“La Russia quasi certamente non vuole un conflitto militare diretto con le forze statunitensi e della Nato
e continuerà l’attività asimmetrica al di sotto di quella che calcola essere la soglia militare per un conflitto a livello globale”: l’Annual Threat Assessment della comunità dell’intelligence Usa non mette solo nero su bianco le posizioni dei servizi a stelle e strisce sull’Iran, ridimensionato da Washington sia come minaccia nucleare che come potenza sostenitrice degli attacchi di Hamas in Israele il 7 ottobre scorso, ma è anche, se non soprattutto, dirompente nel definire i perimetri della sfida russa agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Vladimir Putin “potrebbe attaccare un Paese Nato in un periodo compreso tra i prossimi cinque e otto anni”, diceva a gennaio Boris Pistorius, ministro della Difesa tedesco. Troels Lund Poulsen, collega danese di Pistorius, riduce a tre-cinque anni il tempo di allarme. Per Grant Shapps, ministro della Difesa britannico del Partito Conservatore, “gli europei devono essere pronti per un conflitto con la Russia”. L’intelligence Usa la vede diversamente: si percepisce la sfida russa ma si nota come visti i danni subiti dalle truppe e dalle organizzazioni militari russe in Ucraina una minaccia diretta di Mosca alla Nato sia da escludere.
Per gli Usa “Mosca continuerà a impiegare tutte le fonti possibili di potere nazionale per promuovere i propri interessi e provarci indebolire gli Stati Uniti e i loro alleati”, ma deve affrontare una serie di sfide, “come la separazione dai mercati e dalla tecnologia occidentali e la fuga del capitale umano”. Le vere minacce russe sono individuate in “operazioni informatiche, spionaggio e inganni comunicativi e mediatici.”, la cosiddetta guerra ibrida.
Washington non depenna ovviamente la Russia, che per l’Office of the Director of National Intelligence “rimarrà una seria minaccia di influenza straniera a causa dei suoi sforzi ad ampio raggio per cercare di dividere le alleanze occidentali minando la posizione globale degli Stati Uniti e seminando discordie interne, anche tra gli elettori all’interno degli Stati Uniti e dei partner degli Usa”. Ma guardando i toni duri con cui viene analizzata l’analisi cinese nel medesimo documento, si nota che nella percezione statunitense la Russia non è paragonata a Pechino come rilevanza nella scala delle rivalità.
Nella minaccia russa Washington e l’Odni vedono una tradizionale rivale cercare di scampare con la proiezione militare e la rilevanza in settori come le armi nucleari e le forze spaziali a un destino di ineluttabile declino che sul fronte industriale, tecnologico, scientifico e diplomatico la guerra in Ucraina, forzando una costosa riconversione bellica del Paese e delle sue fondamenta, è destinato ad accelerare. In Pechino gli Usa vedono un rivale strategicamente più attivo, che sta promuovendo un’alternativa alla politica internazionale esistente, spesso dominata dall’Occidente.
La Cina intende costruire un’influenza globale; dimostrare leadership, espandere la propria presenza economica, diplomatica e militare. Sta bilanciando per fini operativi il sostegno all’avventura di Mosca in Ucraina con la leadership sulla Russia in campo economico e industriale. La Russia, al contrario, con la guerra cinetica in Ucraina per Washington avrebbe dimidiato, e non rafforzato, la sua potenza. Cosa si evince? Il fatto che i rapporti Usa e i ministri della Difesa europei sembrano raccontare una Russia diversa. Ed è emblematico della ridotta postura strategica europea il fatto che siano i ministri dei Paesi euroatlantici a spingere su una minaccia russa la cui enfasi è stata per anni uno dei fattori di ridimensionamento delle strategie per una Difesa comune europea a favore delle priorità securitarie di Washington.
Ma del resto, per Washington l’obiettivo della Nato ormai è conseguito: “Americans in Europeans down, Russians and Chinese out“, si potrebbe dire, parafrasando il celebre detto di Lord Ismay. Vladimir Putin con la sua guerra è stato funzionale a rafforzare la leadership Usa perché, come ci disse nel 2023 il generale David Petraeus, “ha reso la Nato nuovamente grande”. Ma ai tempi l’ex comandante della Cia e ex comandante delle truppe Usa in Iraq e Afghanistan ricordava altresì come “la partita più importante al mondo sia quella tra gli Stati Uniti – insieme ai nostri alleati e partner – e la Cina”. Una rivalità che l’Odni, nel suo documento, snocciola nelle varie dimensioni, dalla partita tecnologica alla sfida per Taiwan evitando, però, ogni pensiero che possa giustificare l’inevitabilità del conflitto. Militari e membri della comunità dell’intelligence sono i custodi della sicurezza nazionale Usa. Ma sembrano molto più attenti di larga parte della politica americana e occidentale al rischio che si possa dare per scontata la tesi di una conflittualità destinata a esplodere. Perché chi conosce la guerra, spesso, è il primo a voler evitare che divampi in tutta la sua asprezza.

