La famiglia al-Assad ha appena “festeggiato” i suoi 50 anni al potere in Siria. Capostipite della dinastia che governa il Paese mediorientale è Hafez al-Assad, che nel 13 novembre 1970 prese il controllo in Siria grazie ad un colpo di mano all’interno del partito Baath, portando al potere la minoranza degli alawiti.

Il generale al-Assad ha saputo sfruttare l’indebolimento del presidente Nur al-Din al-Atassi e del vicesegretario generale del partito Baath, Salah Jadid – vero leader del Paese – a seguito della Guerra dei sei giorni e del fallito intervento in Giordania, rovesciando gli equilibri di potere all’interno del partito e prendendo così il controllo della Siria. Durante il suo governo, Hafez al Assad ha consolidato ulteriormente il ruolo del Baath e del monopartitismo, attuando politiche repressive nei confronti dei propri avversari grazie all’attività svolta dal servizio d’intelligence (il Mukhabarat). Uno degli episodi che viene spesso citato in proposito è il massacro di Hama del 1982, quando le forze di sicurezza uccisero centinaia di persone reprimendo nel sangue la rivolta guidata dai Fratelli Musulmani.

Altro tratto caratteristico del generale era il culto della personalità, che ha portato il leader siriano a circondarsi di persone fidate creando intorno a sé un inner circle che per decenni ha avuto accesso alle risorse e alle ricchezze del Paese. Le misure economiche di stampo liberista introdotte da Hafez al-Assad, infatti, portarono ad una maggiore stabilità in Siria e alla creazione di importanti infrastrutture, ma non si accompagnarono ad una reale redistribuzione della ricchezza né ad uno sviluppo del settore secondario.

L’ascesa di Bashar al-Assad

Quando il generale morì nel 2000, il suo posto venne preso dal figlio Bashar al Assad. In realtà il successore di Hafez sarebbe dovuto essere il primogenito Basil, ma il giovane perse la vita nel 1994 in un incidente d’auto facendo così ricadere la scelta su Bashar, al tempo impegnato negli studi in Gran Bretagna. Fu proprio l’esperienza del nuovo presidente in un Paese occidentale e democratico ad illudere i cittadini siriani, che speravano in un aumento delle libertà civili e politiche sotto il nuovo capo di Stato. Ma i sogni dei siriani si scontrarono ben presto con la realtà.

A livello interno, Bashar si ritrovò circondato dai vecchi collaboratori del padre che ne limitarono le azioni, mentre a livello internazionale il suo governo ebbe inizio con l’attentato alle Torri Gemelle e la guerra al terrore lanciata dall’allora presidente americano, George W. Bush. Dopo un iniziale periodo di maggiore apertura, anche Bashar seguì però la politica del padre: si circondò di persone giovani a lui fedeli, accentrò il più possibile il potere nelle sue mani e mise fine a quel periodo di dibattito e politico e sociale che aveva caratterizzato i primi anni della sua presidenza.

La tenuta al potere della famiglia Assad è stata però messa in pericolo nel 2011 con lo scoppio della Primavera araba. La risposta del presidente all’ondata di proteste e manifestazioni inizialmente pacifiche che attraversò il Paese fu molto dura: Bashar represse con violenza i movimenti civili e ben presto la situazione sul terreno degenerò. Turchia e Stati arabi infiltrarono le rivolte finanziando gruppi estremisti che oscurarono le richieste dei cittadini e contribuirono a far piombare il Paese nel caos.

La Siria del 2020

Ad oggi, la situazione nel Paese è ancora molto grave e la totale pacificazione e ricostruzione della Siria difficilmente sarà raggiungibile nel breve periodo. Assad è riuscito a restare al potere principalmente grazie al sostegno della Russia e dell’Iran e ad una strategia comunicativa efficace, presentandosi come l’unico difensore di una Siria unita e laica in contrapposizione alle diverse milizie jihadiste cooptate dall’estero.

Dopo nove anni di guerra, tuttavia, Assad controlla il 70 per cento del Paese: ad est resiste ancora l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, mentre il nord è sotto il giogo delle milizie jihadiste e della Turchia. A complicare ulteriormente il quadro siriano contribuisce poi la grave crisi economica che attanaglia il Paese e resa ancora più dura dalle sanzioni americane. Queste ultime, secondo Bashar, sono anche la causa primaria dei ritardi nella ricostruzione della Siria: il Caesar Act infatti colpisce tutte quelle aziende che fanno affari con Damasco, limitando i margini di manovra del regime.

Eppure secondo Assad e Putin la guerra in Siria è ormai terminata ed è tempo di guardare al futuro. I due leader, nel corso della conferenza sui profughi conclusasi il 12 novembre, hanno insistito sul tema del ritorno dei siriani fuggiti all’estero durante il conflitto e sulla necessità che tutto il popolo si impegni per la ricostruzione del Paese. Nessuna parola è stata invece spesa sulla mancanza di sicurezza e di prospettive per il futuro a cui la maggior parte della popolazione è invece condannata. Il popolo siriano, a 50 anni dall’ascesa al potere degli Assad, si ritrova quindi a vivere in un Paese diviso tra potere centrale, curdi e milizie jihadiste, in preda ad una grave crisi economica e sociale, in attesa di tempi migliori che faticano ad arrivare. Sullo sfondo restano le elezioni presidenziali del 2021, che vede come favorito – tanto per cambiare – lo stesso Bashar al Assad.