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Se da un lato è vero che in Libia dallo scorso agosto vige il cessate il fuoco, è altrettanto vero però che i libici in questi mesi non hanno visto una stabilizzazione della situazione. Soprattutto sul sentito, vitale e delicato problema legato alla sicurezza. Non ci sono più bombardamenti, attorno a Tripoli sono state sgomberate molte delle trincee usate negli scontri tra il Gna legato al premier Al Sarraj e l’Lna di Haftar, ma nel Paese si continua a morire. O per mezzo di imboscate oppure per colpi d’arma da fuoco sparati tra clan e gruppi rivali. E questo è destinato a rallentare ogni tentativo di normalizzazione portato avanti nelle ultime settimane sia a livello interno che internazionale.

L’omicidio di Hanan al -Barassi

Uno degli episodi che ha maggiormente scosso l’opinione pubblica è avvenuto lo scorso 10 novembre, quando ancora a Tunisi era in corso il vertice organizzato dalla missione Onu in Libia per trovare un accordo sul futuro del Paese. Hanan Al Barassi, avvocatessa di 46 anni nativa di Bengasi, è stata uccisa mentre camminava in una via del centro della sua città. Era soprannominata Azouz Barqua, ossia “La signora della Cirenaica”. Più volte infatti in passato aveva denunciato abusi e corruzione nella regione orientale della Libia, quella in gran parte controllata dal generale Khalifa Haftar. E in uno dei suoi ultimi post su Facebook, Al Barassi si era detta pronta a denunciare casi di corruzione riguardanti proprio il figlio di Haftar, Saddam.

“Barassi si è espressa pubblicamente sui casi di presunta aggressione e stupro di donne a Bengasi – ha dichiarato, così come riportato su SpecialeLibia.it, la ricercatrice libica Hanan Salah – in cui erano implicati membri dei gruppi armati a Bengasi, anche accusati di frode finanziaria”. La sua attività, riportano molte fonti locali, ha spesso svelato casi scottanti per le autorità della Cirenaica. Tuttavia, non tutti sono propensi a credere che la sua morte sia direttamente collegabile alle sue possibili denunce contro il figlio di Haftar. A prescindere dal movente, la morte di una giovane donna attivista nel cuore di Bengasi ha drammaticamente riproposto due temi essenziali per il futuro dell’intera Libia: la libertà di espressione e la sicurezza. Anche perché Al Barassi non è la prima vittima il cui nome è legato alle attività di denuncia politico – sociale: un anno e mezzo fa, sempre in Cirenaica, è stata rapita la deputata e psicologa Siham Sergewa. Di lei ancora oggi non si sa più nulla.

Gli scontri tra le fazioni a Tripoli

Il problema della sicurezza non riguarda certamente soltanto l’est della Libia. Anche la Tripolitania non è immune da episodi di violenza. Anzi, l’instabilità attorno Tripoli è ancora più evidente. La fine della battaglia con il generale Haftar, ritiratosi nello scorso mese di giugno, non ha coinciso con una pacificazione del settore occidentale del Paese nordafricano. Al contrario, le tante milizie che compongono il Gna faticano a trovare equilibri interni non avendo più un nemico in comune contro cui combattere. Un primo campanello d’allarme è arrivato a settembre, quando nell’area tripolina di Tajoura due gruppi appartenenti al Gna per diverse ore hanno usato l’uno contro l’altro armi pesanti per contendersi il territorio. Oltre ai danni procurati alla popolazione locale, l’episodio ha messo in evidenza un profondo problema di sicurezza soprattutto nella periferia attorno la capitale.

A questo occorre aggiungere l’insofferenza di numerosi gruppi tripolini contro i mercenari siriani filo turchi trasferiti dal governo di Ankara in Libia a inizio anno. Il loro apporto è stato decisivo per respingere Haftar, al tempo stesso però la loro presenza a lungo termine potrebbe creare ulteriori tensioni e instabilità. Lo smantellamento delle milizie è uno dei temi al centro anche delle ultime discussioni portate avanti in ambito internazionale. Il ministro dell’Interno Fathi Bashaga sta provando ad accreditarsi come figura di polso contro i gruppi armati, specialmente quelli legati al traffico di migranti. Una dimostrazione è data dall’arresto del trafficante Bija avvenuto a inizio ottobre. Ma la mancanza di un governo più stabile e di accordi unitari con le autorità dell’est rendono l’obiettivo un’autentica chimera.

Quell’instabilità che vanifica ogni sforzo

Il mosaico libico è tutt’altro quindi che pronto ad affrontare le sfide di quella road map imposta già a gennaio, in occasione del vertice di Berlino promosso dalla Germania. Le Nazioni Unite in particolar modo stanno provando a creare le condizioni per la formazione di nuove istituzioni comuni in grado di portare la Libia alle elezioni il 25 dicembre 2021. Ma le tappe forzate ipotizzate dalla missione Onu appaiono più che altro un insieme di vaghe promesse slegate dalla realtà. La Libia si sta avvicinando al suo decimo anno di guerra. L’aspetto è quello di un Paese distrutto, incapace di ritrovare serenità e stabilità. Senza alcun intervento decisivo sul fronte della sicurezza, difficilmente i libici potranno intraprendere un percorso volto a sostituire, a quel buco nero del Mediterraneo creatosi dopo l’uccisione di Gheddafi, un vero e proprio nuovo Stato.