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Più che “della Siria” si parlerà, nei prossimi mesi, “delle Sirie”? Quel che nei fatti era una realtà già dallo scoppio della guerra civile a oggi, con l’offensiva partita ad Aleppo e estesasi poi in tutto il Paese con cui le forze anti-regime hanno portato in soli dieci giorni al collasso della dittatura di Bashar al-Assad si è consolidata: non esiste un solo ente istituzionale sovrano per tutto il Paese.

Anche nella fase di maggior ripresa, sostenuto da Iran, Russia e Hezbollah, il governo di Damasco non aveva mai ripreso il controllo dell’intera Siria: restava fuori dal suo controllo, in ambigui rapporti con Damasco, l’enclave curda del Rojava, a cui si aggiungevano le forze ribelli del Governo Siriano ad Interim filo-turco stanziato a Idlib, nel nord del Paese, Hay’at Tahrir al-Sham, il gruppo militante protagonista dell’offensiva anti-Assad, e il Fronte Sud di Dara’a, che ha lanciato coi ribelli drusi la corsa su Damasco. Ora la Siria è divisa in cantoni corrispondenti alle zone d’avanzamento militare dei vari gruppi nei giorni dello sfaldamento del regime. E nonostante gli appelli all’unità, questo dato di fatto va sottolineato.

C’è un’immagine simbolica che mostra la portata degli eventi in corso e la presenza di una fazione trasversale a lealisti del defunto regime e miliziani per preservare l’unità della Siria. Mentre Assad faceva perdere le sue tracce e fuggiva dalla capitale, a rappresentare la Repubblica Araba Siriana a Damasco restava il primo ministro Mohammad Ghazi al-Jalali, in carica da settembre, che in un messaggio trasmesso alla nazione ha dichiarato di voler restare nel suo palazzo per trasmettere il potere a chiunque fosse stato scelto dal popolo siriano. Ebbene, i rivoltosi entrati a Damasco hanno simbolicamente scorato al-Jalali fuori dal suo ufficio, a sigillo della transizione e della volontà di mostrare la continuità dello Stato. Il 55enne al-Jalali ha chiesto libere elezioni per il Paese per definire la nuova leadership.

Nell’era della fine del regime del Baath, il carneade al-Jalali, ingegnere civile già Ministro delle Telecomunicazioni e figura di secondo piano del regime assadista, si trova a dover rappresentare l’unità nazionale mentre il Rais fuggiva, secondo i report, verso le basi russe sulla costa per poi proseguire verso Mosca. Il passaggio di potere celebra la fine di una battaglia di Damasco che l’Esercito Arabo Siriano non ha voluto veramente combattere, dato che secondo molte notizie la capitale è stata consegnata dopo pochi scontri ai rivoltosi, e apre il dibattito sul futuro del Paese: che ne sarà ora della Siria?

La Siria e le Sirie: le milizie anti-regime festeggiano. Ma ora arriverà la fase complessa del governo e dell’amministrazione. Tolto di mezzo il nemico comune, sarà possibile trovare unità tra istanze tanto diverse? Dalle milizie jihadiste di Abu Mohammad al-Jolani a quelle meno radicali dell’Esercito Nazionale Siriano, chi ha vinto sul campo l’offensiva anti-Assad ora rivendicherà i suoi spazi. Si è portato avanti al-Jolani, parlando alla Cnn di istituire uno Stato Islamico al tempo stesso collegiale nella leadership e rispettoso delle minoranze, ma quanto valgono le parole di un ex membro di al-Qaeda in tal senso? Il progetto di al-Jolani è ambizioso e all’alba della presa di Damasco, proprio dopo che l’entrata di Hts nella capitale era stata scongiurata, è stata costituita una comunicazione centralizzata di tutta l’opposizione che ha parlato a nome di tutte le sigle, proprio al fine di evitare fazionismi, invitando tutti i rifugiati a tornare nel Paese, tutti i civili a collaborare per costruire una nuova Siria e le istituzioni a prepararsi a essere “restituite al popolo siriano”.

Un proclama ambizioso, ma che dovrà essere letto alla prova dei fatti. Tanto più vista la presenza del convitato di pietra, le forze curde, con cui i rivoltosi si sono scontrati dopo la presa di Aleppo. La realtà è che la ricostruzione della Siria sarà lunga. E lo scenario che si apre è quello del confronto tra “confederazioni” legate al potere militare delle singole fazioni, con i jihadisti ex-Al Qaeda di al-Jolani candidati a fare la parte del leone. La Libia insegna che all’euforia dei momenti rivoluzionari bisogna sostituire il pragmatismo dell’era della spartizione del potere. E che parlare di voto democratico e di unità nazionale in un Paese che non ha mai visto un vero sistema capace di dare la parola a chi non fosse titolare della forza e del potere di repressione e che da 13 anni vede il suo territorio lottizzato impone una svolta sulla cui possibilità sarà lecito interrogarsi strada facendo.

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