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Il secondo dei sei componenti che vanno a costituire una batteria completa del sistema antiaereo russo Pantsir-S1 è stato consegnato alla Serbia nella giornata di domenica 23 febbraio. A riferirlo, oltre all’agenzia stampa Sputnik che ha citato fonti riservate che riportano anche dell’autorizzazione all’ingresso nello spazio aereo bulgaro da parte del velivolo da trasporto russo (un Antonov An-124 Ruslan) con a bordo il secondo elemento del sistema Pantsir, è stato lo stesso presidente serbo Vucic durante un intervento alla televisione.

Il giorno successivo anche il ministro della Difesa ha confermato la notizia aggiungendo, in un comunicato, che “la Serbia ha rafforzato le sue capacità difensive e deterrenti”. Il contratto per l’acquisto dei Pantsir-S1 è stato stipulato lo scorso 24 ottobre ed ufficializzato Alexander Mikheyev, presidente di Rosoboronexport, ad inizio novembre.

Il Pantsir: il carapace di Mosca

Il Pantsir-S1 (carapace in russo) è un sistema Ciws (Close-In Weapons System), o per la difesa di punto, presentato per la prima volta al Maks di Mosca nel 1995. Noto in occidente come SA-22 “Greyhound” e venduto ad Algeria, Brasile, Iran, Iraq, Giordania, Libia, Oman, Arabia Saudita, Slovenia, Siria, Eau e Vietnam è stato sviluppato per sostituire il sistema 2K22 Tunguska ed è entrato in servizio per la prima volta in Russia nel 2003.

Il Pantsir è stato progettato per proteggere obiettivi civili e militari, forze di terra e per rinforzare le unità da difesa aerea responsabili per la protezione di truppe installazioni militari contro attacchi di precisione da parte di sistemi guidati a bassa e bassissima quota. Una batteria è composta, come già accennato, da sei veicoli lanciatori e un veicolo di ricarica ogni due lanciatori.

Il veicolo da combattimento è un camion Ural-5323 8×8 che trasporta l’armamento, i sensori, l’equipaggio e i sistemi di controllo. L’armamento è composto da sino a 12 missili superficie aria bistadio a propellente solido 57E6 o 57E6-E con guida radio comandata. Il missile 57E6 ha una velocità massima di Mach 3 e un raggio d’azione massimo di 20 chilometri e un’altitudine raggiungibile massima di 10 per i bersagli più grandi, mentre può colpire un missile da crociera subsonico fino a una distanza di 12 chilometri e un’altitudine di sei.

Il Pantsir-S1 è anche dotato di una coppia di cannoni da 30 millimetri tipo 2A38M-30 con una cadenza di tiro di 5mila colpi al minuto e una capacità di ingaggio di bersagli posti a una distanza massima di 4 chilometri e a un’altitudine di 3.

Il sistema radar può ingaggiare un bersaglio con una Rcs (Radar Cross Section) di due metri quadri a una distanza compresa tra i 24 e i 28 chilometri mentre il raggio di scoperta è tra i 32 e i 36 chilometri. Il sistema di controllo del fuoco può colpire due bersagli simultaneamente e arrivare a ingaggiarne sino a 12 nel tempo di un minuto.

La Serbia: un piede nell’Ue ma lo sguardo a Mosca

Nonostante cerchi formalmente l’adesione all’Unione Europea, ma non alla Nato, Belgrado ha sempre mantenuto stretti legami politici ed economici con Mosca, che a sua volta guarda al “fratello slavo” come ad un avamposto nel cuore dell’Europa per cercare, più che contrastare la minaccia della Nato, di avere un “posto di osservazione” privilegiato nel continente: i Balcani, del resto, sono ancora al centro degli interessi geopolitici internazionali da quando Pechino si è mossa in quell’area ed in quelle contigue nel quadro della Nuova Via della Seta.

Dal Pireo, ormai da considerarsi una base salda per la penetrazione commerciale cinese in Europa, le vie commerciali passano inevitabilmente per i Balcani e per i Paesi contigui, tra cui l’Italia, che come noto è da tempo nel mirino della Cina coi suoi porti e infrastrutture (pensiamo a Trieste o Vado Ligure).

La Serbia, che è cosciente della sua importanza strategica in questo gioco, per restare indipendente e slegata dalla Nato deve per forza guardare con più interesse alla Russia e parallelamente aumentare i fondi a bilancio per la Difesa. Dal 2016 le spese sono andate costantemente aumentando e l’anno scorso Belgrado ha speso 906 milioni di dollari, ovvero il 28,7% in più rispetto all’anno precedente, secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici.

Questa somma di denaro, che per l’economia serba è alquanto ingente, è andata per la maggior parte in armamenti russi: oltre ai Pantsir sono stati acquistati, negli ultimi tre anni, cinque elicotteri Mi-17V-5, quattro elicotteri da combattimento Mi-35M. L’anno scorso ha ricevuto 30 veicoli corazzati da combattimento oltre ad altri 30 carri armati T-72 senza dimenticare i sei Mig-29 che le sono stati donati da Mosca.

L’ombra delle sanzioni Usa

Lo scorso 21 gennaio il presidente Vucic, mentre era al Forum Economico Mondiale di Davos, ha dichiarato che la Serbia acquista armamenti perché non vuole essere “una facile preda”. Il leader serbo ha così risposto ai giornalisti “ci sono state delle osservazioni sul conto della Serbia, e quella maggiore è stata che ci stiamo armando e compriamo armi dalla Russia. La mia risposta è stata piuttosto forte e convincente. Ho detto che noi acquistiamo solo armi per la difesa e non mezzi offensivi, e neanche lontanamente quanto tutti gli altri acquistano mezzi offensivi”.

Difensivi o meno si tratta sempre di armamenti made in Russia, e da qualche tempo qualsiasi Stato che li compri finisce immediatamente nella lista nera del Dipartimento di Stato americano. Belgrado, più che per l’acquisto dei Pantsir, ci è finita per il forte interessamento dimostrato per il sistema S-400, ed infatti è già stata avvisata da Washington che potrebbe finire sotto la scure del Caatsa (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act), il provvedimento americano entrato in vigore nel 2017 che impone sanzioni a chiunque sia in affari con la Russia (ma anche con Iran e Corea del Nord) con particolare attenzione alla vendita di armi di ogni tipo.

Lo scorso 8 novembre, Thomas Zarzecki, inviato del Dipartimento di Stato americano alla guida della Task Force 231 che ha l’incarico di applicare sanzioni al settore Difesa della Russia e a tutti i Paesi che cooperano con esso, era stato in Serbia proprio per discutere coi rappresentati del governo di Belgrado della possibilità che il Paese possa ricadere sotto regime sanzionatorio.

Il problema maggiore per gli americani è sempre quello dell’S-400, considerato potenzialmente pericoloso per la sicurezza della Nato, ed è altamente probabile che in quella occasione se ne sia discusso e si sia giunti alla decisione di non applicare il Caatsa qualora Belgrado rinunci al sistema russo incriminato, permettendo nel contempo che vengano acquisiti i Pantsir che comunque non sono nella lista dei sistemi soggetti a sanzioni.

Del resto anche il rappresentante speciale per i Balcani della Casa Bianca, Matthew Palmer, era stato chiaro in quel periodo, avvisando Belgrado che in caso di acquisto degli S-400 la Serbia sarebbe incappata nelle sanzioni Usa come definito dal Caatsa.