La Slovenia sanziona i ministri di Israele per “incitamento al genocidio”. Noi, invece…

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Nel balbettio desolante dell’Unione Europea, che fatica a trovare una linea comune sulla mattanza a Gaza, la Slovenia ha compiuto un passo che nell’Italia meloniana fatichiamo a immaginarci: dichiarare personae non gratae i ministri israeliani Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, quelli paragonati da molti pacifisti di Tel Aviv al vecchio Ku Klu Klan. L’accusa? Incitamento al genocidio. Tramite parole, azioni e dichiarazioni pubbliche. Un gesto, quello sloveno, che arriva da un governo di centrosinistra, europeista e convinto pro-Ucraina, e che rompe con la prudenza – o sarebbe meglio dire la complicità – della maggior parte delle capitali occidentali.

“Non è una posizione forte, ma semplicemente umana e rispettosa del diritto internazionale”, spiega a InsideOver l’europarlamentare sloveno Matjaž Nemec, del gruppo Socialisti e Democratici – lo stesso del Pd italiano. “Slovenia ha aspettato che l’Ue trovasse un approccio comune, ma in assenza di questo è nostro dovere morale e legale agire per prevenire un genocidio”.

Nemec ricorda che Paesi come Regno Unito, Canada, Norvegia e Nuova Zelanda avevano già adottato simili misure. Se la Commissione Europea, guidata dalla liberal-nazionalista Kaja Kallas, una filoisraeliana appiattita su Washington, ha preferito concentrarsi su pacchetti umanitari per Gaza che di fatto hanno solo peggiorato la situazione, servendo nel contempo a rimandare sanzioni più dure, la Slovenia ha scelto la via della condanna diretta.

Questa scelta trova terreno fertile in una memoria collettiva segnata da guerre e persecuzioni. “Gli sloveni ricordano vividamente le scene delle guerre balcaniche e il massacro di Srebrenica“, dice Nemec. “Molte famiglie hanno perso cari nei campi di concentramento nazisti. Siamo una piccola nazione che ha sognato l’indipendenza per secoli e solo 34 anni fa l’ha ottenuta: comprendiamo la lotta degli oppressi”.

Non è solo un’élite politica a sostenere questa posizione: secondo Nemec, “la grande maggioranza degli sloveni condivide i valori di pace, antimilitarismo e umanità, valori che oggi vediamo calpestati a Gaza mentre l’Occidente guarda altrove”.

L’eredità dei non allineati

La Slovenia non è nuova a prese di posizione controcorrente: mesi fa, la presidente Nataša Pirc Musar – non una riottosa no-global, ma una giurista moderata, filo-Bruxelles e filo-Kyiv – aveva già invocato il boicottaggio dell’Eurovision, dichiarando che sia Israele che la Russia hanno violato la Carta delle Nazioni Unite con le loro guerre, rispettivamente contro Gaza e l’Ucraina, ma sottolineando che Israele lo ha fatto su una scala molto maggiore. Qualche settimana fa Musar ha pure difeso a spada tratta Francesca Albanese, relatrice Onu sanzionata dagli Stati Uniti per le sue critiche all’occupazione israeliana. Ricordiamoci: tutto questo sarebbe stato considerato inaccettabile da gran parte della stampa progressista italiana ed europea due anni fa. Eppure la Slovenia ha un posizionamento internazionale atlantista e una popolazione arabo-musulmana inferiore a quella italiana.

Perché da quelle parti si riesce a condannare le sanzioni contro Albanese e a invocarle contro i ministri del Ku Klux Klan israeliano, mentre il Quirinale non lo fa? Probabile un calcolo di realismo politico da parte di Sergio Mattarella: prendere certe posizioni scontenterebbe Donald Trump, e di ritorno la nostra presidente del Consiglio, e non sarebbe nell’interesse nazionale di un’Italia in balia delle correnti.

C’è però un contrasto evidente tra la Slovenia e altri Paesi dell’Est europeo. In molti di essi, la causa palestinese è ancora vista, talvolta, attraverso la lente della Guerra Fredda, quando l’Urss sosteneva apertamente l’Olp. Nemec respinge però questa lettura per la Slovenia: “La Yugoslavia fu parte del Movimento dei Non Allineati, e questo ci ha permesso di vedere il mondo non in bianco e nero, ma come un’aspirazione alla pace. Colonialismo, oppressione e occupazione sono contrari alla nostra storia e ai nostri valori”.

La contraddizione è invece più evidente in Ungheria. Budapest ha bloccato ogni tentativo di sanzionare Israele pur avendo una lunga storia di antisemitismo istituzionale e campagne contro il finanziere e mecenate ebreo George Soros. “Il governo populista ungherese vede l’ordine internazionale come una minaccia e segue la linea di Trump, ma credo che questo segnerà la sua rovina, come è già successo ad altri regimi simili”, osserva Nemec.

Infine, resta la domanda se la scelta slovena possa creare tensioni a Bruxelles. “È l’assenza di unità nel proteggere i bambini che muoiono in fila per il cibo a dover creare attriti in Europa, non la nostra azione”, risponde l’eurodeputato, che si ribella ai calcoli geopolitici. “Spero che altri Paesi seguano l’esempio e che l’Ue ritrovi l’unità. Temo che la sua attuale posizione verrà condannata dalla Storia”.