Esattamente com’è iniziata oramai più di un mese fa, la guerra in Iran prosegue sul filo sospeso tra diplomazia e incremento delle attività belliche. Lo si nota dalle dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump, il quale alterna frasi concilianti con parole in cui si evince l’imminenza di una possibile operazione di terra. Da Teheran, memori dei precedenti, hanno già più volte messo in guardia da un’invasione statunitense: “Dicono di trattare con noi – ha dichiarato nei giorni scorsi il presidente del parlamento iraniano, Mohammed Bagher Ghalibaf – ma in realtà si stanno preparando a invaderci. E noi li aspetteremo”. Eppure, non sono poche le fonti che parlano di Ghalibaf proprio come di uno dei principali interlocutori iraniani al cospetto dei mediatori Usa
Le possibili trattative
Qualcosa comunque, all’interno del pentolone della diplomazia, bolle realmente. Sono diversi gli attori regionali che hanno tutto l’interesse affinché il conflitto non dilaghi, né in termini geografici e né sotto il profilo temporale. Egitto, Turchia e Pakistan appaiono molto impegnati al momento per provare a mediare e a mettere tutti attorno a uno stesso tavolo. Il Cairo teme l’aumento ulteriore dei prezzi, Ankara un eccessivo afflusso di migranti in caso di escalation, Islamabad invece già adesso sta subendo gravi conseguenze dalla penuria di petrolio. Tutti e tre i Paesi hanno rapporti importanti sia con gli Stati Uniti che con l’Iran e, soprattutto, tengono canali aperti con gli altri attori impegnati nel dossier: Russia e Cina. Da qui l’intensa attività diplomatica di cui però, almeno per il momento, non si conoscono molti dettagli.

Trump, come sottolineato in precedenza, ha varie volte affermato di essere in trattative già oggi con l’Iran: “Il regime è cambiato – ha specificato in un’intervista alla Fox – abbiamo eliminato quelli che governavano prima, ora ci sono altre persone e sembrano più ragionevoli”. Il capo della Casa Bianca ha concesso svariati prolungamenti di altrettanto svariati ultimatum, nel tentativo di dimostrare l’esistenza e la persistenza delle trattative: “Sono ottimista – ha rimarcato sui social – loro devono volere un accordo”. Difficile però al momento capire se le trattative di cui parla Trump siano le stesse tentate dai tre Paesi prima menzionati. Oppure, al contrario, se si tratta di canali diversi seppur paralleli. Magari con il coinvolgimento di Ghalibaf, visto come falco della Repubblica Islamica ma al tempo stesso rappresentante della parte “laica” e non clericale del regime.
Il possibile intervento di terra
Ma c’è pure chi ha paventato l’ipotesi dell’inesistenza dei colloqui e di frasi pronunciate da Trump per placare i mercati. Di certo, l’unica cosa ad oggi oggettivamente riscontrabile è il rafforzamento dei rispettivi dispositivi militari. Qualcosa come 2.500 soldati appartenenti al gruppo anfibio della Uss Tripoli si trovano oramai nell’area operativa del Centcom. In totale, sarebbero almeno ottomila i soldati Usa presenti in medio oriente. Lo sguardo è rivolto verso l’isola di Kharg, il lembo di terra iraniano nel cuore del Golfo Persico da cui passa il 90% del greggio esportato da Teheran. Ma sotto i riflettori ci sono anche le coste iraniane affacciate sullo Stretto di Hormuz.

La questione principale continua infatti a essere quella riguardante le acque del collo di bottiglia della navigazione internazionale più importante del momento: Washington ha necessità di rimetterlo sotto il proprio controllo per far ripartire il commercio, soprattutto quello petrolifero, e frenare l’inflazione. Teheran però è ben consapevole dell’importanza dello Stretto come arma politica e vorrebbe vederne riconosciuta, così come comunicato da diversi media panarabi, la sovranità.
Foto satellitari hanno confermato l’invio di rinforzi da parte iraniana nella zona interessata: i vertici della Repubblica Islamica, potrebbero vedere in un’eventuale operazione di sbarco un’occasione per massimizzare le perdite per gli Stati Uniti. Un modo cioè per mettere ulteriore pressione a Washington, nella consapevolezza che ogni soldato morto in battaglia per Trump rappresenta un problema di ordine politico ed elettorale.
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