La geopolitica della corsa allo spazio
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La “fase tre” della guerra in Ucraina unisce alla guerra d’attrito russa a Est il rilancio della strategia di Mosca di mettere esplicitamente nel mirino le forniture di armi occidentali alla resistenza di Kiev. Armi che continuano ad affluire in maniera costante aumentando le capacità di difesa di Kiev ma anche la possibilità di proiezione oltreconfine delle forze armate ucraine.

La logica della mossa è chiara: la Russia cerca da un lato di sfruttare la capacità delle sue forze armate di manovrare in spazi più ristretti per rifarsi dello smacco della prima fase della campagna e operare nel Donbass per circondare il grosso delle forze armate ucraine e dall’altro di prevenire il loro potenziamento colpendo a Ovest gli obiettivi sensibili per l’afflusso di armi.

Negli ultimi tempi, infatti, il complesso sistema di logistica messo in campo da Stati Uniti e alleati e l’accelerazione politica sul sostegno all’Ucraina hanno prodotto una nuova impennata delle forniture, facendo ampiamente sfondare la quota di circa 6,25 miliardi di dollari in forniture che su Inside Over avevamo calcolato. Tra gli ultimi arrivi si segnalano i missili anti-nave Harpoon da Danimarca, Regno Unito e Olanda, semoventi SpGH Zuzana 2 calibro 155/52 e, nota Filodiritto, M-109 norvegesi assieme a una serie complessa di altri obici: “un centinaio di trainati M777 statunitensi ma ceduti anche da Canada e Australia, trainati FH70 forniti dall’Italia, 12 semoventi CAESAR ceduti dalla Francia e altrettanti Pzh-2000 ceduti da Germania e Olanda. Di questi pezzi d’artiglieria solo M-109 e Pzh-200 non sono ancora stati impiegati in battaglia”. La Russia teme che gli Usa possano completare l’opera fornendo i letali Mlrs in grado di colpire a 300 km di distanza e dunque porta la guerra alle armi nemiche sempre più lontana dal fronte.

Per la Russia colpire i convogli di armi e i centri di distribuzione e approvvigionamento significa dare fiato alle truppe impiegate nel Donbass e fiaccare la resistenza ucraina; soprattutto, significa imporre una risposta forte all’escalation occidentale e ridurre la disponibilità di mezzi per mandare nel pallone le truppe di Volodymyr Zelensky fiaccandone non solo la capacità di combattimento ma anche le possibilità di addestramento con sistemi tanto complessi. Il New York Times del resto ha già posto in essere la questione circa l’opportunità di fornire sistemi tanto complessi e costosi a un esercito come quello ucraino di fronte all’assenza di capacità tecniche in grado di gestire le armi di ultma generazione. Infine, la prospettiva di una lunga durata della guerra apre alla Russia le porte dell’attacco a infrastrutture logistiche e strategiche di vario tipo nel Paese invaso, prospettiva su cui le truppe di Mosca per evitare di infrangere la retorica dell’operazione militare speciale non si erano sinora avventurate fino in fondo.

La mossa, in ogni caso, non manca di rischi. In primo luogo perché estremamente onerosa in termini di preparazione, capacità analitica e di raccolta dati, supervisione dei traffici e mezzi richiesti. Dai bombardieri strategici Tu-95 ai missili Kalibr, la Russia mette in campo assetti di elevata qualità per rispondere alla necessità di tagliare l’arteria più importante che rinsangua la resistenza ucraina, deviandoli dunque dalla guerra nel Donbass ove l’avanzata è inesorabile ma tutt’altro che spedita.

In secondo luogo perché portare la guerra sulle infrastrutture usate tradizionalmente dalla popolazione civile e in depositi e siti vicini alle città come Kiev, Kherson, Odessa, Dnipro può causare l’aperto rischio di danni collaterali e colpi a civili che sicuramente non contribuirebbero a facilitare una vittoria della Russia sulla capacità di resistenza dell’Ucraina. Anzi, incrementerebbero ulteriormente le dimensioni del fosso che separa i due Paesi in guerra.

Infine, c’è da sottolineare l’elevato rischio politico. A marzo  Sergei Ryabkov, viceministro degli Esteri russo, ha avvertito che Mosca considererà ogni tipo di convoglio come un target legittimo. Le bombe su Odessa, gli attacchi a Leopoli, le operazioni a Ovest di Kiev spesso hanno sostanziato questa minaccia. Ma il problema insoluto è il fatto che perseverando su questa strategia come abilitante per il successo nel Donbass la Russia rischia di creare un incidente grave qualora le bombe o i missili delle truppe di Vladimir Putin colpissero mezzi o personale occidentale intento a trasporare armi o, addirittura, finissero anche inavvertitamente oltre i confini della Nato. Con conseguente possibilità di attivazione dell’Articolo 5 dell’Alleanza sulla sicurezza collettiva. Si potrebbe, in tal caso, fermare l’escalation?

Gli analisti del Pentagono, in particolare, temono che in caso di un ruolo decisivo delle armi occidentali nel sostenere gli ucraini la Russia possa arrivare a prendere in considerazione un’ulteriore mossa per fermare i flussi: utilizzare armi atomiche tattiche di cui la Russia possiede una scorta di circa 2.000 unità, 20 volte di più di quelle stoccate negli arsenali della Nato. Utilizzare queste armi consentirebbe di colpire con sicurezza i depositi e le infrastrutture e imporre una vera e propria interdizione a futuri traffici in zone ritenute rischiose. Ma l’idea di seguire la dottria “escalation to de-escalation” non appare vincente per la Russia, dato che la reazione occidentale potrebbe farsi ancora più veemente e conflittuale. L’obiettivo designato delle armi occidentali, in ogni caso, segnala che la Russia è di fatto disposta a continuare la guerra a tutto campo e, anzi, a allungarla finché non avrà fiaccato la resistenza di Kiev. E come aveva previsto l’ambasciatore Marco Carnelos questo principio è condiviso, pur con tutte altre ragioni, anche dagli Usa. La “battaglia” sulle armi occidentali a Kiev rischia di diventare una delle componenti più tese di un conflitto già di per se veemente. E capace di riservare in futuro nuove fasi di rinfocolamento.

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