Tormento e afflizione sono gli stati emotivi che convivono in quell’universo di sentimenti complessi e contrastanti che è il melancolico animo russo (русская душа). Afflizione per l’insoddisfazione del presente. Tormento per gli spettri e i fasti di un passato che non passa. In altre parole: тоска – una parola, mille significati.
Nostalgia, non è l’unica emozione che l’homo russicus prova quando volge lo sguardo all’indietro. Perché pensare a ieri, qui dove ieri significa un millennio di storia, è motivo dell’inevitabile sorgere di ataviche paure legate alla maledizione del loop temporale. Giacché in Russia nulla accade mai una volta sola, ma tutto si ripete. Uroboro. Pugacëv e Lenin. Lo sceicco Mansur e Šamil Basaev. I sette boiardi e i sette oligarchi. Il periodo dei torbidi e l’era eltsiniana.
In Russia, dove a fare ombra al presente non è la luce del Sole ma lo spettro del passato, oggi è ieri. Il che significa che la decisione di scoperchiare quello scrigno di Pandora che è l’Ucraina ha liberato dei mali nel mondo, il mondo russo (Русский мир), che il Cremlino conosce bene – e perciò teme. L’esorcizzazione del più distruttivo di questi mali, l’autodisgregazione, sarà il motivo conduttore delle mosse della Russia nel corso del XXI secolo.
Domino russo
Nel disegno intelligente della presidenza Biden, fattosi concretezza il 24.2.22 grazie all’eclatante assist di Vladimir Putin, l’Ucraina è una tagliola utile a far naufragare i sogni di revisionismo della Russia e a preparare il terreno di scontro con la Cina. L’Ucraina come fonte di potere calorifico in grado di liquefare la Russia e quel che resta della sua sfera di influenza. Da culla della civiltà russa a suo sepolcro.
Putin teme di non essere in grado di richiudere quello scrigno di Pandora chiamato Ucraina, o comunque di non riuscire ad affrontare i mali ora sprigionati, ed è su questa paura che Stati Uniti e alleati continueranno a far leva negli anni successivi. Costringendo il Cremlino ad uno sfiancante stato di ipervigilanza attiva e dispersiva, nella speranza-aspettativa che commetta dei passi falsi su quello sterminato campo minato composto dai Balcani russi – Ciscaucasia e dintorni – e dallo spazio postsovietico – esteso da Minsk ad Astana.
Biden è l’ultimo rappresentante di quella scuola di pensiero che ritiene impossibile ogni normalizzazione con la Russia fino a che Putin, e in generale il putinismo, sarà al potere. Desiderio espresso ad alta voce dall’arena di Varsavia, e non per l’impulsività, il 26.3.22. Perciò la decisione di (provare a) fare dell’Ucraina un piccolo Afghanistan, che al redivivo rivale, erede dell’aspirante egemone globale del Novecento, è sinora costata il disaccoppiamento dal succoso euromercato, l’applicazione di 10.000+ sanzioni da oltre 35 paesi – la più estesa guerra economica che la storia ricordi – e la comparsa di focolai di instabilità dalle stanze dei bottoni moscovite alle periferie irano-turco-turaniche.
Per entrambi, Putin e Biden, l’Ucraina è il campo di gioco di una più vasta partita a domino. Dove la Russia è l’ultima tessera – sul cui fato, se destinata a restare in piedi o a cadere, sentenzieranno i posteri.
Implosione, esplosione, liquefazione…
Conosci il tuo nemico e studia il terreno di scontro sono due delle regole basilari di ogni conflitto. Regole che gli Stati Uniti hanno a mente e che spiegano i perché di alcuni dei più importanti eventi accaduti nel corso della guerra in Ucraina, dalla creazione del Forum delle nazioni libere di Russia alla resurrezione dell’Ichkeria. Azioni controproducenti nella misura in cui portano acqua al mulino del Cremlino, che di Occidente bramoso di disintegrare la Russia parla a cadenza quotidiana, ma utili nella maniera in cui lo costringono all’ipervigilanza, all’allerta permanente e all’attenzione dispersiva.
Abbaiare non per mordere, ma per dissuadere o per distrarre. Agitare lo spettro di una nuova insorgenza nel Caucaso settentrionale, stavolta estesa fino all’Estremo Oriente, per obbligare la Russia a ricalibrare al ribasso il dispositivo militare impiegato in Ucraina e ad aumentare la repressione nei suburbi più insofferenti. Vincere inducendo il rivale in tentazione, massimizzando poi il profitto derivante dalla commissione del peccato mortale.
Taluni elementi delle stanze dei bottoni di Stati Uniti e alleati – inclusa l’Ucraina post-Euromaidan – aspirano realmente ad un remake del triennio 1989-91, e cioè ad una dissoluzione del gigante eurasiatico, e mai han fatto segreto delle loro intenzioni. Un sogno pericoloso le cui origini risalgono ai tempi del caos bolscevico e, più precisamente, nelle controverse spedizioni militari in Siberia di Woodrow Wilson e nel Congresso dei popoli schiavizzati di Russia.
Lo scenario della coriandolizzazione viene riproposto periodicamente nei circoli decisionali a stelle e strisce. Durante la Guerra fredda furono Paul Henze e Alexandre Bennigsen, padrini del più noto Zbigniew Brzezinski e ispiratori del Gruppo di lavoro sulle nazionalità del 1978 – caliginosa entità focalizzata sulla militarizzazione dei micronazionalismi di cui l’Unione Sovietica era ripiena. All’indomani della nascita della Federazione russa, in concomitanza con la crisi del Caucaso settentrionale, fu Dick Cheney. Oggi sono i membri del partito della “decolonizzazione della Russia“, organizzatore di eventi ad hoc tra Stati Uniti e Unione Europea.
Ma una Russia in frammenti, che è e resta il desiderio di pochi ultramontanisti, non è nell’Interesse degli Stati Uniti, giacché spianerebbe la strada a imprevedibili scenari da hic sunt leones. L’utilizzo dell’atomica come extrema ratio da parte del Cremlino all’angolo. Il remake eurasiatico delle guerre d’Italia del XVI secolo, ma con la Russia come location. E le inevitabili ripercussioni sull’Europa della pandemia di policrisi.
Lo scioglimento non è all’orizzonte, ma…
La coriandolizzazione teleguidata della Russia non sembra essere dietro l’angolo, principalmente perché procurerebbe più danni che benefici agli Stati Uniti, ma ciò non significa che il rischio di crisi a intensità variabile sia pari a zero. I semi della zizzania tra Russia e spazio postsovietico sono stati piantati da Putin in persona la notte del 24.2.22 e stanno già dando i primi frutti: agitazione nelle vene scoperte del Caucaso meridionale, nervosismo in Siberia ed Estremo Oriente, rivolte nel Caucaso settentrionale, trepidazione in Bielorussia – dove Aljaksandr Lukašėnka teme la riapertura delle piazze – e voglia di emancipazione geopolitica in Asia centrale.
La coriandolizzazione della Russia non è nell’Interesse degli Stati Uniti, ma un ridimensionamento significativo della sua sfera di influenza lo è. Perciò alla Turchia è stato dato mandato di espandere e potenziare il Consiglio Turco, un Galactus che ha il potenziale di divorare la stagnante Unione Economica Eurasiatica. E perciò la presidenza Biden è entrata a gamba tesa nella questione karabakha, riuscendo a rallentare il processo di normalizzazione armeno-azero intavolato da Mosca e ottenendo il duplice risultato di gelare l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e di tenere aperta la possibilità di un terzo capitolo del conflitto.
La Russia non può cadere perché Putin fu eletto dallo stato profondo, nel lontano 1999, per mettere fine al nuovo periodo dei torbidi e, da lì, partire alla volta della riscrittura dell’ignominioso finale della Guerra fredda. Se cadesse, e insieme a lei ciò che resta dello spazio imperiale, Putin verrebbe ricordato come il restauratore rivelatosi demolitore.
La Russia non può cadere perché la rivalsa per le sconfitte del passato e le umiliazioni del presente è la missione della vita di Putin. Missione in cui tutto sarà lecito per una notte pur di impedire che la Russia, dalla guerra in Ucraina e dalla lotta per la transizione multipolare, ne esca fisicamente coriandolizzata o geopoliticamente ridimensionata. La Russia non sarà una nuova Unione Sovietica, questo è il giuramento che l’agente Platov fece a se stesso l’ultima sera del Novecento.

