Un possibile ritorno alla “moda” di Stati canaglia e assi del male per Washington: mercoledì scorso il Senato degli Stati Uniti ha approvato all’unanimità una risoluzione non vincolante che chiede al Segretario di Stato Antony Blinken di designare la Russia come stato “sponsor del terrorismo” per le azioni in Cecenia, Georgia, Siria e Ucraina che hanno provocato “la morte di innumerevoli uomini, donne e figli.” A proposito dell’Ucraina nel disegno di legge le motivazioni addotte vengono così presentate: “Le forze armate della Federazione Russa hanno commesso numerose esecuzioni sommarie contro civili innocenti e hanno tentato di coprire le loro atrocità con fosse comuni in tutta l’Ucraina”. Qualcosa di simile è già accaduto alla Camera, ove la presidente Nancy Pelosi potrebbe trasformarsi in una promoter del provvedimento. Tuttavia, il potere di designare uno Stato sponsor del terrorismo spetta al dipartimento di Stato: se la richiesta fosse confermata, la Russia si andrebbe ad aggiungere agli altri quattro “rogue states”: Cuba, Corea del Nord, Iran e Siria.

Il contenuto della risoluzione

Il testo della risoluzione è un vero flashback sulle violazioni russe, al di là dei fatti degli ultimi mesi, traducendosi in vero stato di accusa nei confronti di Mosca: si fa, infatti, riferimento alla promozione di atti di terrorismo internazionale contro oppositori politici e Stati nazionali; alle campagna di terrore, utilizzando la forza brutale contro i civili durante la seconda guerra cecena; le brutalità accadute a Grozny; il sostegno dal 2014 ai separatisti nella regione del Donbass; l’ingresso della Federazione Russa nella guerra civile siriana nel 2015, e gli attacchi ai mercati civili, alle strutture mediche e alle scuole; il sostegno materiale alla Siria; l’utilizzo di reti militari private di mercenari, come il Gruppo Wagner.

L’aspetto più interessante della risoluzione è il riferimento agli appelli da parte ucraina dal mese di febbraio ad oggi: si legge infatti, come considerazioni  preliminari al voto che “400 mercenari russi del gruppo Wagner sono stati inviati a Kiev con l’ordine del Cremlino di assassinare il presidente Volodymyr Zelensky e membri del governo ucraino”; viene poi citato direttamente il presidente ucraino che, il 17 marzo, ha chiesto al mondo di riconoscere la Federazione Russa come stato terrorista; ma anche il parlamento di Kiev, la Verkhovna Rada, che ha fatto appello al Congresso per incoraggiare il dipartimento di Stato a riconoscere la Federazione Russa come uno stato sponsor del terrorismo. La risoluzione chiama in causa anche la visione europea delle cose, citando il presidente in carica dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa Zbigniew Rau che, il 14 marzo scorso, ha dichiarato che le azioni del governo della Federazione Russa in Ucraina contro civili innocenti e infrastrutture civili sono “terrorismo di stato”.

Biden e Blinken in difficoltà

Un provvedimento che pesa come un macigno e che ricorda gli anni Duemila. Da un lato, il Congresso pare spingere in direzione bipartisan sul provvedimento, visto e considerato il sostegno che la causa ucraina ha generato nel corso dei mesi, preliminare al piano di aiuti per oltre 50 miliardi di dollari. Ma questo “invito”, seppur non vincolante, pressa fortemente sia il presidente Joe Biden che Blinken. Il primo ha necessità di placare il Congresso in vista delle elezioni, ma soprattutto di quelle che saranno le conseguenze del midterm stesso. Blinken si gioca invece la credibilità sia verso l’interno che all’esterno: in casa, rischia di dover ignorare il richiamo del legislativo, ma all’estero rischia di compromettere l’andamento dei futuri negoziati. Appena 48 ore dal passaggio della risoluzione, il 29 luglio scorso, si teneva infatti la tanto attesa telefonata tra il segretario di Stato Usa e Sergej Lavrov.

Dopo numerosi tira e molla la telefonata non solo è avvenuta – il che già è una notizia – ma è stata definita “franca” dallo stesso Blinken che ha discusso con il suo omologo della situazione ucraina e, soprattutto, di ostaggi. Risulterebbe pregiudizievole per il futuro dei negoziati passare nottetempo alla linea dura che, inevitabilmente, interromperebbe le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Se Blinken dovesse confermare la designazione, tra l’altro, ciò avrebbe conseguenze ulteriori, comprese sanzioni secondarie su entità che fanno affari con Mosca (uno dei desiderata dei Repubblicani) e permetterebbe anche alla Russia di essere citata in giudizio nei tribunali statunitensi.

Oltre al Senato, l’irruenza della Camera aggrava la situazione congressuale. Cinque membri della Camera, infatti, propongono di designare ufficialmente la Russia come stato sponsor del terrorismo, mettendo loro e il Congresso in rotta di collisione con il Segretario di Stato. Il disegno di legge promosso da Ted Lieu, Joe Wilson, Jared Golden, Adam Kinzinger e Tom Malinowski afferma che “la Federazione Russa sarà considerato un Paese il cui governo ha ripetutamente fornito sostegno ad atti di terrorismo internazionale”.

L’introduzione della misura arriva dopo che il presidente Nancy Pelosi ha avvertito il segretario di Stato Antony Blinken la scorsa settimana che se non avesse etichettato la Russia come uno stato terrorista per le sue azioni durante l’invasione dell’Ucraina, il Congresso sarebbe andato avanti. La mossa si inserisce anche in un complicato panorama costituzionale: il Congresso aveva precedentemente concesso al segretario di Stato l’autorità di designare un Paese come stato terrorista. “Sono obbligato, il dipartimento è obbligato a seguire la legge. I criteri in base ai quali prendiamo questa determinazione sono definiti dal Congresso”, aveva dichiarato Blinken ai giornalisti mercoledì. Sostiene la linea dura il rappresentante Malinowski, che ha ricordato come il Congresso può approvare una legge per conferire all’esecutivo l’autorità di fare qualcosa, ma non impedisce al Congresso stesso di continuare a legiferare su quel tema, aggiungendo che è “di gran lunga preferibile” che Blinken opti per la designazione di sua sponte. Si tratta dello sforzo più aggressivo mai compiuto al Congresso su questo tema.

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