L’incremento militare russo nell’Artico mette a disagio alcune nazioni della Nato con interessi vitali nella zona e, sebbene “sostenibilità e sviluppo” sono le motivazioni imbandite sulla scacchiera del dialogo internazionale, una nuova epoca di controspionaggio cyber-spaziale ora mantiene con il fiato sospeso tutta la Comunità Internazionale.

L’incremento militare russo che mette in allerta la Nato

Le ragioni di Mosca parlano di circa 24.000 chilometri di costa che comprendono i mari di Barents, Kara, Laptev e quello della Siberia Orientale. I suoi pugni sul tavolo, quindi, chiedono di dar voce ai possedimenti del Circolo Polare Artico ed a 145 milioni di cittadini, 2 milioni dei quali vivono prettamente in quelle zone. Le dialettiche vertono sulla rivendicazione dei fondali del Mar Glaciale, oltre il 70% di profondità, terre rare ed una nuova generazione di satelliti ambientali di classe Arktika-M. Quest’ultimi destinati al monitoraggio e l’osservazione delle aree, ma soprattutto allo studio di tutti gli aspetti meteorologici, ambientali, climatici e atmosferici legate ai territori.

Proprio tali interessi, in realtà, sembrerebbero il motivo degli ingenti investimenti della Difesa che ora, però, scaldano le sedie dell’Alleanza Atlantica. Il potenziamento militare russo nell’artico, infatti, non ha fatto altro se non innescare le preoccupazioni della Nato, focalizzata adesso sulla tutela dei diritti di quei paesi membri della aree del Nord, situati sulla linea di confine con la Russia. Sulla questione importanti riflessioni sono state affrontate dalla direttrice del programma del Consiglio Atlantico, Anna Wieslander, che in una sua intervista, su Defensenews, ha lasciato intendere, in maniera serena, che qualsiasi controversia avrà comunque un profilo prettamente diplomatico, perchè il pensiero non è di armare il territorio per ricercare uno scontro con Cremlino, bensì la volontà è quella riuscire a trovare un punto di dialogo comune con Mosca.

Sulla stessa linea distensiva è l’ambasciatore russo per l’Artico Nikolay Korchunov, il quale, rispondendo ad una domanda del quotidiano Kommersant, ha rassicurato sul fatto che: “attualmente non ci sono problemi nell’Artico che richiedono una soluzione militare”. E spiega chiaramente che il mandato della Dichiarazione di Ottawa del 19 settembre 1996 sulla creazione del Consiglio, esclude da se tutte le questioni in merito alla sicurezza militare dall’agenda. Il Consiglio Artico, infatti, è un forum di“cooperazione civile”. Il suo compito principale, come riporta anche il Cnr, è lo sviluppo sostenibile della regione e la cooperazione tra gli Stati artici, le comunità indigene e la popolazione dell’Artico sui temi dello sviluppo e tutela ambientale. Ad esso fanno parte: Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Federazione Russa, Svezia e Stati Uniti d’America. Inoltre Paesi osservatori come : Olanda, Polonia, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Italia e Cina. La sua presidenza vedrà l’insediamento proprio della Federazione russa il prossimo maggio, per tutto il biennio 2021-2023.

Il controspionaggio cyberspaziale nell’Artico

Sebbene la linea diplomatica mostri di poter garantire la stabilità geopolitica dei due blocchi, l’analisi delle risorse, però, svela  che la Norvegia invece, sembri essersi già trovata in allerta proprio a causa del rafforzamento militare russo della penisola di Kola. Tuttavia, le parole del ministro degli Esteri norvegese Soreide hanno chiarito pubblicamente di non avvisare, al momento, una minaccia diretta del Cremlino alla Norvegia. Viceversa, le antologie d’intelligence raccontano invece di presunti cyber-attacchi ai danni di parlamentari norvegesi e di un dossier, chiamato “Fokus 2020”. Tale documento è stato redatto per valutare le minacce alla sicurezza nazionale, che vedono Il controspionaggio dei Servizi di Sicurezza di Oslo (PST) guardare con preoccupazione proprio Mosca e Pechino, per probabili attacchi alle infrastrutture critiche dello Stato come: “servizi energetici, idrici, combustibili e  comunicazioni”.

In realtà tutto questo potrebbe anche rientrare nelle “normali” interpretazioni delle dinamiche geopolitiche attuali, se non sussistessero, però, anche ulteriori obbiettivi della Federazione russa in seno alla Strategia Energetica 2035, o SE-2035. Questi targets, che preoccupano anche tutta la Comunità Internazionale, presentano sullo sfondo, infatti, la società statale Rosatom, la quale sarebbe pronta alla costruzione d’impianti nucleari per l’Artico entro il 2028. Il piano di sviluppo prevede inoltre, un accordo anche con il governo della Repubblica di Sakha per la costruzione di altre piccole centrali atomiche che potrebbero diventare il vero problema nel dialogo futuro Nato-Russia.

Attualmente l’Artico rappresenta per Mosca più del 10% del PIL nazionale ed oltre il 20% delle sue esportazioni, per cui tali ragioni andranno a giustificare, in proiezione, ulteriori investimenti militari mirati del Cremlino nella zona, che potrebbero correre il rischio di essere “diversamente”interpretati da altre nazioni. Per questo motivo, sebbene la Dichiarazione di Ilulissat del 2008 garantisce, al momento, soluzioni diplomatiche su tutti i disaccordi territoriali, risulta evidente che sarà “non scontato” assistere ad un lungo assetto di stabilità nell’area artica.