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Una delegazione dei Talebani, guidata da Sher Muhammad Abbas Stanikzai, si è recentemente recata a Mosca per incontrare alti ufficiali russi. Il tutto è avvenuto a pochi giorni di distanza dalla repentina decisione di Donald Trump di interrompere le trattative di pace con il movimento radicale islamico.

Una fonte talebana ha chiarito come lo scopo della visita non fosse quello di tentare il rilancio dei colloqui con Washington quanto, piuttosto, di cercare il supporto delle potenze regionali per costringere gli Stati Uniti a lasciare l’Afghanistan. Inviati del gruppo islamico potrebbero recarsi presto anche in Cina, Iran e altre nazioni dell’Asia Centrale. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha ricordato come il Cremlino ritenga che il ritiro di tutte le truppe straniere da Kabul sia una condizione fondamentale per raggiungere la pace in Afghanistan.Un chiaro messaggio a Trump e un segno di insofferenza verso il prolungarsi della presenza militare americana a Kabul ma, soprattutto, un tentativo di influenzare il processo di pace e di guadagnare spazio in un territorio considerato strategico. Dall’inizio del 2019 Mosca aveva già ospitato, in due altre occasioni, delegazioni talebane, intermediari e politici afghani per discussioni circa il processo di pace nel Paese. I grandi assenti erano però i rappresentanti del governo di Kabul, la cui presenza è particolarmente sgradita ai rappresentati del gruppo islamico.

Un’occasione da non sprecare

La Federazione Russa ha molto da guadagnare dall’improvviso collasso dei colloqui tra Stati Uniti e Talebani a Doha. Proprio quando una soluzione alla sanguinosa contrapposizione, che vede 14mila militari americani di stanza a Kabul ed ha causato in 18 anni decine di migliaia di morti, sembrava dietro l’angolo ecco la decisione di Trump di interrompere (o sospendere) tutto. Mosca ha due grossi problemi da risolvere se vuole, realisticamente, guadagnarsi un posto al sole in Afghanistan. Deve riuscire a coinvolgere, in futuri colloqui, anche delegazioni dell’esecutivo afghano. La soluzione al conflitto non può infatti prescindere dalla presenza dei rappresentati governativi che, è bene ricordarlo, sono stati esclusi anche dagli incontri di Doha. Il rapporto con i Talebani, che sono considerati un’organizzazione terroristica dal Cremlino, andrà inoltre definito meglio ed instradato su binari più chiari, che non possono essere quelli di una collaborazione temporanea ed interessata.

Ogni futuro accordo di pace, infine, non potrà prescindere dalla firma di Washington, visto il coinvolgimento a stelle e strisce nella nazione, costato ingenti spese e molti morti. Nell’attuale intermezzo, infatti, Mosca può limitarsi solamente a giocare un ruolo di secondo piano ed a cercare di facilitare un accordo tra le diverse parti in causa. In seguito ad un eventuale ritiro degli Stati Uniti sarà possibile cercare di occupare il prezioso vuoto geopolitico lasciato dalla Casa Bianca. Non sarà però facile dato il ruolo strategico che l’Afghanistan gioca negli equilibri regionali: Cina, Pakistan, Iran ed India condividono le stesse mire della Russia e si riveleranno avversari formidabili.

Le mosse di Trump e le opportunità di Mosca

Donald Trump aveva già chiarito la sua visione strategica per l’Afghanistan del futuro durante un discorso tenuto nel maggio del 2017 a Fort Myer. Il ritiro condizionato delle truppe americane dal Paese, innanzitutto, in cambio di specifiche garanzie fornite dai Talebani, come quelle che la nazione non sarebbe tornata ad essere un santuario del terrorismo internazionale. Ma anche una possibile inclusione, in seguito ad un accordo politico firmato anche da rappresentanti di Kabul, di alcuni elementi dei Talebani nei governi afghani.

Il problema di fondo di questo approccio è che il progressivo rafforzarsi del gruppo radicale islamico e l’indebolimento dell’esecutivo di Kabul rischiano di far implodere ogni prospettiva di lungo periodo. Una coabitazione pacifica tra fazioni rivali e sbilanciate dal punto di vista della forza militare e del controllo territoriale rischia di nascere già morta e di portare all’insediamento, nel medio termine, di un establishment anti-americano. Uno dei principali obiettivi di Trump è quello di riportare i soldati americani a casa ma porre troppo l’accento sul qui e ora può rovinare i piani di lungo termine. In questo senso la proiezione politica e militare di Mosca nel Paese potrebbe risultare determinante e contribuire a stabilizzare un Paese fortemente in crisi e privo di baricentro.

La Federazione Russa non ha nessuna intenzione di assistere alla nascita di un nuovo Afghanistan in cui elementi radicali potrebbero controllare alcune leve del potere in funzione anche anti-russa. La strategia di Mosca potrebbe essere quella di assecondare i piani di Trump nel breve termine e di subentrare come principale mediatore nel Paese in seguito al ritiro americano, grazie anche ad aiuti economici per la popolazione civile. Nel quarantesimo anniversario dell’invasione russa dell’Afghanistan, in definitiva, Mosca può tornare a giocare un ruolo di primo piano nell’ex nazione rivale che divenne il Vietnam dell’Unione Sovietica e rinforzare le sue prospettive strategiche a livello regionale e continentale.

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