Come sarà la vera risposta iraniana all’attacco contro il generale Soleimani? E quali saranno le sue vere proporzioni? Sono queste le domande che, dallo scorso 3 gennaio, si susseguono in tutte le più importanti cancellerie diplomatiche e politiche. Le risposte sono arrivate in parte nelle scorse ore, dopo il lancio dell’operazione “Soleimani Martire” da parte di Teheran. Il raid con il quale gli Stati Uniti hanno ucciso il generale artefice della posizione iraniana in medio oriente, è destinato ad essere uno degli eventi più importanti nell’economia dei vari conflitti che stanno coinvolgendo la regione. Tuttavia, appare ancora presto delineare il quadro che potrebbe svilupparsi nelle prossime settimane.

Perché per Teheran era importante rispondere

L’onda emotiva seguita alla morte del generale Soleimani, non è certo stata sorprendente ma è andata forse al di là di ogni previsione. Non è stato colpito soltanto un uomo delle forze militarmente poste a guardia della rivoluzione, bensì la figura per eccellenza che agli occhi degli iraniani ha garantito lo sviluppo degli interessi di Teheran in tutta la regione. La sua popolarità in vita era seconda soltanto a quella della guida suprema Khamenei, adesso da morto il generale ha assunto le sembianze di un martire che, tra i padri della repubblica islamica, è secondo soltanto all’ayatollah Khomeini. Ecco il perché delle folle oceaniche, delle resse per assistere ai tanti cortei funebri organizzati nelle principali città del paese.

Ma al di là delle commemorazioni e delle cerimonie che stanno paralizzando gli iraniani davanti i televisori, ci sono altri aspetti che possono aiutare a comprendere cosa stanno significando per l’intero paese le ore successive al raid contro Soleimani. Gli aspetti nazionali e politici si sono intrecciati con i sentimenti religiosi. Un fatto, anche in questo caso, non sorprendente visto che l’Iran è una teocrazia sciita. Ma che, guardando alle varie reazioni delle piazze, è andato anche in questo caso oltre ogni previsione. Non si piange Soleimani soltanto come generale ucciso dal nemico, lo si venera come un eroe sciita per la cui morte è stata fatta issare nella città santa di Qom la bandiera rossa simbolo del sangue versato dai martiri.

Ecco perché dunque da Teheran era importante attuare azioni di risposta. Se la repubblica islamica non avesse vendicato il martire appena ucciso, allora agli occhi di quella stessa popolazione che ha pianto Soleimani avrebbe perso ogni tipo di credibilità. Per l’Iran dover vendicare il “suo” martire sembra quasi un imperativo esistenziale: senza risposta, la repubblica nata con la rivoluzione khomeinista non avrebbe avuto più motivo di considerarsi islamica.

Un raid che non ha provocato vittime tra gli americani

Sul come però gli iraniani vogliono vendicare la morte di Solemaini tutto al momento sembra una grande incognita. Gli Usa sanno che da Teheran non si cercherà una guerra aperta: Washington potrebbe, nel giro di 48 ore, neutralizzare la marina e l’aviazione iraniana. Un conflitto vero e proprio non conviene a nessuna delle due parti: la repubblica islamica subirebbe una risposta americana all’interno del suo territorio mentre, dal canto loro, gli Stati Uniti dovrebbero comunque pagare un pesante tributo sotto il profilo politico ed in termini di perdita di uomini. Si è fatta strada tra gli analisti l’ipotesi di una strategia di logoramento contro le forze Usa da attuare in Iraq. Ed in effetti l’operazione Soleimani Martire sembra ricalcare questa impostazione: colpire platealmente gli americani, farlo senza l’interposizione delle milizie sciite presenti in Iraq, bensì con le proprie forze e con la propria aviazione.

Lo spazio di manovra in cui in queste ore si sono mossi gli ayatollah è stato decisamente ristretto. Perché se da un lato, per le motivazioni espresse in precedenza, Teheran doveva rispondere dall’altro non poteva offrire a Washington il pretesto per un’ulteriore controreplica. Ecco quindi che i missili della scorsa notte forse hanno rappresentato la soluzione, da un punto di vista iraniano, ideale. Ad essere prese di mira infatti sono state delle basi già in pre allerta da 48 ore, con molti soldati inviati nei bunker diverso tempo prima dell’arrivo dei missili. L’Iran sapeva di agire platealmente ma, al contempo, di non recare molti danni agli Stati Uniti. Occorrerà adesso vedere il seguito, cosa cioè potrebbe accadere già nei prossimi giorni. Dopo la risposta delle scorse ore, è difficile dire se a Teheran abbiano o meno pronti altri piani. Di certo, la tensione non si ridimensionerà facilmente.

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