Guerra /

Scatta l’allarme sulle regioni orientali dell’Ucraina. Sia da parte di Kiev che di Mosca e delle repubbliche separatiste si segnalano violazioni del cessate-il-fuoco sia nel Donbass che a Luhansk. I leader delle repubbliche secessioniste hanno chiesto ai cittadini di prepararsi a imbracciare le armi e ordinato l’evacuazione dei civili dalle linee del fronte verso la Russia. La situazione, come ripetono ormai tutte le parti in campo, sembra precipitare rapidamente. E dopo gli spiragli che si erano aperti nei giorni scorsi, ora sembra di nuovo calare il buio sull’Ucraina. Come ricorda Axios, l’evacuazione dei civili per ordine di una forza separatista filorussa ricorda quanto avvenne già nella guerra in Georgia del 2008, nel conflitto per l’Ossezia del Sud.

Le ultime inquietanti dichiarazioni

Difficile comprendere quali siano le cause che hanno portato a questo peggioramento della situazione. Difficile perché entrambe le parti, cioè Russia e Stati Uniti, si accusano vicendevolmente di avere provocato l’aumento delle tensioni.

Washington segnala da diverse settimane l’imminenza di un’invasione russa e la possibilità che Mosca possa sfruttare un qualsiasi pretesto per intervenire con le proprie forze armate già disposte lungo il confine ucraino. Alle immagini inviate dal Cremlino che mostravano il ritiro di alcune guarnigioni dal territorio ucraino, hanno fatto seguito le continue smentite da parte atlantica, europea e statunitense. E le parole del segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, e del presidente Joe Biden hanno confermato la linea di pensiero dell’amministrazione democratica sul fato che non vi fossero in realtà segnali di una vera de-escalation. Lo stesso ambasciatore degli Stati Uniti per l’Osce, Michael Carpenter, ha segnalato che in base alle informazioni dell’intelligence “stimiamo che Mosca abbia probabilmente ammassato tra 169.000 e 190.000 effettivi in Ucraina e nelle vicinanze rispetto ai circa 100.000 del 30 gennaio”. Il fatto che Carpenter abbia specificato “in Ucraina” indica che il Pentagono e i servizi Usa includono anche eventuali forze russe presenti in Donbass e a Luhanks. Accusa che dal Cremlino smentiscono.

Vladimir Putin, negli ultimi giorni, ha parlato di quanto avveniva in Donbass come di un “genocidio” e ha accusato il governo di Kiev di aver violato gli Accordi di Minsk sulle garanzie nei confronti delle autoproclamate repubbliche separatiste. E anche oggi Putin ha parlato in conferenza stampa di “sistematiche e massicce violazioni dei diritti umani” nel Donbass e “discriminazioni della popolazione russofona”. Il segnale, giunto dopo la richiesta della Duma russa di riconoscere le due repubbliche, ha fatto comprendere l’intenzione del Cremlino di avere già scelto l’ultima leva contrattuale: quella delle forze filorusse in Ucraina. Un nodo mai sciolto dall’inizio del conflitto e che adesso riaffiora con ferocia in attesa di una risoluzione delle tensioni che eviti uno scenario di guerra su larga scala: perché quella latente e più silenziosa non è mai finita dal 2014.

Il negoziato si fa sempre più stretto

L’impressione è che in questo momento le vie per un negoziato tra Russia e Occidente siano sempre più strette. Mosca, anche nelle ultime uscite pubbliche dei suoi ministri e dello stesso presidente, ha preteso garanzie di sicurezza che in questo momento né Washington né le cancellerie europee sembrano in grado di fornire. L’asticella si sta alzando sempre di più. E quanto affermato ieri in sede Onu dalle autorità russe, e cioè il ritiro delle forze statunitensi dal Baltico e dall’Europa centro-orientale, appariva come un segnale di irrigidimento rispetto alle reali possibilità di un accordo. Il presidente russo, anche oggi, ha sottolineato che secondo lui l’Europa e gli Stati Uniti comunque imporranno sanzioni anche senza un conflitto, semplicemente con un pretesto. E queste affermazioni appaiono come una sorta di ulteriore messaggio che il negoziato non stia andando nella giusta direzione.

D’altro canto, anche da parte degli Stati Uniti non sono mai giunte aperture di credito pubbliche nei confronti della Russia, a parte il rilancio di una telefonata tra Biden e Putin e un incontro che dovrebbe avvenire la prossima settimana tra Blinken e il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Vertice che a questo punto potrebbe apparire decisivo per provare a abbassare le tensioni o per certificare l’innesco di un conflitto in cui le forze russe potrebbero sì intervenire ma circoscrivendo le operazioni alle sole repubbliche separatiste. E la minaccia di una guerra, sempre più prossima, potrebbe essere un’ultima arma negoziale.

Nelle prossime ore, l’attenzione su ulteriori mosse da parte dell’Occidente e della Russia e dei loro leader. Putin supervisionerà le manovre russe con i testi dei missili balistici insieme al bielorusso Aleksandr Lukashenko. La Casa Bianca invece ha reso noto che Biden avrà nel pomeriggio (ora di Washington) un incontro virtuale “con i leader transatlantici”.

Se questo è il momento di trovare una soluzione, forse il segnale potrebbe arrivare proprio dal pericolo di una guerra che si fa sempre più imminente. Quasi a indicare un’accelerazione prima che si arrivi allo scenario che nessuno vorrebbe realizzare.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.