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Nella tarda giornata di ieri una coppia di bombardieri strategici russi Tupolev Tu-160 (Blackjack in codice Nato) hanno effettuato un volo di pattugliamento nei cieli dell’Artico.

I velivoli sono decollati dalla loro base di Engels, nell’oblast di Saratov (sudovest della Russia), dove ha sede il 121esimo reggimento delle Guardie da bombardamento pesante, e si sono diretti verso nord, sorvolando la penisola di Kola, per poi virare a ovest diretti verso il Mar di Norvegia. Prima di raggiungere la Adiz (Air Defense Identification Zone) islandese hanno virato ancora verso nord toccando le isole Svalbard, la Terra di Francesco Giuseppe, per poi fare rotta a sud per tornare alla base sorvolando la Nuova Zemlja.

Dal Ministero della Difesa russo fanno sapere, in un comunicato stampa particolarmente stringato, che il volo è durato 12 ore complessivamente e che “tutti i voli degli aeromobili delle forze aerospaziali russe vengono effettuati in stretta conformità con le regole internazionali per l’uso dello spazio aereo”. Sappiamo anche che, per un breve tratto del loro tragitto di rientro, sono stati scortati da Mig-31Bm decollati proprio dalla Nuova Zemlja. Questi velivoli sono stati recentemente avvicendati dopo il loro primo schieramento oltre il Circolo Polare Artico, avvenuto circa un mese fa.

Molto probabilmente, data la modalità della “scorta”, non si è trattato di un servizio di questo tipo. I caccia, infatti, sono decollati per intercettare i bombardieri nella loro fase di rientro dal Polo, ovvero lungo la rotta che, probabilmente, seguirebbero i bombardieri strategici statunitensi per colpire obiettivi nella Russia Occidentale. Il volo di pattugliamento dei bombardieri, quindi, potrebbe aver fornito una utile occasione di addestramento per i caccia intercettori russi.

Prende forma quindi la prima risposta diretta della Russia al dispiegamento di un distaccamento di bombardieri statunitensi in Norvegia, il primo in assoluto di questo tipo.

La scorsa settimana vi avevamo raccontato che l’Usaf ha in programma di inviare una sezione di quattro B-1B Lancer supportata da circa 200 uomini a Orland, vicino a Trondheim, l’hub per la flotta di caccia F-35 della Norvegia. Questo distaccamento di bombardieri rappresenta “la formazione avanzata per le missioni programmate nelle prossime settimane, che si svolgeranno per un periodo di tempo limitato”, si legge nella dichiarazione dell’Eucom, e fonti non confermate ritengono che i velivoli dovrebbero arrivare nella base scandinava tra il 20 ed il 21 febbraio prossimi.

L’Eucom conduce regolarmente le missioni della task force bombardieri nella sua area di responsabilità. Si tratta di voli di pattugliamento e addestramento che vedono spesso anche la presenza di velivoli degli alleati, e che solcano i cieli d’Europa dall’Inghilterra all’Ucraina passando per la Norvegia e il Baltico, ma è abbastanza raro vedere un dispiegamento di bombardieri al di fuori della basi americane in Inghilterra, che solitamente funge da terminale per i trasferimenti dagli Stati Uniti con la base Raf di Fairford.

Questa decisione rientra nell’attenzione particolare che gli Stati Uniti stanno dando al settore dell’Artide, tornato ad essere tra quelli più “caldi” dell’attività di contrasto che Washington sta mettendo in atto per contenere la Russia, ritenuta, insieme alla Cina, il principale avversario geopolitico degli Usa.

In quest’ottica la Norvegia gioca un ruolo fondamentale non solo perché la sua geografia la porta ad essere un trampolino di lancio – aereo e navale – per l’Artico, ma soprattutto perché condivide un confine con la Russia.

Non è certo un segreto che, recentemente, la Casa Bianca abbia stretto ulteriormente i propri legami militari con Oslo, anche per via del timore norvegese per la militarizzazione della penisola di Kola messa in atto dai russi.

Come sempre accade in questi casi non è importante “chi ha cominciato per primo”, ma il meccanismo che si instaura, ovvero quello di una lenta spirale di manovre militari e ridispiegamento di truppe che ha il sapore di un’escalation. Del resto l’Artide, per via del cambiamento climatico che ha aperto una nuova via di comunicazione e prospettive di sfruttamento minerario, ha attirato l’interesse di un attore globale molto importante che non ha sbocchi su questa parte di globo: la Cina.

Se Pechino quindi è presente e attiva nell’Artico (in particolare in Groenlandia), significa che quelle terre, e quei mari, hanno una valenza strategica fondamentale ed imprescindibile. Pertanto i due “giganti” che si affacciano sul Mar Glaciale Artico, gli Stati Uniti con l’Alaska e la Russia con tutto il suo confine settentrionale, hanno intrapreso – ma si potrebbe dire hanno rivitalizzato – la loro “dottrina artica” che passa, inevitabilmente, non solo per l’implementazione delle infrastrutture – alcune delle quali ereditate dai tempi della Guerra Fredda – e per la costruzione di nuove (soprattutto la Russia), ma anche attraverso l’invio in quelle regioni di mezzi militari e non, come i rompighiaccio, le cui flotte, da entrambe le parti, vengono rinfoltite con nuove costruzioni.

Quella di Mosca è stata una risposta simbolica, è bene precisarlo, ma da non sottovalutare, e non solo per la rotta seguita dai bombardieri che hanno “lambito” proprio le coste norvegesi: Mosca c’è, considera l’Artico il suo giardino di casa, e non tollererà ingerenze esterne, del resto “i bombardieri non hanno bisogno di sganciare bombe per mandare un messaggio”.

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