Nella prima fase del conflitto in Ucraina, Emmanuel Macron era stato l’unico leader europeo a tenere in piedi le comunicazioni telefoniche con Mosca. L’ambizione al ruolo di mediatore tradiva la sete di poter recuperare quel ruolo di enfant prodige che l’Unione europea gli aveva assegnato quando ebbe inizio la sua corsa all’Eliseo. Ma caduto in disgrazia in casa così come in Europa, oggi perde anche l’ultima carta per riabilitarsi. A deciderlo non solo le dinamiche europee ma lo stesso Cremlino: a più di un anno dello scoppio della guerra, infatti, la Francia “è di fatto diventata un partecipante al conflitto dalla parte di Kiev e non può rivendicare il ruolo di moderatore nell’accordo ucraino”, tuona Dmitry Peskov, commentando la proposta di Macron di tenere un vertice di pace a Parigi.
Le proposte di pace di Parigi
Il portavoce del Cremlino fa riferimento al lavorio messo in campo dalla diplomazia francese che, in controtendenza rispetto ai colleghi europei e allo stesso Joe Biden, aveva messo in moto la propria squadra in occasione della sua visita in Cina dell’aprile scorso. In quell’occasione il presidente francese aveva incaricato il suo consigliere per la politica estera Emmanuel Bonne di mettere a punto un piano di pace che prevedesse la triangolazione con Pechino. Ma soprattutto un vertice ospitato, nemmeno a dirlo, da Parigi, nel quale far giungere al dialogo Mosca e Kiev. Una proposta a suo modo interessante, se non fosse che l’idea di pace di Pechino e dell’Eliseo non coincidano affatto: se Xi Jinping seguita a parlare di “cessate il fuoco” che prenda in considerazione le preoccupazioni di Mosca, Macron persevera verso una risoluzione totale e definitiva al conflitto stesso in nome del “nessuna tregua, nessun sacrificio di territorio“. La missione cinese di Macron, tuttavia, era stata fortemente contestata perché ritenuta più che altro un corollario della “proposta cinese”: la visita di Macron a Pechino infatti, assieme a Ursula von der Leyen, mirava anche e soprattutto a fare luce sul documento emesso il 24 febbraio scorso da Pechino, che più che una road map era apparsa fin da subito poco più che un lungo commento articolato allo status quo.
Nello scorso autunno Macron si era distinto per un’altra singolare proposta, anche questa poi cassata dai fatti: includere Papa Francesco e nei colloqui fra Ucraina, Russia e gli Stati Uniti. Ma il conflitto in corso non è la crisi di Cuba, e la connivenza della Chiesa ortodossa con il Cremlino non agevola le cose. A rincarare la dose delle proposte macroniane, anche lo scorso summit del G7 in Giappone, all’interno del quale Macron aveva lanciato la proposta di “un nuovo patto finanziario internazionale” per la lotta alla povertà e al cambiamento climatico, da discutere anch’essa in un summit a Parigi alla fine di giugno.
La colpa di Macron: l’appoggio militare a Kiev
Il disconoscimento da parte di Mosca ora priva l’Europa, a corto di idee e carisma, nonché Macron, di qualsivoglia ruolo negoziale. Le ragioni sono almeno due. La prima: la Francia, rompendo quello che sembrava un tabù, ha sostenuto ampiamente lo sforzo bellico di Kiev, ma il 15 maggio scorso è avvenuto un ulteriore sdoganamento a tal proposito: dagli schermi di Tf1 Macron ha annunciato che Parigi addestrerà i piloti ucraini, lasciando intendere che il passo verso la fornitura di Mirage 2000, i potenti velivoli caccia multiruolo, potrebbe essere breve. “Non facciamo la guerra alla Russia, aiutiamo l’Ucraina a resistere” era stato il motto con il quale Macron aveva presentato la mossa alla nazione. Un cambio di passo, figlio del tour europeo di Volodymir Zelensky, ma anche della nuova fase in cui il conflitto sta entrando, ovvero la controffensiva ucraina e i suoi corollari, come gli attacchi sul suolo russo. In quest’ottica resta fermo l’intento di Kiev di voler entrare nella Nato, richiesta con la quale lo stesso Macron dovrà misurarsi in qualità di leader dell’Alleanza, e sulla quale aveva posto pesanti riserve in passato.
Erdogan unico vero mediatore
La seconda ragione risiede in ciò che è accaduto ad Ankara negli scorsi giorni, ovvero la rielezione di Recep Erdogan a presidente della Turchia. La corsa alle congratulazioni, gli inviti all’insediamento nonché le visite previste di Zelensky e Putin promuovono il sultano a unico vero mediatore riconosciuto da entrambi in fronti. L’unico punto di contatto, nonché di condivisione, tra i due mondi in guerra. Un mediatore che ambisce a riprendersi un ruolo in Europa e nella Nato, senza perdere i foraggiamenti russi e l’entente cordiale con Mosca. Il sultano, però, ora rischia di spaccare l’Europa. Se la pace è l’exit strategy di Erdogan, quest’ultimo è la foglia di fico dell’intera Europa e della Nato.
Erdogan e Macron, tra l’altro, non sono due leader qualunque. Hanno trascorso gli ultimi anni a suon di accuse e minacce reciproche: era il 2020 quando il presidente turco affermò che la Francia dovesse sbarazzarsi immediatamente di Macron. Per due volte suggerì che il presidente francese dovesse sottoporsi a un controllo di salute mentale perché stava trascinando la Francia in conflitti regionali in cui non possedeva alcun ruolo, a suo dire. Il suo omologo francese ha ripetutamente chiesto sanzioni contro le azioni della Turchia in Libia e nel Mediterraneo orientale. L’apice dell’acredine era stato raggiunto con l’appello di Erdogan al boicottaggio dei prodotti francesi, in seguito all’affaire Charlie Hebdo. Il tiro venne poi corretto all’indomani dell’attentato a Nizza. Al centro della disputa fra i due leader, oltre alla questione dell’Islam radicale, le vicende siriane, il caso libico, ma anche e soprattutto il Mediterraneo orientale. Dal canto suo Macron, nel settembre dell’annus horribilis, aveva riunito ad Ajaccio i partner europei per bollare come partner inaffidabile la Turchia, alle prese con la sua offensiva energetica nel Mediterraneo orientale.
Tre anni dopo, Macron è stato fra i primi a congratularsi con Erdogan per la sua rielezione, ancor prima che i risultati fossero ufficiali, annunciando che “Francia e Turchia hanno immense sfide da affrontare insieme”. Un amaro calice da bere per chi deve fare largo “al dittatore di cui si ha bisogno”, con il placet dei propri colleghi occidentali.