionaria capace di volare manovrando a più di 15 volte la velocità del suono e in grado di colpire quasi tutti i bersagli al mondo in pochi minuti. I missili ipersonici appunto, che piombano sugli obiettivi in un lampo accecante e distruttivo prima di qualsiasi boom sonico e sono troppo veloci per le contromisure radar”. Un campo in cui è oggi la Russia, secondo le notizie più affidabili, ad essere saldamente in testa e in cui altre potenze nucleari, come la Cina e l’India, partecipano attivamente.

Al 2020, gli Stati Uniti sono ancora, ufficialmente, in ritardo nella corsa all’arma ipersonica e viene da pensare come potrebbe essere stata la partita senza l’entrata a gamba tesa di Girffin, il cui dipartimento ha maneggiato fondi per 17 miliardi di dollari e accelerato la svolta legislativa per la ricerca ipersonica: “nel 2018, il Congresso approvò una legge che richiedeva la disponibilità di un’arma ipersonica operativa dal 2022 e, infatti, l’anno seguente il budget per la Difesa proposto dall’amministrazione Trump comprendeva 2,6 miliardi di dollari il primo anno per questi sistemi d’arma e 5 miliardi per il seguente”. Si trattava di dare organicità industriale e programmare strategicamente sul medio-lungo periodo la partita ipersonica, che Griffin comprese avere dirette implicazioni anche sulla corsa al controllo dello spazio, tanto che sotto l’ala del Pentagono l’ex capo della Nasa costruì un’agenzia ad hoc per promuovere la ricerca e le politiche per il controllo dello spazio, ora con ogni probabilità confluita nelle nuove Space Forces.

A fine marzo il Pentagono ha affermato di aver superato con successo il test di volo del suo vettore, che gli sviluppi militari e industriali, concentrati principalmente nella filiera di aziende che fa capo a Lockheed Martin. Un vettore – considerazione importante – che sarà unico per l’Us Army e l’Us Navy. Come ha ricordato su InsideOver, il prototipo a stelle e strisce potrà toccare la velocità di punta di Mach-20, venti volte la velocità del suono, trasportando dunque testate anche nucleari con una rapidità superiore a qualsiasi difesa anti-missile nemica, e per l’impiego finale dell’arma si stanno considerando, come mezzi da armare, le navi della Marina classe Arleigh Burke e Zummwalt o i sottomarini classe Virginia.

A questi programmi il Pentagono lavora da tempo, ma gradualmente il cono d’ombra su di essi si sta diradando e l’attenzione di opinione pubblica e studiosi sta crescendo. Donald Trump potrebbe in fin dei conti aver anticipato a Woodward questo sentore. L’uscita di Mike Griffin dall’amministrazione per entrare nell’azienda del settore aerospaziale Rocket Lab, in questo contesto, aumenta il presidio di uomini dell’apparato di potere americano ne complesso militar-industriale, e non è un segno dei ritardi ma dell’effettivo avvio di un programma capace di marciare e oramai strututrato per esser portato avanti dai militari. Non a caso da oltre cinque anni Lockheed Martin, azienda centrale del programma ipersonico C-Hgb, è diventato un investitore strategico di Rocket Lab: Griffin, il principale ispiratore del programma, è a maggior ragione ancora al suo interno. Pronto – con le competenze di Rocket Lab, specializzata nel lancio in orbita di vettori di piccola dimensione – a sviluppare quello che potrebbe essere il vero vantaggio competitivo del programma ipersonico Usa: una rete di satelliti capaci di tracciare dallo spazio i missili amici e nemici.

L’ipotesi più concreta per una nuova arma, dunque, porta nella direzione del missile ipersonico. La dichiarazione roboante di Trump che Woodward attribuisce al Presidente, dunque, può avere numerosi riscontri concreti: gli Usa sono tornati in partita nella corsa ipersonica, e nei prossimi anni anche il loro arsenale potrà, di questo passo, allinearsi a quello di Cina e Usa.

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