Lo sviluppo di un’arma nucleare come base per giustificare un intervento. Un film già visto. Tra le immagini più iconiche di questo XXI secolo c’è senza dubbio quella della provetta agitata da Colin Powell in sede di consiglio di sicurezza dell’Onu nel 2003 per giustificare l’intervento armato degli Stati Uniti in Iraq. Baghdad, si diceva, stava sviluppando armi di distruzione di massa, poi mai trovate, e dunque andava fermata. Oggi la Russia in Ucraina ufficialmente sta intervenendo per altri motivi. É bene ricordare che questo conflitto è nato alle 3:51 del 24 febbraio scorso, in risposta a un attacco denunciato dalla Repubblica di Donetsk alle 3:17. Per il Cremlino cioè, si tratta di “un’operazione militare speciale” per difendere le riconosciute repubbliche separatiste russofone del Donbass. Nei fatti è una guerra, ma Mosca tiene a far sapere che tutto nasce come una risposta difensiva a delle richieste di aiuto dei russofoni. Agitare anche qui lo spettro nucleare però, potrebbe aggiungere ulteriori elementi volti a giustificare la guerra in corso. E così nelle scorse ore è uscita la notizia secondo cui la Russia avrebbe scoperto un piano dell’Ucraina per dotarsi di armi nucleari.

La versione russa sul nucleare ucraino

A lanciare la notizia del possibile piano nucleare di Kiev, è stata l’agenzia russa Interfax. Citando un non meglio specificato funzionario, sono stati riportati i timori di Mosca sulle intenzioni ucraine: “Per più di due decenni, implementando programmi sia nel campo nucleare che in quello della missilistica – ha dichiarato la fonte a Interfax – l’Ucraina si stava costantemente muovendo verso la formazione di tutte le condizioni necessarie per creare le proprie armi nucleari”. Si tratterebbe, in particolare, di armi radiologiche a base di plutonio. Un programma in fase avanzata, sempre secondo la fonte russa, e che si starebbe sviluppando all’interno di alcune centrali ucraine. Forse, seguendo la ricostruzione fatta dalle agenzie russe, anche all’interno dell’ex centrale di Chernobyl, quella cioè protagonista della devastante esplosione del 21 aprile 1986, ancora oggi il più grave incidente della storia nel suo genere.


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Questo spiegherebbe perché i russi già nel primo giorno di guerra hanno occupato il sito di Chernobyl. Per la verità l’area di esclusione attorno alla centrale, dove è impossibile rimanere per lunghe ore pena grossi problemi alla propria incolumità e alla salute, è risultata strategica per avanzare anche su Kiev. L’ex centrale si trova infatti a non più di 140 km dalla capitale ucraina. Ma la sua repentina occupazione troverebbe giustificazione nella denuncia riportate da Interfax circa i piani di costruzione di armi atomiche da parte degli ucraini. Così come la volontà di prendere possesso della centrale di Zaporizhzhia, al centro giovedì di una battaglia tra russi e ucraini, sarebbe da far risedere per l’appunto all’intenzione di ostacolare il piano nucleare di Kiev. Adesso i russi stanno avanzando verso un altro impianto, quello di Mykolaiv. Si trova non lontano da Odessa e anche per il possesso di questa struttura potrebbe nascere una nuova contesa tra le due parti in questo momento in guerra.

Ciò che non torna dalla ricostruzione di Mosca

L’Ucraina non è nuova alla tecnologia nucleare. In primo luogo perché nel suo territorio ci sono diverse centrali e quella di Zaporizhzhia è la più grande d’Europa. In secondo luogo, perché ha ereditato dall’era sovietica non poche competenze sia sull’uso civile che militare del nucleare. Ogni anno il Paese sforna diversi ingegneri nucleari, sono ucraini buona parte sia dei tecnici che lavorano al contenimento delle scorie di Chernobyl, impianto chiuso nel 2000, sia degli operatori impiegati nelle varie strutture attualmente operative. Inoltre, sul fronte dell’uso militare del nucleare, occorre sottolineare che Kiev dall’indipendenza del 1991 fino al 1994 è stata la terza potenza mondiale. Dopo Stati Uniti e Russia cioè, c’era l’Ucraina. Si trattava di ordigni ereditati dall’Urss e che Mosca aveva schierato e custodito in territorio ucraino. In totale le armi nucleari erano 1.800. La Russia le ha reclamate indietro e si è arrivati così alla firma del trattato di Budapest del 1994, in cui Kiev ha accettato di consegnare l’armamento nucleare a Mosca in cambio della non violazione dei propri confini. Un documento, quello siglato nella capitale ungherese, firmato anche da Stati Uniti e Regno Unito. L’Ucraina ha così rinunciato alla deterrenza nucleare. Ma il Paese ha comunque accumulato esperienze e competenze nel settore in grado effettivamente di far pensare a un proprio possibile piano nucleare.

Tuttavia la ricostruzione fornita dai russi a Interfax non convince essenzialmente per due motivi. Non ci sono prove. E questo è un fatto certamente da non trascurare. Al di là di alcune dichiarazioni rese dal non meglio specificato funzionario, non sono emersi documenti in grado di confermare la accuse contro Kiev. C’è poi un altro aspetto. La fonte russa parla di un piano iniziato nel 2000. Dunque ben prima dell’attuale presidente Zelensky, in carica dal 2019, e ben prima della rivolta di piazza Maidan del 2014 che ha inaugurato una stagione filo occidentale. Se fossero vere le accuse di Mosca, allora l’Ucraina avrebbe tramato alle spalle della Russia anche durante le gestioni guidate da presidenti filorussi. Anche cioè i fedeli Kucma e Yanukovich avrebbero dato il loro assenso a un piano di armamento nucleare. Davvero per tutto questo tempo il Cremlino non si è accorto di nulla?

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