Violenti scontri tra le forze siriane e le milizie lealiste dell’ex leader deposto Bashar al-Assad hanno causato almeno 70 morti e altrettanti feriti, secondo quanto riferisce l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR). Gli scontri si sono concentrati in diverse aree della costa siriana, in particolare nella provincia di Latakia, roccaforte della minoranza alawita, a cui apparteneva al-Assad e dove il sostegno all’ex presidente resta forte.
E mentre il caos divampa nella regione occidentale del Paese, a sud Israele continua il suo programma espansionistico oltre le alture del Golan. Difatti, se è vero che sono molti gli attori interessati alla Siria, seppur per ragioni diverse, in cima alla lista vi è certamente Benjamin Netanyahu che, dall’8 dicembre scorso, ha disposto l’occupazione del sud del Paese, a seguito del regime change portato a compimento dal gruppo jihadista HTS – e che ora guida il governo, con a capo Ahmad al-Sharaa (meglio noto come al-Jolani, ovvero il nome utilizzato in veste di leader di Al-Qaida).
Frammentare la Siria
Le intenzioni del Primo ministro israeliano, dopo le sue recenti dichiarazioni, fugano ogni dubbio. La scorsa settimana, durante una cerimonia militare, Netanyahu ha delineato la strategia del suo Paese dopo la caduta di Assad: “Israele – ha dichiarato – non permetterà al nuovo governo siriano di schierare forze a sud di Damasco”, aggiungendo che si chiede la totale smilitarizzazione dell’area, in particolare delle province di Quneitra, Daraa e Sweida.
Inoltre, ha dichiarato che Israele si assumerà la responsabilità di proteggere la minoranza drusa, allineandosi alle recenti dichiarazioni del ministro della Difesa, Israel Katz, sull’intenzione di rafforzare i legami con le “popolazioni amiche” nel sud della Siria. Infine, Netanyahu ha ribadito l’impegno di Israele a mantenere il controllo sui territori siriani presso il monte Ermon, occupati subito dopo il crollo di Assad, dichiarando che l’IDF rimarrà “a tempo indeterminato” nella zona, estendendo di fatto l’occupazione israeliana ben oltre le Alture del Golan, annesse da Tel Aviv dopo la guerra del 1967 (annessione, tra l’altro, condannata e dichiarata nulla dall’ONU).
Posizioni, queste, che rafforzano l’agenda di espansione territoriale di Israele. L’obiettivo strategico di Netanyahu, ora non più sottaciuto, sembra essere “l’indebolimento e la frammentazione sistematica della Siria”, scrive Middle East Eye, affinché Damasco resti sotto l’influenza israeliana, priva di un governo centrale e intrappolata in un conflitto settario.
Una strategia rodata
Questa strategia non è nuova, infatti rappresenta “un elemento costante della politica israeliana sin dalla fondazione dello Stato”, applicata in diversi contesti e regioni, Libano compreso.
La smilitarizzazione dell’area a sud di Damasco limita, di fatto, sia l’autorità del governo siriano che la sovranità dello stato stesso. Allo stesso tempo, Israele punta anche a incoraggiare alcuni gruppi minoritari della Siria a sfidare il governo centrale, contribuendo alla frammentazione del paese.
Il riferimento esplicito alla comunità drusa riflette la cosiddetta “dottrina dell’alleanza delle minoranze”, attraverso la qualeIsraele cerca di creare alleanze con gruppi minoritari nella regione contro la maggioranza sunnita. Questa strategia del“divide et impera” alimenta ostilità, sospetti e tensioni, utilizzando le minoranze come leva per provocare reazioni violente della controparte.
Il ruolo della Turchia
Numerosi attori regionali, tra cui la Giordania, l’Egitto, l’Arabia Saudita e il Qatar hanno espresso una ferma condanna per le azioni di Israele. Tuttavia, il ruolo più cruciale potrebbe spettare alla Turchia, potenza regionale con interessi strategici in Siria. Per Ankara, la stabilità di Damasco è fondamentale, per evitare una destabilizzazione permanente ai propri confini; allo stesso tempo, un’escalation da parte di Israele potrebbe minacciare direttamente i suoi interessi.
Dallo scorso dicembre, la Turchia ha reagito con forza alle dichiarazioni di Netanyahu e all’intensificarsi delle operazioni dell’IDF, accusando Israele di espansionismo e di compromettere la pace e la stabilità “con il pretesto della sicurezza”.
Nonostante la retorica, la politica turca nei confronti della crisi siriana rimane prudente e focalizzata sulla diplomazia. Ankara continua a focalizzarsi sulla questione curda nel nord della Siria, evitando un confronto diretto con Tel Aviv. A tal proposito, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che Ankara “non tollererà uno ‘staterello’ controllato dal PKK nella Siria settentrionale”. E, difatti, la Turchia ha costantemente insistito sul fatto che i gruppi curdi devono essere integrati in uno stato siriano unificato. Di rilievo, la recente notizia che Abdullah Öcalan, leader e fondatore del PKK, ne ha recentemente annunciato il disarmo. Proposta in via di sviluppo, che, con buone probabilità, verrà accolta.
Questo impasse, insieme all’assenza di una ferma condanna da parte dei paesi occidentali, sono stati interpretati da Netanyahu come un via libera per la sua politica espansionistica che, al momento, non accenna ad arrestarsi.