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Guerra

La Siria torna in Libano? La visita del ministro degli Esteri di Damasco

Visita che non è arrivata come un fulmine a ciel sereno dal momento che Trump, alcuni giorni fa, aveva chiesto a Israele di fermare la carneficina nel Paese dei cedri aggiungendo che la questione di Hezbollah poteva essere risolta dai siriani.
La Siria torna in Libano? La visita del ministro degli Esteri di Damasco

La visita del ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani del 2 luglio in Libano ha un alto valore simbolico e in qualche modo storico in quanto potenzialmente rilancia, mutatis mutandis e in modalità molto più soft, il ruolo che ha svolto la Siria per decenni nel Paese dei cedri e che sembrava dovesse appartenere a un passato ormai morto e sepolto con la caduta di Assad.

Una visita che in realtà non è arrivata come un fulmine a ciel sereno dal momento che Trump, alcuni giorni fa, aveva chiesto a Israele di fermare la carneficina nel Paese dei cedri aggiungendo che la questione di Hezbollah poteva essere risolta dai siriani.

Dichiarazioni che inserivano una variabile nuova nel complicato rebus libanese, nel quale l’invasione israeliana del meridione vede un pendant nelle manovre diplomatiche volte a fare di tale invasione la base di partenza per l’asservimento di Beirut a Tel Aviv attraverso lo smantellamento di Hezbollah, a cui dovrebbe provvedere il governo e l’esercito libanese, o attraverso una guerra civile che, sprofondando il Paese nel caos, lo renderebbe facile preda di Tel Aviv.

Due opzioni che sottendono l’accordo firmato a Washington tra le autorità fantoccio libanesi e Israele, con la seconda opzione che potrebbe verificarsi se il governo decidesse di dar seguito all’intesa e smantellare Hezbollah, cosa al momento dubbia.

Infatti, tale sviluppo, dal momento che non è legato a un parallelo ritiro di Israele (chiamato a ritirarsi solo dopo il disarmo della milizia sciita, cioè mai) susciterebbe la reazione armata di Hezbollah, che ad oggi si limita a contrastare l’accordo a livello politico.

Per tornare a Trump, le sue dichiarazioni sono state interpretate come un mandato a Damasco di intervenire militarmente in Libano contro Hezbollah, ipotesi che il presidente siriano Ahmad al-Sharaa aveva già escluso in precedenza, quando tale eventualità era stata adombrata, e che ha ribadito dopo le parole del presidente Usa.

Non sappiamo se le dichiarazioni di Trump avessero effettivamente tale scopo o sollecitavano un impegno diplomatico siriano, quel che certo non poteva ignorare era che avrebbero irritato non poco Israele. Non solo perché veniva contrastata la sua azione in Libano, ma anche perché preludevano all’ingresso nel Paese dei cedri di un suo rivale regionale.

Non tanto la Siria, con la quale ha intrapreso uno scontro a bassa intensità per conquistarne più territorio possibile e frammentarla usando delle divisioni etniche, ma anche e soprattutto la Turchia, attualmente antagonista irriducibile di Tel Aviv, che ha posto Damasco sotto la propria tutela.

Si può, quindi, comprendere la rabbia delle autorità israeliane per la visita del ministro degli Esteri siriano a Beirut, incrementata al parossismo dal fatto che abbia voluto incontrare anche il presidente del parlamento Nabih Berri, a capo di Amal, l’ala politica di Hezbollah.

In tal modo, al-Shaibani non ha solo sdoganato Hezbollah, approcciata come fazione politica e non come organizzazione terrorista, ma ha anche fatto comprendere che la Siria, e soprattutto la Turchia, ritiene che la querelle libanese debba essere risolta dai libanesi, di cui Hezbollah è parte ineludibile.

Se, dopo la simbolica visita del ministro degli Esteri, l’operazione politica siriana-turca prendesse piede, per Israele sarebbe uno scacco epocale. Non per nulla, prima che al-Shaibani s’involasse per Beirut, la Knesset ha votato in fretta e furia una risoluzione per riconoscere il genocidio armeno, condanna che Ankara ha sempre cercato di evitare a qualsiasi latitudine.

E forse l’attentato che ha funestato il cuore Damasco – nove i morti ma potevano essere molti di più – avvenuto lo stesso giorno in cui al-Shaibani ha incontrato Berri, ha qualcosa a che fare con l’evento consumatosi nella lontana Beirut. Ma ovviamente è inutile attendere indagini accurate, dal momento che tutti hanno interesse a celare sottotraccia certe conflittualità perché non inneschino guerre aperte.

La Siria torna in Libano? La visita del ministro degli Esteri di Damasco

Per tornare alle dichiarazioni di Trump, e al di là delle interpretazioni del caso (riguardo alle quali va tenuto presente che in precedenza aveva affermato di aver dialogato con Hezbollah), quel che è certo è che i falchi filo-israeliani statunitensi stanno cercando di favorire il disegno israeliano.

In tal senso, la visita del capo del Centcom al presidente libanese Joseph Aoun è stata interpretata come un passo verso il coinvolgimento americano nel disarmo di Hezbollah, che potrebbe tradursi nell’invio di “istruttori” per sostenere l’azione in tal senso dell’esercito o addirittura di truppe.

La Siria torna in Libano? La visita del ministro degli Esteri di Damasco

Verrebbe ripetersi lo scenario che vide il coinvolgimento statunitense nella cosiddetta guerra civile libanese, che non finì bene per i fantaccini americani. Difficile, anche se non impossibile, che Washington alla fine decida di rinnovare quei fasti.

Mentre la proposta di Francia e Italia di rilanciare sotto altre spoglie e con altri compiti l’Unifil (la forza delle Nazioni Unite chiamata a vigilare il confine israelo-libanese il cui mandato terminerà nel 2026), potrebbe aiutare il Libano a uscire da questa situazione disastrosa, sempre che tali forze non vengano dirottate per sostenere il nefasto mandato di cui sopra.

La querelle libanese resta nodo irrisolto quanto cruciale perché ha un peso determinante nel negoziato Iran-Usa. E resta da seguire la variabile siriano-turca, che probabilmente gode del sostegno della Russia. Un’ipotesi che riteniamo plausibile perché a metà giugno il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan si è incontrato con Putin oltre che con il suo omologo russo, da cui l’importanza della sua visita moscovita; e perché la Russia ha conservato le sue basi militari in Siria e, insieme a queste, una certa influenza.

A margine, si può registrare come l’incontro tra il ministro degli Esteri siriano e l’alto rappresentante di Amal-Hezbollah evidenzi l’imprevedibilità della geopolitica. Infatti, ha visto la convergenza di forze che avevano incrociato le spade durante il conflitto siriano, con le milizie sciite intervenute a sostegno di Assad contro gli attuali dirigenti di Damasco.

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