Lunedì 6 maggio, il Ministero della Difesa russo ha diffuso uno stringato comunicato in cui si è affermato che “al fine di aumentare la prontezza delle forze nucleari non strategiche a svolgere missioni di combattimento, lo Stato maggiore ha avviato i preparativi per lo svolgimento di esercitazioni nel prossimo futuro con formazioni missilistiche del Distretto Militare Meridionale che coinvolgeranno l’aviazione, nonché delle forze della Marina”. Mosca ha tenuto a sottolineare che “l’esercitazione è finalizzata a mantenere la prontezza del personale e delle attrezzature delle unità per l’uso bellico di armi nucleari non strategiche per garantire incondizionatamente l’integrità territoriale e la sovranità dello Stato russo in risposta a dichiarazioni provocatorie e minacce di singoli funzionari occidentali contro la Federazione Russa”.
Per chiarire meglio cosa sta succedendo, cominciamo dalla seconda parte del comunicato in cui lo Stato maggiore russo si riferisce a non specificati “singoli funzionari occidentali”. Qui Mosca sta parlando direttamente con Parigi e con Londra, che come sappiamo hanno recentemente rispettivamente ventilato l’ipotesi di inviare proprie truppe in Ucraina e di fornire a Kiev armi a lungo raggio con le quali poter colpire obiettivi all’interno della Russia. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha definito le parole del presidente francese Emmanuel Macron “una dichiarazione molto importante e molto pericolosa” e le dichiarazioni del ministro degli Esteri britannico David Cameron “un’altra affermazione molto pericolosa”. Peskov ha sottolineato che “si tratta di un’escalation diretta delle tensioni attorno al conflitto ucraino, che potenzialmente potrebbe minacciare la sicurezza europea, l’intera architettura di sicurezza europea”. Mosca quindi torna, per l’ennesima volta, a far “tintinnare le sciabole” nucleari, e lo fa nel Distretto Militare Meridionale, ovvero in quello che ha il ruolo principale nel conflitto in Ucraina essendo sede del comando operativo (a Rostov sul Don).
Lo sbilanciamento delle forze convenzionali
Quindi siamo davvero più vicini a uno scontro nucleare tra la Russia e la Nato? Per rispondere, al netto di un evento imprevedibile e catastrofico, bisogna fare un passo indietro di due anni, ricordando proprio il vertice di Mosca tra Macron e Putin tenutosi a febbraio 2022, ma soprattutto dobbiamo analizzare attentamente la dottrina russa di impiego delle cosiddette armi nucleari non strategiche. Nel resoconto di quell’incontro tra i due capi di Stato avvenuto a pochi giorni dall’inizio del conflitto, un passaggio delle dichiarazioni del presidente Putin è fondamentale per capire cosa sta succedendo: il leader del Cremlino aveva infatti detto che “naturalmente, il potenziale unito della Nato e quello della Russia sono incomparabili. Lo comprendiamo, ma comprendiamo anche che la Russia è una delle principali potenze nucleari del mondo ed è superiore a molti di questi Paesi in termini di numero delle moderne componenti della forza nucleare”.
Il contesto di questa affermazione era quello dell’avviso della presidenza russa rispetto al possibile ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica, che secondo Mosca avrebbe portato direttamente a uno scontro tra le due parti che sarebbe sicuramente degenerato in un conflitto atomico, ma rivela allo stesso tempo molto sia della dottrina russa di impiego dell’armamento atomico sia della percezione della minaccia convenzionale della Nato.
Qui, Putin, sta dicendo che le forze convenzionali dell’Alleanza messe insieme sono superiori rispetto a quelle della Russia, quindi in caso di guerra aperta l’esercito di Mosca si troverebbe facilmente in serie difficoltà, pertanto a fronte di questa possibilità il Cremlino non avrebbe altra scelta che fare ricorso al nucleare – dapprima di tipo non strategico – per evitare il collasso della Federazione.
Questa percezione della minaccia convenzionale atlantica perdura ancora oggi, ed è – non inaspettatamente – la stessa di quella della Nato durante la Guerra Fredda, quando le forze convenzionali congiunte dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia superavano di gran lunga quelle dell’Alleanza nel teatro europeo, pertanto si riteneva indispensabile il ricorso al nucleare tattico per evitare una sconfitta. Ora, dicevamo, le parti si sono invertite – a causa della nota crisi delle forze armate russe post dissoluzione dell’Urss i cui echi perdurano ancora oggi – e pertanto a Mosca non resta altro che affidarsi al suo arsenale nucleare, l’unico in grado di fornire un’effettiva ed efficace capacità di deterrenza.
Uno sguardo alla dottrina di impiego dell’arsenale nucleare non strategico russo
La Russia considera il proprio arsenale nucleare tattico, operativo e strategico come l’ultima salvaguardia contro un attacco diretto verso il proprio territorio, pertanto conduce periodicamente, così come fa la Nato con le esercitazioni “Steadfast Noon”, manovre che simulano l’impiego di armi atomiche di vario tipo in scenari realistici. Più in generale tutte le nazioni che possiedono armi nucleari compiono esercitazioni per testare la propria prontezza operativa e l’addestramento, senza aver mai generato il rischio di un’escalation.
La vera novità, semmai, è il messaggio diplomatico insito nelle prossime future manovre della Russia, che si evince dall’aver scelto il Distretto Militare Meridionale e la tempistica che è successiva alle parole dei “singoli funzionari occidentali”, ma il linguaggio utilizzato nel comunicato nel Ministero della Difesa di Mosca non dà adito a interpretazioni relative al possibile utilizzo bellico di tali armamenti, né del loro utilizzo in fase di esercitazione (sarebbe un passaggio politicamente disastroso per il Cremlino nonostante la recente revoca della firma del trattato sul bando degli esperimenti atomici).
Semmai bisognerebbe considerare che la postura russa sull’utilizzo delle armi nucleari non strategiche, ovvero quelle che utilizzano vettori di gittata inferiore ai 5500 chilometri, di quelle tattiche (solitamente entro i 300 chilometri) e di quelle operative (usate per il teatro, ovvero oltre i 500 chilometri) è tale per cui la possibilità del loro utilizzo in un conflitto convenzionale non è molto remota: Mosca concepisce il loro utilizzo per porre fine a un conflitto a condizioni favorevoli alla Russia.
L’esercito russo, infatti, si è esercitato spesso negli ultimi 20 anni nel concetto di attacco di teatro, in questo caso l’Europa, durante le manovre Zapad (e altre relative agli altri fronti geografici a esclusione di quello artico) simulando anche l’uso di armamento nucleare non strategico sfruttante diversi sistemi di consegna (aerei, navali e terrestri) come anche ribadito dal recente comunicato, in cui si sottolinea la partecipazione dell’aviazione e della marina militare. Del resto si stima che Mosca abbia circa 2 mila di questi ordigni superando di un ordine di grandezza quelli presenti nei magazzini dell’Alleanza.
La Russia ritiene di poter stabilire e controllare la gestione dell’escalation, per via della sua volontà di utilizzare, e minacciare di farlo, armamenti di teatro di uso duale (convenzionale e nucleare) e per via della sua più grande tolleranza del rischio di subire perdite numerose rispetto ai Paesi della Nato. Proprio da quest’ultimo punto di vista, è bene ricordare come nell’opinione pubblica e nella politica russa l’argomento nucleare non è un tabù come avviene in Occidente, e la definizione della dottrina di impiego dell’arsenale atomico ne è la prova diretta che si va ad aggiungere alla facilità con cui questa tematica viene discussa nei media russi.
In definitiva, il ricorso al nucleare non strategico non viene visto dalla Russia come qualcosa di inimmaginabile o assolutamente da evitare, ma come una normale prassi della condotta bellica qualora non dovesse evolversi in senso favorevole.
Bisogna però capire, per evitare inutili e facili allarmismi, che l’utilizzo di tali ordigni deve avere un’effettiva finalità pratica che quindi esclude gli scopi dimostrativi: l’armamento nucleare non strategico, cioè, sarebbe utilizzato solo per conseguire un vantaggio definitivo nel corso di un conflitto, e il Cremlino sa bene, perché è stato già avvisato, che una tale possibilità porterebbe a una durissima reazione della Nato e degli Usa che facilmente annullerebbe tale vantaggio.
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